Il Calendario del 17 Settembre

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Eventi

▪ 1176 - I bizantini vengono sconfitti nella battaglia di Miriocefalo dai turchi selgiuchidi.

▪ 1394 - Re Carlo VI di Francia ordina che tutti gli ebrei vengano espulsi dalla Francia

▪ 1631 - A Breitenfeld, l'esercito della coalizione tra il Sacro Romano Impero e la Lega Cattolica subisce una pesante sconfitta da parte dell'esercito svedese

▪ 1759 - Il Papa Clemente XIII pubblica la Lettera Enciclica Cum primum, sulla corruzione dei chierici, contro l'esercizio della mercatura da parte di questi, e contro gli impegni servili e laicali, e le attività secolari

▪ 1787 - A Filadelfia viene firmata la Costituzione degli Stati Uniti

▪ 1809 - Pace tra Svezia e Russia nella Guerra Finnica. Il territorio che diverrà la Finlandia viene ceduto alla Russia con il Trattato di Fredrikshamn

▪ 1848 - Francoforte insorge

▪ 1907 - Viene ufficialmente fondata la Harley-Davidson Motor Company

▪ 1908 - Il tenente Thomas Selfridge si schianta con un aeroplano dei fratelli Wright e diventa la prima vittima del volo aereo

▪ 1939 - L'Unione Sovietica attacca la Polonia

▪ 1944 - Truppe britanniche vengono paracadutate su Arnhem, come parte dell'Operazione Market Garden

▪ 1948 - Il Lehi (noto anche come Banda Stern) assassina il conte Folke Bernadotte, che era stato nominato dall'ONU per mediare tra Arabi ed Ebrei

▪ 1974 - Ingresso all'ONU del Bangladesh

▪ 1976 - Lo Space shuttle viene mostrato al pubblico

▪ 1978 - Accordi di pace di Camp David tra Israele ed Egitto

▪ 1991

  1. - Corea del Nord e Corea del Sud entrano nelle Nazioni Unite
  2. - Linus Torvalds pubblica la prima versione del kernel Linux

▪ 2001 - Il Dow Jones Industrial Average riapre per la prima volta dopo gli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001. Le azioni precipitano durante tutta la seduta facendo registrare la più grande perdita in punti della sua storia, perdendo 684,81 punti e chiudendo a 8920,70

▪ 2004 - Dopoguerra iracheno: il Presidente USA George W. Bush annuncia che Saddam aveva la volontà, ma non la possibilità, di costruire armi di distruzione di massa

▪ 2009 -A Kabul un attentato suicida talebano fa esplodere un convoglio italiano, muiono 6 paracadutisti della Folgore e 4 in gravi condizioni. Si tratta del più grave attentato dopo quello di Nassirya nel 2003.

Anniversari

* 1179 - Ildegarda di Bingen (Bermersheim vor der Höhe, 1098 – Bingen, 17 settembre 1179) è stata una religiosa benedettina e mistica tedesca. È venerata come Santa dalla Chiesa cattolica.

Nacque, ultima di dieci fratelli, a Bermersheim vor der Höhe, vicino ad Alzey, nell'Assia-Renana, nell'estate del 1098, un anno prima che i crociati conquistassero Gerusalemme. Nella sua vita fu, inoltre, scrittrice, musicista, cosmologa, artista, drammaturga, guaritrice, linguista, naturalista, filosofa, poetessa, consigliera politica, profetessa e compositrice.
Le visioni di Ildegarda sarebbero iniziate in tenera età e avrebbero contrassegnato un po' tutta la sua esistenza. All'età di otto anni, a causa della sua cagionevole salute, era stata messa nel convento di Disibodenberg dai nobili genitori, Ildeberto e Matilda di Vendersheim, dove fu educata da Jutta di Sponheim, giovane aristocratica ritiratasi in monastero. Prese i voti tra il 1112 e il 1115 dalle mani del vescovo Ottone di Bamberg.
Ildegarda studiò sui testi dell'enciclopedismo medievale di Dionigi l'Areopagita e Agostino. Iniziò a parlare - e a scrivere - delle sue visioni (che definiva visioni non del cuore o della mente, ma dell'anima - solo intorno al 1136 quando aveva ormai quasi quarant'anni.
Trasferitasi nel monastero di Rupertsberg, da lei stessa fondato nel 1150, si dice facesse vestire sfarzosamente le consorelle, adornandole con gioielli, per salutare con canti le festività domenicale. Nella sua visione religiosa della creazione, l'uomo rappresentava la divinità di Dio, mentre la donna idealmente personificava l'umanità di Gesù.
Nell'arco di una dozzina di anni, tra la fine del 1159 e il 1170, compì quattro viaggi pastorali predicando nelle cattedrali di Colonia, Treviri, Liegi, Magonza, Metz e Werden.

Gli scritti in un Sinodo
Fondatrice del monastero di Bingen, Ildegarda fu spesso in contrasto con il clero della Chiesa cattolica; tuttavia, riuscì a ribaltare il concetto monastico che fino ad allora era, e per molto tempo ancora sarebbe stato, inamovibile, preferendo una vita di predicazione aperta verso l'esterno a quella più tradizionalmente claustrale. Quando ormai era ritenuta una autorità all'interno della Chiesa, papa Eugenio III - nel 1147 - lesse alcuni dei suoi scritti durante il sinodo di Treviri.

La "Viriditas"
Per l'epoca in cui è vissuta, Ildegarda di Bingen è stata una monaca controcorrente e anticonformista; ha studiato a lungo occupandosi di teologia, musica e medicina. Ha lasciato alcuni libri profetici - lo Scivias (Conosci le vie), il Liber Vitae Meritorum (il Libro dei meriti della vita) e il Liber Divinorum Operum (il Libro delle opere divine) - e una notevole quantità di lavori musicali, raccolti sotto il nome di "Symphonia harmoniae celestium revelationum", diviso in due parti: i "Carmina" (canti) e l'"Ordo Virtutum" (La schiera delle virtù, opera drammatica musicata). Un notevole contributo diede pure alle scienze naturali, scrivendo due libri che raccoglievano tutto il sapere medico e botanico del suo tempo e che vanno sotto il titolo di "Physica" ("Storia naturale o Libro delle medicine semplici") e "Causae et curae" ("Libro delle cause e dei rimedi o Libro delle medicine composte"). Ebbero anche grande fama le sue lettere a vari destinatari e che trattano di diversi argomenti, nelle quali Ildegarda risponde soprattutto a richieste di consigli di ordine spirituale.
Una posizione centrale nel pensiero di Ildegarda - di carattere assai forte ma cagionevole di salute - la occupa la Viriditas, l'energia vitale intesa come rapporto filosofico tra l'uomo - con le sue riflessioni e le sue emozioni - e la natura, preziosa alleata anche per guarire dalle malattie.

