Dall'Egitto alla terra promessa: Dio, pastore misericordioso

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Marc Chagall, Il passaggio del Mar Rosso

Questi flagelli non vanno però visti come castighi, essi si susseguono infatti all’insegna della gradualità e mirano a convincere gli egiziani circa il diritto alla libertà del popolo ebreo. Il faraone non guarda agli ebrei come a uomini, bensì come a minoranza da sfruttare. Per lui la presa di coscienza di una massa di schiavi della propria dignità di persone significherebbe il rischio di una rivoluzione con il conseguente crollo di un’economia interamente basata sul lavoro degli schiavi. Il Signore vuole condurre il faraone e quindi l’intero paese alla conversione: «Se fin da principio io avessi steso la mano per colpire te e il tuo popolo, con la peste, tu saresti ormai cancellato dalla terra; io invece ti ho lasciato vivere, per dimostrarti la mia potenza e per manifestare il mio nome su tutta la terra» (Es 9 15-16).
La tradizione biblica successiva farà questa stessa lettura degli eventi: Tu inviasti loro in castigo una massa di animali senza ragione, perché capissero che con quelle stesse cose per cui uno pecca, con esse è poi castigato. […] Potevan soccombere con un soffio perseguitati dalla giustizia e dispersi dallo spirito della tua potenza. Prevalere con la forza ti è sempre possibile; e chi potrà opporsi al tuo braccio? Tutto il mondo davanti a te, come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra. Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi, non guardi al peccato degli uomini in vista del pentimento. Perché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa non l’avresti neppure creata. […] Per questo castighi poco alla volta i colpevoli e li ammonisci ricordando loro i propri peccati, perché rinnegata la malvagità, credano in te Signore (Sap 11, 15 - 17. 20-24. 12, 2).
Il Signore Dio è il pastore d’Israele, ma è anche pastore per il popolo Egiziano
così infatti la tradizione rabbinica commenta il travaglio dell’uscita dall’Egitto:
Come il pastore stende la mano e toglie il feto dal ventre di una bestia senza per questo uccidere la madre così Dio si è preso un popolo dentro un altro popolo (Dt 4, 34) (in U. Neri, Il canto del mare).
Mosè che quarant’anni prima aveva agito d’impeto scegliendo la via della violenza, ora partecipa all’opera paziente ed educativa di Dio soffrendo in prima persona per gli alti e bassi del faraone e di riflesso del popolo. Egli infatti mentre cerca di infondere fiducia e coraggio negli israeliti circa l’intervento salvifico del Signore si trova interiormente diviso tra fede e paura: Mosè si rivolse al Signore e disse: «Mio Signore, perché hai maltrattato questo popolo? Perché dunque mi hai inviato? Da quando sono venuto dal faraone per parlargli in tuo nome, egli ha fatto del male a questo popolo e tu non hai per nulla liberato il tuo popolo!» Il Signore disse a Mosè: «Ora vedrai quello che sto per fare al faraone con mano potente, li lascerà andare, anzi con mano potente li caccerà dal suo paese!» (Es 5,22-6,1).
L’ultima carta giocata dal Signore sarà infatti la più terribile: la morte dei primogeniti: Dice il Signore:«Israele è il mio figlio primogenito. Io ti avevo detto: lascia partire il mio figlio perché mi serva! Ma tu hai rifiutato di lasciarlo partire. Ecco io faccio morire il tuo figlio primogenito» (Es 4, 22).
La necessità di mandare quest’ultima dolorosa piaga è data dal fatto che il faraone cederà, paradossalmente, soltanto provando qualcosa di simile a ciò che Dio prova vedendo l’ingiusta sofferenza del suo popolo. Il faraone vedrà morire il suo primogenito come Dio ha dovuto assistere al lungo martirio del suo primogenito Israele, allora e solo allora scaccerà il popolo dal suo paese.

La notte dell’esodo è preceduta da una solenne e minuziosa descrizione del rito da compiere. L’antico rito della pasqua, con l’uccisione degli agnelli si carica dell’intervento salvifico di Dio e diviene liturgia. La liturgia sigilla nel tempo un evento spirituale di enorme portata che ha cambiato la vita dei singoli e di un popolo intero e diventa testimonianza viva che, non la mediazione di Mosè o di Aronne ha portato il popolo alla libertà, ma Dio stesso. Una liturgia tanto fedele al volto di un Dio Pastore, vicino a tutti i popoli, da giungere nel corso dei secoli ad includere, prima della festa di pasqua, un digiuno in memoria della morte primogeniti egiziani. Attraverso la celebrazione del memoriale della pasqua l’ebreo può dirsi presente al passaggio del mar Rosso e partecipe delle promesse, perché la liberazione dall’Egitto è anticipazione e tipo della salvezza definitiva.

O Dio, santa è la tua via Quale Dio è grande come il nostro Dio?
Tu sei il Dio che opera meraviglie.
E’ il tuo braccio che ha salvato il tuo popolo
Sul mare passava la tua via e le tue orme rimasero invisibili.
Guidasti come un gregge il tuo popolo per mano di Mosè e di Aronne
(Sal 77, 14. 16. 20-21)