Obliterazione della memoria - 1: Il Rapporto Segreto

Ci sono anniversari e anniversari, alcuni da celebrare altri da non ricordare a seconda che si tratti di azioni compiute da diversi regimi politici. La Storia ancora non ha fatto giustizia di tanti crimini compiuti da governi di sinistra, anzi si fa del tutto per relegarli nel dimenticatoio della memoria, mentre contemporaneamente c'è molto zelo per far rivivere nella coscienza collettiva crimini di dittature di destra...
Autore:
Mattioli, Vitaliano
Fonte:
CulturaCattolica.it
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E' proprio per un senso di giustizia e di obiettività storica, di libertà di pensiero e di rispetto per nazioni e popolazioni terribilmente provate ed annientate dalla tirannia umana, che mi sembra opportuno non far cadere sotto silenzio due avvenimenti, l'uno in contraddizione con l'altro, che accaddero cinquant'anni fa, nel 1956.
Nel febbraio di quell'anno Nikita Kruscev, Segretario del P.C.U.S., durante il XX Congresso pronunciò il famoso 'Rapporto', che nelle sue intenzioni doveva rimanere 'Segreto', nel quale distruggeva il mito di Stalin, la sua personalità ed il suo operato, dando così l'illusione di 'aperture'. Nel novembre seguente invece assistiamo all'invasione dell'Ungheria da parte dell'esercito sovietico.