La Lingua Ignota
Ildegarda fu l'autrice di una delle prime lingue artificiali di cui si abbiano notizie, la Lingua ignota (dal latino "lingua sconosciuta"), da lei utilizzata probabilmente per fini mistici. Essa utilizza un alfabeto di 23 lettere, definite le ignotae litterae. Ildegarda ha parzialmente descritto la lingua in un'opera intitolata Lingua Ignota per hominem simplicem Hildegardem prolata, di cui sono sopravvissuti solo due manoscritti, entrambi risalenti al 1200, il Codice di Wiesbaden e un manoscritto di Berlino. Il testo è un glossario di 1011 parole in Lingua Ignota, con traslitterazione per la maggior parte in latino, e in tedesco medioevale, le parole sembrano essere a priori conii, per lo più nomi con qualche aggettivo. Sotto l’aspetto grammaticale, sembra essere una parziale rilessificazione della lingua latina, infatti la lingua ignota è stata ideata adattando un nuovo vocabolario alla grammatica latina preesistente.
Non è noto se altri, oltre la sua creatrice, abbiano avuto familiarità con essa. Nel XIX secolo alcuni credevano che Ildegarda avesse ideato il suo linguaggio per proporre una lingua universale che unisse tutti gli uomini (per questo motivo santa Ildegarda è riconosciuta oggi come la patrona degli esperantisti). Tuttavia, oggi è generalmente accettato che la Lingua Ignota è stata concepita come un linguaggio segreto, simile alla "musica inaudita" di Ildegarda, della quale ella avrebbe avuto conoscenza per ispirazione divina. Questa lingua, essendo stata ideata nel XII secolo, può essere considerata come una delle più antiche lingue artificiali oggi conosciute.

La sfida all'Imperatore
Monaca aristocratica, Ildegarda più volte definì se stessa come «una piuma abbandonata al vento della fiducia di Dio». Fedele peraltro al significato del suo nome, protettrice delle battaglie, fece della sua religiosità un'arma per una battaglia da condurre per tutta la vita: scuotere gli animi e le coscienze del suo tempo.
Non ebbe timore ad uscire dal convento per conferire con vescovi e abati, nobili e principi. In contatto epistolare con il monaco cistercense Bernardo di Chiaravalle, sfidò con parole durissime l'imperatore Federico Barbarossa, fino ad allora suo protettore, quando questi oppose due antipapi ad Alessandro III. L'imperatore non si vendicò dell'affronto, ma lasciò cadere il rapporto di amicizia che fino ad allora li aveva legati.
Nel 1169, secondo la leggenda, riuscì in un esorcismo su una tale Sigewize, che aveva fatto ricoverare nel suo convento, dopo che altri monaci non erano approdati a nulla: nel rito da lei personalmente condotto - cosa del tutto inusuale per una donna - volle tuttavia la presenza di sette sacerdoti.

Il culto
Protettrice degli esperantisti
Beatificata e acclamata santa a furor di popolo - sebbene il processo di canonizzazione avviato da papa Gregorio IX una cinquantina di anni dopo la sua morte non sia mai stato completato - è considerata la protettrice degli esperantisti.

Molti calendari la ricordano il 17 settembre, il giorno della sua morte che, secondo la leggenda devozionale, le sarebbe stato predetto in una delle sue ultime visioni, quelle visioni che sarebbero iniziate in tenera età, ma che solo in età adulta svelò. Ildegarda fu seppellita nel monastero di Rupertsberg, dove le fu elevato un ricco mausoleo. Quando però nel 1632, durante la Guerra dei Trent'anni, il monastero fu distrutto e bruciato dagli Svedesi, i monaci benedettini portarono con sé le reliquie nella cappella del priorato di Bingen dove oggi si trovano. Il suo nome è celebrato nelle feste della Chiesa tedesca.

Papa Giovanni Paolo II, in una lettera per l'ottocentesimo anniversario della sua morte, salutò in Ildegarda la «profetessa della Germania», la donna «che non esitò a uscire dal convento per incontrare, intrepida interlocutrice, vescovi, autorità civili, e lo stesso imperatore (Federico Barbarossa)». E al «genio» di Ildegarda farà ancora cenno nell'enciclica sulla dignità femminile Mulieris Dignitatem.

▪ 1621 - Roberto Francesco Romolo Bellarmino (Montepulciano, 4 ottobre 1542 – Roma, 17 settembre 1621) è stato un teologo, scrittore e cardinale italiano, venerato come santo dalla Chiesa cattolica e proclamato Dottore della Chiesa.

L'infanzia e la giovinezza
Nacque in una famiglia numerosa, terzogenito di cinque figli; di nobili origini poliziane, sia per parte paterna che materna, ma in via di declino economico. Suo padre Vincenzo Bellarmino, era gonfaloniere di Montepulciano, e sua madre, Cinzia Cervini, molto pia e religiosa, era sorella di papa Marcello II. Fu battezzato dal cardinale fiorentino Roberto Pucci al quale probabilmente deve l'onore del suo primo nome, mentre il secondo è in riferimento a San Francesco d'Assisi, il santo onorato il 4 ottobre giorno della sua nascita; Romolo fu dato in onore di un antenato della famiglia.
Fin da piccolo ebbe una salute precaria e una forte inclinazione per la Chiesa. Dopo una iniziale educazione in famiglia, fu inviato per gli studi, insieme al cugino Ricciardo Bellarmino, a Padova secondo il desiderio del padre e con il permesso di Cosimo I granduca di Toscana come era obbligo a quel tempo, per chi volesse in età molto giovane studiare fuori del granducato di Toscana. A diciotto anni, proseguendo con questa sua vocazione al sacerdozio, ed affascinato dalla figura di Sant'Ignazio di Loyola, al carisma del quale legò poi tutta la sua vita, decise di far parte della Compagnia di Gesù. Insieme al cugino Ricciardo che condivise queste aspirazioni giovanili ma che morì quattro anni dopo, entrò nel Collegio Romano il 20 settembre 1560 e il giorno dopo fece la sua prima professione religiosa; tutto questo però solo dopo che suo padre concesse il permesso a seguito delle pressioni materne, poiché egli preferiva per suo figlio una carriera politica laica.
Nonostante la sua parentela con un pontefice, si dimostrò sempre umile e studioso, tanto da essere in breve tempo elogiato da tutti coloro che lo conoscevano.
Fin da giovanissimo mostrò le sue ottime doti letterarie ed ispirandosi agli autori latini come Virgilio, compose diversi piccoli poemi sia in lingua volgare che in lingua latina. Uno dei suoi inni, dedicato alla figura di Maria Maddalena, fu inserito poi per l'uso nel breviario.
Studiò nel Collegio Romano dal 1560 al 1563, e fu condiscepolo di Cristoforo Clavio. Iniziò successivamente ad insegnare materie umanistiche sempre in scuole del suo ordine religioso, prima a Firenze e poi a Mondovì; in questa cittadina piemontese, si distinse come predicatore, nonostante non fosse ancora ordinato sacerdote, e si applicò allo studio del greco.
Nel 1567 iniziò a studiare in modo sistematico teologia a Padova, dove approfondì in particolare San Tommaso d'Aquino. Dopo aver visitato Genova per un incontro di gesuiti, avendo dimostrato ottime qualità di predicatore, fu inviato nel 1569 da Francesco Borgia Preposito Generale dell'Ordine dei Gesuiti, a Lovanio nelle Fiandre, allora facente parte dei Paesi Bassi spagnoli; qui aveva sede una delle migliori università cattoliche e il giovane Bellarmino vi completò gli studi teologici, trovando inoltre l'ambiente adatto per acquisire una notevole conoscenza sulle eresie più importanti del suo tempo.

L'opera come professore
Dopo l’ordinazione sacerdotale avvenuta a Gand il 25 marzo del 1570, Domenica delle palme, guadagnò rapidamente notorietà sia come insegnante sia come predicatore; in quest’ultima veste era capace di attirare al suo pulpito sia cattolici che protestanti, persino da altre aree geografiche. Gli fu conferito l'insegnamento della teologia a Lovanio nel 1570, e qui rimase per sei anni, fino al 1576. Distintosi in questi anni per la sua dotta eloquenza e sorprendente capacità di controbattere efficacemente le tesi calviniste, che si diffondevano ampiamente nei Paesi Bassi spagnoli, fu richiamato a Roma da Papa Gregorio XIII che gli affidò la cattedra di “Controversie”, cioè di Apologetica, da poco istituita nel Collegio Romano, attività che svolse fino al 1587. Da poco tempo si era concluso il Concilio di Trento e la Chiesa Cattolica, attaccata dalla Riforma protestante aveva necessità di rinsaldare e confermare la propria identità culturale e spirituale. L'attività e le opere di Roberto Bellarmino si inserirono proprio in questo contesto storico della Controriforma. Egli si dimostrò adeguato alle difficoltà del compito. Gli studi che intraprese per applicarsi nell'insegnamento e nelle lezioni, confluirono successivamente nella sua grande e più famosa opera di più volumi: Le controversie, cioè "Disputationes de controversiis christianae fidei adversus hujus temporis haereticos". Questa monumentale opera teologica rappresenta il primo tentativo di sistematizzare le varie controversie teologiche dell’epoca, ed ebbe un’enorme risonanza in tutta Europa; senza sviluppare nessuna aggressione polemica nei confronti della Riforma ma solo usando gli argomenti della ragione e della tradizione, Bellarmino espose in modo chiaro ed efficace le posizioni della Chiesa Cattolica. Presso le chiese protestanti in Germania ed in Inghilterra furono istituite specifiche cattedre d'insegnamento per tentare di fornire una replica razionale agli argomenti dell'ortodossia cattolica difesi da Bellarmino. A tutt'oggi non esiste un’opera di tale completezza, come questa nel campo apologetico, anche se, come si può facilmente intuire, l’avanzamento degli studi critici ha diminuito il valore di alcuni degli argomenti storici. L'instancabile azione di Bellarmino a difesa della fede cattolica, gli valse l'appellativo di "martello degli eretici".

La missione in Francia e il malinteso con Sisto V
Nel 1588 Roberto Bellarmino fu nominato direttore spirituale del Collegio Romano. In questo periodo collaborò intensamente con l'autorevole papa Sisto V nella riedizione di tutte le opere di Sant'Ambrogio, anche se non sempre ben compreso dal pontefice. Sembra che Sisto V non avesse simpatie per l'Ordine dei Gesuiti e per lo stesso Bellarmino. Nel 1590 fu inviato, e qualcuno suppone per essere allontanato da Roma, con la legazione guidata dal cardinal legato Enrico Caetani che papa Sisto V aveva inviato in Francia per difendere la Chiesa Cattolica nelle difficoltà scaturite dalla guerra civile tra cattolici ed ugonotti subito dopo l'assasinio del re Enrico III di Francia. Mentre si trovava in Francia fu raggiunto dalla notizia che Sisto V, che aveva in precedenza calorosamente accettato la dedica della sua opera “Le controversie”, stava ora per proporre di metterne il primo volume all’Indice. Il motivo era che nell'opera si riconosceva alla Santa Sede un potere indiretto e non diretto sulle realtà temporali. Bellarmino, la cui fedeltà alla Santa Sede era intensa e autentica, ne fu profondamente amareggiato. Tale imminente condanna fu evitata solo per l'improvvisa morte di Sisto V il 27 agosto 1590, a seguito di complicanze di una malattia infettiva, forse malaria. Tale malattia infettiva colpì Roma in quel periodo molto pesantemente causando molti decessi. Anche il pontefice successivo, Urbano VII, morì per la stessa malattia dopo pochi giorni dall'elezione pontificia. Circa "Le controversie" invece il nuovo papa Gregorio XIV fu francamente entusiasta di quest'opera, tanto che concesse ad essa persino l’onore di una speciale approvazione pontificia.

Il ritorno alla cattedra e la revisione della Vulgata
Quando la missione del cardinale Enrico Caetani era oramai al termine, Bellarmino riprese nuovamente il suo lavoro come insegnante e padre spirituale. Ebbe la consolazione di guidare negli ultimi anni della sua vita san Luigi Gonzaga, che morì appena 23enne al Collegio Romano nel 1591 dopo aver contratto un male per salvare un uomo affetto da peste ed abbandonato per strada. Bellarmino assistette Luigi Gonzaga fino al trapasso; e di lui negli anni successivi egli stesso ne promosse il processo di beatificazione presso la Santa Sede. Si augurò inoltre di poter avere la propria tomba vicino a quella del giovane e grande gesuita; cosa che effettivamente si realizzò.
In questo periodo egli fece parte della commissione finale per la revisione del testo della Vulgata. Questa revisione era stata oggetto di una specifica richiesta del concilio di Trento, per controbattere le tesi protestanti i papi posttridentini avevano operato per questo compito alacremente, portandolo quasi a realizzazione completa. Sisto V per quanto non dotato di competenze specifiche in materia biblica, aveva introdotto delle modifiche al Sacro Testo in modo eccessivamente leggero e rapido, con vistosi errori. Per accelerare i tempi aveva comunque fatto stampare questa edizione e in parte la fece distribuire con il proposito di imporne l’uso con una sua bolla. Tuttavia morì prima della promulgazione ufficiale e i suoi immediati successori procedettero subito a togliere dalla circolazione l'edizione errata per farne una corretta. Il problema consisteva nell’introdurre un’edizione più corretta senza però screditare inutilmente il nome di Sisto V. Bellarmino propose che la nuova edizione dovesse portare sempre il nome di Sisto V, con una spiegazione introduttiva secondo la quale, a motivo di alcuni errori tipografici o di altro genere, già papa Sisto aveva deciso che una nuova edizione dovesse essere intrapresa. La sua dichiarazione, dal momento che non c'era prova contraria, dovette essere considerata come risolutiva, tenendo conto di quanto serio e responsabile egli fosse stimato dai suoi contemporanei. In tal modo la nuova edizione corretta non poteva essere rifiutata in quanto non macchiava la reputazione dei membri della commissione preposta alla nuova stesura, i quali accolsero il suggerimento di Bellarmino. Lo stesso pontefice Clemente VIII, si trovò pienamente d'accordo con tale risoluzione, e concesse il suo "imprimatur" alla prefazione del Bellarmino nella nuova edizione.
Angelo Rocca, il segretario della commissione deputata alla revisione, scrisse di suo pugno una bozza della prefazione in cui dichiarava:
«[Sisto] quando iniziò a rendersi conto che c’erano errori tipografici ed altre opinioni scientifiche, cosicché si poteva, o meglio doveva, prendere una decisione sul problema, e pubblicare una nuova edizione della Volgata, siccome morì prima, non fu in grado di realizzare quanto aveva intrapreso.»
Questa bozza, alla quale quella del Bellarmino fu preferita, è tuttora esistente, allegata alla copia dell’edizione Sistina in cui sono segnate le correzioni della Clementina, e può essere consultata nella Biblioteca Angelica di Roma.