Il Rapporto Segreto

Alla morte di Stalin, 5 marzo 1953, il Politburo dovette affrontare il problema della 'interpretazione' del comportamento del dittatore. Ne poteva andare di mezzo la stessa esistenza fisica dei suoi membri, più o meno coinvolti nei comportamenti di Stalin.
Tre potevano essere le impostazioni: o attribuire tutto al sistema, il che però significava mettere in cattiva luce l'ideologia e lo stesso Lenin. Scelta imperdonabile. Oppure salvare l'immagine di Stalin attribuendo le scelte 'in solido' all'Apparato; il che però poteva comportare il… taglio della testa. Infine l'ultima possibilità: salvare il sistema sovietico e l'Equipe collaboratrice di Stalin, attribuendo tutte le malefatte al solo dittatore, facendolo apparire un barbaro, schizofrenico, demoniaco. Così tutto il periodo staliniano e lo stesso Stalin fu presentato come una deviazione dal sistema. Ormai il dittatore era morto. Coloro che lo hanno osannato senza pudore, potevano ora demolirlo senza timore.
Il testo integrale del Rapporto si può leggere nel Diario di Kruscev. Riporto solo, per motivi di spazio, alcuni brani salienti.
Dopo aver ricordato il testamento di Lenin nel quale esortava i suoi collaboratori a non permettere che Stalin gli succedesse dopo la sua morte, Kruscev passa alle accuse: "Stalin ricorse a mezzi estremi e a repressioni di massa in un periodo in cui la rivoluzione era già vittoriosa, in cui lo stato sovietico si era già rafforzato, le classi sfruttatrici erano già state liquidate e i metodi socialisti saldamente radicati in tutte le fasi dell'economia nazionale… E' chiaro che Stalin mostrò, in tutta una serie di casi, la sua intolleranza, la sua brutalità e il suo abuso di potere. Invece di mostrare correttezza politica e di mobilitare le masse, egli preferì spesso ricorrere alla repressione e all'eliminazione, non soltanto nel caso di veri nemici ma anche di individui che non avevano commesso alcun delitto contro il partito e il governo sovietico. Non si riscontra in ciò segno di saggezza, ma solo una prova di quella forza brutale che aveva un tempo così profondamente preoccupato V.I. Lenin… Stalin era un uomo assai diffidente, morbosamente sospettoso… Stalin aveva sanzionato in nome del Comitato centrale del partito la più brutale violazione della legalità socialista, la tortura e l'oppressione che portarono alla calunnia e alla auto accusa di tanti innocenti" (1). In seguito attacca la megalomania del dittatore con il culto della personalità: "Compagni, il culto della personalità acquistò simili mostruose proporzioni principalmente perché Stalin stesso, servendosi di tutti i mezzi possibili, favorì la glorificazione della sua persona" (2).
Le ripercussioni del Rapporto e delle deliberazioni del XX Congresso furono vaste. Oltre al culto della personalità, era stato toccato il problema degli internati nei GULAG. Inoltre aveva suscitato speranze per le nazioni del blocco sovietico di poter riacquistare la libertà sollecitando l'inserimento di Governi parlamentari democraticamente eletti.
"Specialmente il riconoscimento delle 'vie nazionali' al socialismo infranse il monolitismo del movimento comunista internazione; il processo di destalinizzazione, entrato in Russia, si propagò ovviamente ad onda in tutti i Paesi retti a regime comunista, nei quali, già dal 1953, era in atto, come nell'URSS, un nuovo corso politico" (3).
Realmente la strada parlamentare è stata sempre un desiderio delle nazioni sotto il regime comunista. Lo dimostrano proprio i discorsi dei Leaders all'indomani della seconda guerra mondiale in favore di un governo comunista ma che fosse rispettoso delle autonomie nazionali.
Fino alla morte di Stalin (1953) quelle nazioni hanno dovuto sottostare al giogo sovietico. In seguito hanno tentato di recuperare la propria autonomia facendosi forti della esperienza di Tito, staccatosi da Mosca nel 1948.
Questo perché "L'internazionalismo di Lenin degenerò nelle mani di Stalin nel più gretto e scoperto dominio dello sciovinismo sovietico sui suoi satelliti. Il nazional-comunismo di Tito fu appunto una reazione a questo sciovinismo. E Tito trionfò su Stalin non come comunista ma come nazionalista. Ciò rappresentò un serio ammonimento all'impero comunista capeggiato dall'URSS. Stalin vide correttamente in ciò un precedente fatale per i destini del comunismo nel suo complesso" (4).
Di fatto durante il periodo staliniano, dopo il 1948, non si mosse più nessuno. Ma la morte del dittatore non poteva non avere conseguenze sulle relazioni tra l'Unione Sovietica e le democrazie popolari, che avevano sopportato il giogo fin troppo a lungo.
Questo desiderio cominciò ad organizzarsi subito all'indomani della morte di Stalin.
Ad iniziare fu la Cecoslovacchia. In seguito ad una riforma monetaria il 1° giugno 1953 scoppiò una rivolta nel centro industriale di Pilsen, della quale però "non venne a conoscenza il mondo occidentale" (5). Purtroppo la sera di quello stesso giorno la polizia aveva già ricomposto l'ordine.
Ben più grave fu invece l'insurrezione di Berlino Est. Nella mattina del 16 giugno 1953 circa 80 operai edili, scontenti della diminuzione dei salari, proclamarono lo sciopero e si riversarono nelle strade. Avvenne una reazione a catena. Dalle rivendicazioni di carattere economico, passarono alla richiesta di elezioni libere a scrutinio segreto. Per domare la manifestazione, fu richiesto l'intervento dei carri armati e divisioni motorizzate sovietiche. In questo modo fu possibile sedare la rivolta che ormai si era estesa a tutto il Paese.
Questi insuccessi per il momento smorzarono ogni altro tentativo. Si arrivò al 1956.

Note

1) Il testo completo del Rapporto si può leggere in Kruscev Ricorda, Ed. Sugar, Milano 1970, p. 577 – 631. La cit. è a p. 586 s; p. 600 s.
2) Idem, p. 618.
3) F. Gaeta, Storia Universale, Evo contemporaneo, UTET, Torino 1967, vol. IV, p. 591.
4) A. Avtorchanov, La tecnologia del potere, Ed. La Casa di Matriona, Milano 1980, p. 473.
5) J. B. Duroselle, Storia universale dei popoli e delle civiltà, L'era contemporanea (1945-70), UTET, Torino 1971, vol. XIII (2), p. 233.
6) Ibidem, p. 241.