La nomina a cardinale
Nel 1592 Bellarmino divenne Rettore del Collegio Romano, incarico che svolse per circa due anni fino al 1594. Nel 1595 divenne Preposito dell'Ordine gesuita per la provincia di Napoli. Nel 1597 papa Clemente VIII lo richiamò a Roma dopo la morte nel settembre 1596 del suo consultore teologo pontificio il cardinale gesuita Francisco de Toledo Herrera. Bellarmino fu allora nominato consultore teologo, oltre che "Esaminatore per la nomina dei Vescovi" , "Consultore del Sant'Uffizio" e teologo della sacra Penitenzieria. Sempre nel 1597 dopo la morte del duca Alfonso II d'Este, non avendo questi eredi e con l'appoggio del re francese Enrico IV, lo Stato della Chiesa rientrò in possesso dei territori del ducato di Ferrara. In tale occasione Bellarmino accompagnò il papa in visita al ducato, nuovo territorio dello Stato della Chiesa. Nel concistoro del 3 marzo 1599 il papa lo fece cardinale presbitero e il 17 marzo gli consegnò la berretta rossa con il titolo di Santa Maria in Via, indicando la motivazione di questa nomina con le parole: La Chiesa di Dio non ha un soggetto di pari valore nell’ambito della scienza. Si racconta che Bellarmino tentò in tutti i modi di far cambiare idea al papa, non volendo ricevere questa carica, ma il pontefice alla fine glielo impose con la superiore autorità. Negli anni successivi Bellarmino fu bonariamente descritto come "il gesuita vestito di rosso", in relazione all'abito cardinalizio che contrastava con la tonaca nera dei gesuiti. Nonostante questa nomina, egli non cambiò il suo austero e sobrio stile di vita, e tutte le sue rendite e gli introiti economici conseguenti alla sua nomina e alle sue attività furono massimamente devolute per i poveri.

Il caso Giordano Bruno
Il caso di Giordano Bruno, filosofo e frate domenicano condannato al rogo per eresia, fu un evento che scaturì dalla reazione dura controriformista ai tentativi di modificare i temi della fede religiosa iniziati alcuni decenni prima con la riforma protestante. Il frate domenicano condannato per le sue idee anche dalla chiesa luterana e da quella calvinista, si era fatto promotore di nuove idee religiose e filosofiche che si ponevano in netta antitesi con quella della Chiesa di cui tra l'altro faceva parte integrante. L'istruzione dell'inchiesta e del processo ebbe luogo nel 1593 e la sentenza fu emessa nel 1600: coinvolse Bellarmino dal 1597, da quando cioè fu nominato consultore del Santo Uffizio. Il Bellarmino ebbe alcuni colloqui con il frate domenicano e durante questi, egli tentò di fare abiurare le molte tesi francamente eretiche del frate domenicano, nel probabile tentativo di salvargli la vita, poiché la condanna per eresia era inevitabilmente capitale. La lunga durata del processo fu causata dal fatto che Giordano Bruno non ebbe un comportamento lineare nell'ammettere la ereticità delle proprie posizioni. Durante i venti interrogatori a cui Giordano Bruno venne sottoposto, gli inquisitori ricorsero anche alla tortura.
Durante la fase processuale la Congregazione fece esaminare da Bellarmino una dichiarazione di Giordano Bruno su otto proposizioni che gli erano state contestate come eretiche. Il 24 agosto 1599 il cardinale Bellarmino riferì alla Congregazione che, nello scritto, Giordano Bruno aveva ammesso come eretiche sei delle otto proposizioni, mentre sulle altre due la sua posizione non appariva chiara: «videtur aliquid dicere, si melius se declararet». La completa ammissione avrebbe risparmiato la condanna a morte. Ma alla fine Giordano Bruno preferì mantenere le precedenti posizioni francamente eretiche decidendo di affrontare la condanna a morte. A condanna ormai prossima all'imputato venne concesso di affrontare una morte meno straziante, ma Giordano Bruno preferì affrontare la pena prevista cioè il rogo, che ebbe luogo a Roma in piazza Campo de' Fiori il 17 febbraio 1600.

Il caso Galileo Galilei
Galilei ebbe due processi presso il Santo Uffizio: uno nel 1616 e l'altro nel 1633. I processi ebbero luogo fondamentalmente poiché la teoria eliocentrica era considerata eretica dai teologi. Infatti, sostenendo che il sole fosse fisso al centro dell'universo si smentivano alcune frasi contenute nella Bibbia dove si cita o che Dio fermò il sole, o che la terra è immobile al centro dell'universo. La dottrina prevalente in quel tempo era infatti che l'infallibilità della bibbia comprendesse anche il significato letterale, e non solo quello simbolico.
Comunque il Galilei non fu mai condannato per eresia, avendo egli obbedito ai precetti del Sant'uffizio. Ed egli non rinnegò mai la fede cattolica, anzi fino alla sua morte si professò cattolico praticante ottenendo l'indulgenza plenaria in prossimità della sua morte. Era del resto intimo amico con molti cardinali e in particolare con Maffeo Barberini futuro papa Urbano VIII oltre che con lo stesso Bellarmino.
Inoltre a differenza di quanto alcuni pensano, il Galilei non fu mai sottoposto a tortura, e non proferì mai la famosa frase: "Eppur si muove", che invece gli fu attribuita circa un secolo dopo dal giornalista Giuseppe Baretti nel 1757 a Londra. Anche nel processo contro Galileo Galilei, alcuni storici hanno voluto vedere una partecipazione decisiva del cardinale Bellarmino e su una posizione oscurantista. Bellarmino fu coinvolto solo nel primo processo poiché nel secondo, quando Galilei fu condannato al carcere, egli era già deceduto.
Tutti i documenti oggi in nostro possesso dimostrano chiaramente che il cardinale Bellarmino ebbe rapporti molto cordiali se non amichevoli con lo scienziato, sia epistolari che diretti, anche dopo la denuncia di Tommaso Caccini davanti al Santo Uffizio nel 1615.
Durante la prima inchiesta su Galilei, nell'anno 1616, si ebbe l'esame presso il Santo Uffizio della teoria eliocentrica e durante tale valutazione fu ascoltato il Galilei stesso che giunse a Roma. Questi ebbe colloqui diretti anche con il papa Paolo V che invitò il cardinale Bellarmino, che faceva parte del Santo Uffizio, sempre in relazione alla frase della Bibbia, ad ammonire il Galilei di non insegnare le due tesi principali sull'eliocentrismo. In tale occasione la teoria eliocentrica copernicana fu condannata dal Santo Uffizio che si espresse in modo definitivo nel marzo 1616. Essa fu condannata come falsa e formalmente eretica, lasciando la possibilità di fare riferimento ad essa come semplice modello matematico.
Il cardinale Bellarmino aveva espresso una posizione aperta, almeno in linea di principio, nei confronti dello scienziato, senza comunque mai rinnegare le decisioni del Santo Uffizio, in particolare non ammettendo eccezioni alla infallibilità della bibbia, nemmeno nel senso letterale della scrittura. Tale posizione è espressa in una lettera inviata il 12 aprile 1615 a padre Paolo Antonio Foscarini, cattolico sostenitore dell'eliocentrismo ed amico di Galilei, nella quale sosteneva di non potere escludere a priori l'attendibilità della teoria eliocentrica, ma rimandando qualsiasi tentativo di proporla come descrizione fisica solo dopo che si avesse avuta la prova concreta e definitiva.
Inoltre poco dopo la condanna dell'eliocentrismo presso il Santo Uffizio del 1616, Galilei stesso chiese ed ottenne un colloquio privato con il cardinale Bellarmino. Il 24 maggio 1616 il cardinale Bellarmino firmò su richiesta dello stesso Galilei, una dichiarazione nella quale si affermava che non gli era stata impartita nessuna penitenza o abiura per aver difeso la tesi eliocentrica ma solo una denuncia all'Indice.
Quel colloquio fu poi ricomposto in modo inventato ad arte e successivamente divulgato, da un grande nemico di Galilei, padre Seguri. In questo verbale apocrifo si diceva che Bellarmino ammoniva Galilei, pena il carcere, di non persistere sulla tesi eliocentrica; cosa niente affatto vera. Questo documento falsificato fu poi utilizzato anni dopo nel secondo processo contro Galilei, ma il cardinale Bellarmino era ormai morto e non poteva più testimoniare in favore di Galilei e smentire la veridicità di tale verbale.

Le dispute
Poco tempo dopo la sua elezione a cardinale, Bellarmino venne nominato, insieme al cardinale Girolamo Bernerio domenicano, vescovo di Ascoli Piceno, ad assistente dei cardinali Ludovico Madruzzo e Pompeo Arrigoni, presidenti della Congregazione “De Auxiliis Divinae Gratiae”, congregazione istituita nel 1597 da papa Clemente VIII per ricomporre una controversia sorta tra Tomisti guidati dal domenicano Domingo Bañez e Molinisti a proposito della natura dell’armonia tra grazia efficace e libertà umana. In tale diatriba che si trascinerà per diversi decenni, si contrapponevano gesuiti molinisti e domenicani tomisti. I primi accusavano di eresia calvinista i tomisti, mentre questi ultimi accusavano di eresia pelagiana i molinisti.
Il parere di Bellarmino sin dall'inizio fu che tale questione di natura squisitamente dottrinale non dovesse essere risolta con un intervento autoritativo, ma lasciata ancora alla discussione tra i diversi indirizzi e che ai contendenti di entrambi i campi fosse seriamente proibito di indulgere a censure o condanne dei rispettivi avversari. Pur conciliante, Bellarmino prese però apertamente le difese di un suo discepolo, frate Leonardo Leys gesuita, coinvolto nella diatriba scoppiata all'Università di Lovanio; e in tale occasione scrisse una bozza, "De Controversia Lovaniensi" che indirizzò ai cardinali Mandruzzo e Arrigoni, presidenti della Congregazione "De Auxiliis Divinae Gratiae". In questa disputa Bellarmino si confrontò tramite altri scritti con un famoso teologo spagnolo dell'Università di Salamanca, padre Domingo Bañez a sua volta direttamente in disputa con il padre gesuita Luis Molina. Clemente VIII all’inizio si mostrò propenso ad accettare questa idea conciliante di Bellarmino, ma successivamente cambiò idea, e decise di dare una più precisa definizione dottrinale in favore della tesi tomista. La Congregazione "De Auxiliis" condannò quindi le tesi di Luis Molina come eretiche. La presenza del cardinale Bellarmino nella Curia Romana in tal senso, forse divenne imbarazzante, ed egli probabilmente anche per tale motivo lo nominò il 18 marzo 1602 arcivescovo di Capua, sede resasi proprio allora vacante. Clemente VIII volle comunque consacrarlo con le sue mani, un onore che abitualmente i papi concedono come segno di stima speciale. Il nuovo arcivescovo partì subito per la sua sede, e si distinse degnamente nel suo ministero.
Nel marzo 1605 Clemente VIII morì e gli succedette prima Leone XI che regnò solo ventisei giorni, e poi Paolo V. Nel primo e nel secondo conclave, ma soprattutto in quest'ultimo, il nome di Roberto Bellarmino fu spesso dinanzi alle intenzioni degli elettori, specialmente a motivo delle afflizioni subite, ma il fatto che fosse un gesuita costituì un impedimento secondo il giudizio di molti cardinali. Racconta Ludwig Von Pastor, storico vaticanista, che nei primi giorni del secondo conclave del 1605 un gruppo di cardinali tra i quali Baronio, Sfondrati, D'Acquaviva, Farnese, Sforza e Piatti si adoperarono per far eleggere il cardinale gesuita Bellarmino; ma questi era contrario tanto che saputo della sua candidatura rispose che avrebbe volentieri rinunciato anche al titolo cardinalizio; invece il suo appoggio durante il conclave fu rivolto verso il cardinal Baronio con il quale condivideva una reciproca stima ed una sincera amicizia. Del resto si accertò in seguito che il re spagnolo Filippo II aveva espresso un vero e proprio veto nei confronti di entramibi i cardinali Baronio e Bellarmino, ritenuti troppo intransigenti e quindi poco inclini a favorire qualsiasi parte politica. In conclave si trovò poi l'accordo sul cardinale Camillo Borghese.
Il nuovo Papa Paolo V, eletto quindi con l'accordo delle maggiori potenze cattoliche, insistette nel tenere Bellarmino con sé a Roma, e il cardinale chiese che almeno egli fosse esonerato dal ministero episcopale, le cui responsabilità egli non era più in grado di adempiere. Fu nominato allora, membro del Santo Uffizio e di diverse congregazioni, e successivamente consigliere principale della Santa Sede nel settore teologico della sua amministrazione. La disputa “De Auxiliis”, che alla fine Clemente non aveva avuto modo di portare a termine, fu conclusa con una decisione che ricalcò le linee dell’originaria proposta di Bellarmino.
Il 1604 segnò l’inizio della contesa tra la Santa Sede e la Repubblica di Venezia, che senza consultare il Papa e versando in cattive condizioni finanziarie, aveva abrogato la legge di esenzione del clero dalla giurisdizione civile e tolto alla Chiesa il diritto di possedere beni immobili. La disputa portò ad una guerra di libelli durante la quale le difese della parte repubblicana furono sostenute da Giovanni Marsilio e dal frate servita Paolo Sarpi, che si erano posti in netto contrasto con la Chiesa cattolica. In questa disputazione la Santa Sede fu difesa nobilmente dal cardinal Bellarmino e dal cardinal Baronio. A tal proposito alcuni contempoarnei descrivono chiaramente l'atteggiamento di profonda e non celata stima che Bellarmino aveva per il frate servita, nonostante la netta contrapposizione.
Contemporaneamente alle dispute con la Repubblica Veneziana, ci furono quelle concernenti il Giuramento inglese di lealtà. Nel 1606, in aggiunta alle vessazioni già imposte ai cattolici inglesi dai monarchi inglesi, fu chiesto, sotto pena di prœmunire, di prestare un giuramento di fedeltà abilmente formulato con tale astuzia che un cattolico, nel rifiutarlo, sarebbe potuto apparire come un cittadino che si sottraeva ai suoi doveri civili e quindi perseguibile, mentre, se lo avesse effettuato, avrebbe non solo rifiutato ma persino condannato come empio ed eretico l’insegnamento sul potere di deporre, ossia, del potere di deporre un sovrano che, giustamente o erroneamente, la Santa Sede aveva rivendicato ed esercitato per secoli con la piena approvazione della cristianità, e che, anche in quel periodo, la stragrande maggioranza dei teologi continuava a sostenere. Poiché la Santa Sede aveva proibito ai cattolici di prestare questo giuramento, il re inglese Giacomo I d'Inghilterra, divenuto re dopo la morte di Elisabetta I ed essendo re di Scozia, di fede protestante, scrisse la difesa di tale giuramento in un libro intitolato Tripoli nodo triplex cuneus; Bellarmino replicò al monarca con il suo Responsio Matthei Torti. Altri trattati seguirono dall’uno e dall’altro campo, e risultato di uno di essi, fu lo scritto a confutazione del potere di deporre i sovrani da parte di William Barclay, famoso giurista scozzese, residente in Francia, al quale si contrappose la replica di Bellarmino. Le confutazioni del giurista scozzese furono poi utilizzate dal Parlamento parigino, di orientamento regalista. La conseguenza fu che, a seguito della dottrina della via media del potere indiretto di deporre i sovrani, Bellarmino fu condannato nel 1590 come troppo incline alle posizioni regaliste e nel 1605 come eccessivamente papalista. Tali posizioni antiregaliste di Bellarmino si rifletteranno nei secoli successivi sulla sua causa di beatificazione.
Altro argomento di contrapposizione fu, proprio agli inizi del Seicento, la diffusione in Francia del cosiddetto gallicanesimo. In sostanza si verificò nella Chiesa francese un progressivo distacco dall'autorità centrale della Santa Sede, con profusioni di scritti e opere teologiche che appunto portavano ragioni per tale distacco. Si giunse a non riconoscere nella figura del papa la massima autorità teologica, con un contemporaneo riconoscimento della grande autorità del re anche sulla chiesa stessa. Anche in questa disputa si inserì l'opera di Bellarmino, che nel 1610 in risposta alle tesi del gallicanesimo, scrisse Tractatus De Potestate Summi Ponteficis in rebus temporalibus, nel quale si esponevano chiaramente i motivi della supremazia dell'autorità papale su quella monarchica.

La morte ed il culto
Negli ultimi anni il cardinale Roberto Bellarmino continuò il suo austero modo di vivere che aveva sempre praticato, dedicando molto del suo tempo alla preghiera e ai digiuni, nonostante la sua salute piuttosto precaria. Continuò a fare molte elemosine ai poveri, ai quali lasciò praticamente tutti i suoi averi, tanto che fu sempre molto amato dai romani; contribuì a far concedere l'approvazione pontificia alla fondazione del nuovo Ordine della Visitazione di San Francesco di Sales; si impegnò per la beatificazione di San Filippo Neri; inoltre portò a termine la stesura di un "grande catechismo" e di un "piccolo catechismo", quest'ultimo in particolare ebbe notevole successo e fu ampiamente utilizzato fino a tutto il XIX secolo; infine compose un piccolo e anch'esso famoso testo "De arte bene moriendi" oltre che una sua "Autobiografia".
Fu nominato Camerlengo del Sacro Collegio dal 9 gennaio 1617 all'8 gennaio 1618. Successivamente fu Prefetto della Sacra Congregazione dei Riti e poi della Sacra Congregazione dell'Indice. Egli visse ancora per assistere ad un altro conclave, quello che elesse Gregorio XV nel febbraio 1621. La sua salute stava rapidamente declinando e nell’estate dello stesso anno gli fu permesso di ritirarsi a Sant’Andrea al Quirinale, sede del noviziato dei gesuiti, per prepararsi al trapasso. Qui spirò il 17 settembre 1621 tra le ore 6 e le 7 del mattino. Alla sua morte il suo corpo fu deposto nella cripta della casa professa, la Chiesa del Gesù a Roma e dopo circa un anno fu posto nel sepolcro che aveva ospitato il corpo di Sant'Ignazio di Loyola. Di lui disse Francesco di Sales che era "fontana inesauribile di dottrina".
Poco dopo la sua morte la Compagnia di Gesù ne propose la causa di beatificazione che ebbe effettivamente inizio nel 1627 durante il pontificato di Urbano VIII, quando gli fu conferito il titolo di venerabile. Tuttavia un ostacolo di natura tecnica, proveniente dalla legislazione generale sulle beatificazioni, emanata da Urbano VIII, comportò una dilazione. Poi l'iter si arenò e anche se la causa fu reintrodotta in numerose occasioni negli anni 1675, 1714, 1752, 1832, e nonostante ad ogni ripresa la grande maggioranza dei voti fosse favorevole alla sua beatificazione, l'esito positivo arrivò solamente dopo molti anni. Il motivo fu in parte legato al carattere influente di alcuni prelati che espressero parere negativo, e in particolare il cardinale e santo Gregorio Barbarigo, il cardinale domenicano e tomista Girolamo Casanate, il famoso cardinale Decio Azzolino juniore nel 1675; il potente cardinale Domenico Passionei nel 1752; quest'ultimo in particolare in frequente contrasto con i gesuiti e vicino alle tesi gianseniste opposte alla tesi molinista della grazia efficace. Inoltre secondo molti, la causa principale fu il parere circa l'opportunità politica internazionale, dal momento che il nome del cardinale Bellarmino era strettamente associato ad una visione dell’autorità pontificia in netto contrasto con i politici regalisti della corte di Francia dei secoli XVIII e XIX. A tal proposito basti la citazione di Papa Benedetto XIV che scrisse al cardinale de Tencin:
«Noi abbiamo confidenzialmente detto al Generale dei Gesuiti che il ritardo della causa è motivato non da materie di poco conto attribuite a suo carico dal cardinale Passionei, ma dalle infelici circostanze dei tempi»(Études Religieuses, 15 aprile 1896).)
Il 22 dicembre 1920 papa Benedetto XV riassumendo l'iter per la sua beatificazione, promulgò il decreto della eroicità delle sue virtù; poi il 13 maggio 1923, durante il pontificato di Pio XI, fu celebrata la sua beatificazione e dopo sette anni, il 29 giugno 1930 fu canonizzato. Più breve è stato quindi il processo di canonizzazione e ancora più rapida la nomina a Dottore della Chiesa, conferitagli il 17 settembre 1931 sempre da parte di Pio XI.
La sua festa liturgica è attualmente il 17 settembre giorno del suo trapasso mentre in passato era il 13 maggio giorno della sua beatificazione; è santo patrono della Pontificia Università Gregoriana, dove è comunque commemorato il 13 maggio, dei catechisti, degli avvocati canonisti, dell'arcidiocesi della città di Cincinnati negli USA.
Dal 21 giugno 1923 il suo corpo è venerato dai fedeli nella terza cappella di destra della chiesa di Sant'Ignazio di Loyola a Roma, chiesa del Collegio Romano che conserva le reliquie di altri santi gesuiti tra cui San Luigi Gonzaga. Le ossa del suo scheletro sono state ricomposte ed unite con fili d'argento e rivestite con l'abito cardinalizio mentre il volto e le mani sono state ricoperte d'argento; così appare sotto l'altare a lui dedicato.
Alcuni fedeli a lui devoti usano fare questa preghiera: "O Dio, che per il rinnovamento spirituale della Chiesa ci hai dato in San Roberto Bellarmino vescovo un grande maestro e modello di virtù cristiana, fa' che per sua intercessione possiamo conservare sempre l'integrità di quella fede a cui egli dedicò tutta la sua vita".
A lui è intitolato il "Collegio Bellarmino" sito nel Palazzo Gabrielli-Borromeo a Roma in via del Seminario, di antica storia e appartenente ai gesuiti. Qui attualmente risiedono i giovani padri gesuiti che frequentano i corsi della Pontificia Università Gregoriana e di altre pontificie università a Roma.

* 1663 - Carlo Garavaglia, scultore e intagliatore italiano (n. 1617). Operante in Lombardia e autore, tra le altre opere, del coro ligneo dell’abbazia di Chiaravalle a Milano

▪ 1863 - Alfred Victor de Vigny (Loches, 27 marzo 1797 – Parigi, 17 settembre 1863) è stato uno scrittore, drammaturgo e poeta francese.
Alfred de Vigny nacque da una famiglia aristocratica. Suo padre era un veterano della Guerra dei Sette Anni; sua madre, di vent'anni più giovane del marito, donna di forte carattere, ispirata da Jean-Jacques Rousseau, si incaricò personalmente dell'educazione del figlio durante i primi anni. Come per tutte le famiglie nobili della Francia, la Rivoluzione francese diminuì considerevolmente il suo tenore di vita. Dopo la disfatta di Napoleone a Waterloo ritornò la monarchia con Luigi XVIII, fratello di Luigi XVI, nel 1814.
Sottotenente nei gendarmes rouges (1814), entrò, nel 1815, nella guardia reale appiedata, venne promosso capitano nel 1823, e inviato alla frontiera durante la guerra di Spagna; diede le dimissioni nel 1828. Si trasferì a Parigi con la moglie inglese Ms Lydia Bunbury che aveva sposato nel 1825 e divenne un habitué del Cenacolo romanticista i cui membri si riunivano a casa di Victor Hugo.
Da sempre attirato dalla letteratura, e particolarmente dotato nella storia francese e biblica, cominciò a scrivere versi nel 1815. La sua prima raccolta apparve nel 1822 (Poèmes); nel 1826, ne fece una nuova edizione (Poèmes antiques et modernes), aggiungendone alcuni, tra i quali Moise (Mosè), Eloa, Le Déluge (Il Diluvio) e Le Cor (Il corno da caccia ). Nel 1837, aggiunse: La Neige, Madame de Soubise, La Frégate, La Sérieuse, Paris, Les Amants de Montmorency.
Cinq-Mars, l'opera in prosa narrativa di Vigny, uscì nel 1826. Romanzo storico ispirato dal complotto che Enrico di Cinq-Mars, giovane marchese d'Effiat, organizzò per destituire Richelieu. Vigny, magnificando il personaggio di Cinq-Mars, si schierò in favore di un'aristocrazia rimasta fedele a un ideale nobile, generoso e ardito. Modificò sensibilmente gli eventi storici: la storia cita che il complotto era stato dettato da ambizioni personali e non dalla fedeltà al re.
Vigny lavorò con Emile Deschamps, per una produzione di Romeo e Giulietta nel 1827 e nel 1829 rielaborò Le More de Venise (Il Moro di Venezia). Presentò nel 1831 la sua prima opera teatrale originale La Maréchale d'Ancre, un dramma storico sugli avvenimenti del regno di Luigi XIII di Francia. In questa occasione conobbe l'attrice Marie Dorval che divenne sua amante fino al 1838. Nel 1835, venne messo in scena il dramma Chatterton nel quale Marie Dorval fu applaudita nel ruolo di Kitty Bell. Chatterton è considerato uno dei più significativi drammi romantici francesi, tratto da uno dei tre episodi di Stello (1832) nel quale l'autore sviluppa l'idea del poeta reietto della società moderna. Servitude et grandeur militaires (Servitù e grandezza militari) del 1835 è la rievocazione della sua lunga esperienza di soldato.
Benché Alfred de Vigny avesse avuto successo come autore, la sua vita personale non fu felice. Il matrimonio fu deludente (la moglie si rivelerà una donna superficiale, poco interessata alla letteratura e alla lingua francese che non parlerà mai correntemente e diventò ben preso obesa), la relazione con Marie Dorval fu tempestosa e all'insegna della gelosia e il suo talento letterario fu eclissato da altri. Dopo la morte della madre nel 1838, ereditò la proprietà di Maine-Giraud, ad Angoulême, dove si ritirò e dove scrisse alcune delle sue poesie più celebri, compreso La Mort du lup (La morte del lupo) e La Maison du berger (La casa del pastore) considerata da Marcel Proust la migliore poesia del XIX secolo. Nel 1845, dopo diversi tentativi fu eletto membro dell'Académie française dove fu ricevuto scortesemente da Molé.
Durante i suoi ultimi anni smise di pubblicare, benché continuasse a scrivere, e il suo diario è reputato dagli accademici moderni un grande lavoro su sé stesso. Vigny si considerava più un filosofo che un autore letterario; fu uno dei primi autori francesi ad interessarsi al buddismo. La sua filosofia di vita era pessimista e stoica, ma dava importanza alla fratellanza umana, la cultura della conoscenza e la solidarietà, come valori primari. Impiegò diversi anni per scrivere il secondo volume di versi Les Destinées (I destini) che concluse con il suo messaggio finale al Mondo, L'esprit pur (Lo spirito puro) e che venne pubblicato dopo la sua morte. Così come uscì postumo il Journal d'un poète, raccolta di note filosofiche, di riflessioni e abbozzi pubblicato da Louis Ratisbonne nel 1867.
A Parigi, il 17 settembre 1863, a pochi mesi dal decesso della moglie, Vigny morì per un tumore allo stomaco, dopo un anno di sofferenze fisiche coraggiosamente sopportate. Fu sepolto nel cimitero di Montmartre.

▪ 1946 - Bernard Groethuysen (Berlino, 9 gennaio 1880 – Parigi, 17 settembre 1946) è stato un filosofo, sociologo, storico delle idee e critico letterario tedesco.
Groethuysen figlio di padre olandese e madre russa, studiò filosofia a Vienna, Monaco e Berlino dove seguì gli insegnamenti di Theodor Gomperz, Georg Simmel, Heinrich Wölfflin e di Wilhelm Dilthey di cui divenne allievo.
Nel 1906 fu insegnante a Berlino dove rimase sino a quando diffondendosi il nazismo in Germania preferì dare le sue dimissioni e stabilirsi nel 1932 in Francia dove successivamente ebbe la naturalizzazione. Qui strinse amicizia con il letterato André Gide con cui condivideva l'ostilità al regime nazista. Visse anche, dopo l'invasione nazista della Francia, negli Stati Uniti.
Seguace della filosofia di Dilthey egli preannunciò i temi di quell'esistenzialismo marxista che piuttosto che tentare di capire la realtà attraverso le leggi scientifiche preferì comprendere la natura umana tramite l'interpretazione della sua storia.
Sulla linea di Max Weber e della sua teoria sulle origini del capitalismo compose un'apprezzata opera sulla genesi della borghesia francese e della sua mentalità dal titolo Die Entstehung der bürgerlichen Welt- und Lebensanschauung in Frankreich, in due parti, 1927-30, trad. it. del I vol. con il titolo Origini dello spirito borghese in Francia. La chiesa e la borghesia, (1949).
Groethuysen è noto per i suoi studi di antropologia (Philosophische Anthropologie del 1928) e della Rivoluzione francese (Philosophie de la revolution française del 1956; trad. it. 1967).

Bibliografia
▪ B. Groethuysen, Le origini dello spirito borghese in Francia. Cattolicesimo e terzo stato.
Il Saggiatore, Milano, 1975
▪ B. Groethuysen, Filosofia della rivoluzione francese. Le idee che hanno cambiato il mondo.
▪ Il Saggiatore, Milano, 1975

▪ 1948 - Ruth Fulton Benedict (New York, 5 giugno 1887 – New York, 17 settembre 1948) è stata un'antropologa statunitense.
Studiò presso il Vassar College. Nel 1914 sposò Stanley Benedict che morì nel 1936. Nel 1921 venne ammessa alla Columbia University dove studiò antropologia con Franz Boas e dove si laureò nel 1923 ottenendo in seguito una cattedra.
Sono celebri i suoi studi sulle popolazioni native del Nord-America, gli Zuni, i Serrano, i Cochiti, i Pima e gli Hopi nell'area sudorientale degli USA.
Nella sua opera più celebre, Modelli di cultura (1934), la Benedict ha messo a confronto tre civiltà primitive: i Pueblos del Nuovo Messico, i Dobu della Nuova Guinea e gli Indiani della costa nord-occidentale d'America (principalmente i Kwakiutl). Influenzata forse dalla sua formazione letteraria, secondo cui le culture – come le poesie – vanno viste nella loro interezza, comprendendone le “forze dominanti”, la Benedict ha rintracciato in ognuna di queste culture una categoria derivata dalla psicopatologica (paranoici, megalomani, introversi) applicandovi inoltre la distinzione di Nietzsche tra cultura apollinea e dionisiaca. La cultura in questo senso sarebbe quindi una sorta di personalità su vasta scala comune a tutti gli individui facenti parte di un determinato gruppo sociale. Il concetto di “modello di cultura” sta dunque a indicare l’insieme dei tratti e delle peculiarità che caratterizzano una determinata cultura, sancendone l’individualità rispetto a ogni altra. I tratti di per sé possono far parte di più culture, ma è la particolare configurazione di questi tratti a rendere unica ogni cultura. Le culture sarebbero come dei "complessi integrati", cioè insiemi coerenti di pensieri e di azioni caratterizzati da certi scopi caratteristici che sono propri e non condivisi da nessun altro tipo di società. Nel 1944 la Benedict utilizzò questo approccio nel suo studio sugli immigrati giapponesi che vivevano negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale, commissionato dal Servizio Informazioni Militari interessato a saperne di più sulla mentalità del nemico che stavano combattendo. L’alterità estrema che il Giappone ha sempre costituito agli occhi dell’Occidente fu in parte attenuata dalle ricerche della Benedict, che studiò appunto i modelli culturali che regolano l’esistenza dei giapponesi. Risultato di questo lavoro fu la sua celebre opera Il crisantemo e la spada (1946) dove per prima utilizzò la categoria "cultura di vergogna" (shame culture).
Per lungo tempo fu sua assistente Margaret Mead con la quale fece diversi viaggi di studi e sviluppò un legame accademico e di amicizia molto stretto. Nei movimenti studenteschi degli anni sessanta i risultati degli studi effettuati dalla Benedict e dalla Mead furono utilizzati - e a volte interpretati secondo tendenza - per mettere in discussione le strutture e tradizioni patriarcali.
Ruth Benedict fu una delle prime donne a occuparsi di antropologia ed ebbe difficoltà a farsi accettare dall'establishment accademico, diversi suoi scritti non furono mai pubblicati.
Scrisse e pubblicò anche poesie usando lo pseudonimo di Anne Singleton.

Opere
▪ Modelli di cultura, Milano, 1960.
▪ Il crisantemo e la spada. Modelli di cultura giapponese, Bari, 1968.
▪ Race - Science and Politics, New York, 1940.

* 1967 - Adrienne von Speyr (La Chaux-de-Fonds, 20 settembre 1902 – Basilea, 17 settembre 1967) è stata un medico e mistica svizzera, una delle più importanti mistiche cattoliche del XX secolo.
Grande fu il suo influsso sul pensiero di Hans Urs von Balthasar, uno dei maggiori teologi cattolici del XX secolo. Esercitò la professione di medico, ma questo non le impedì una profonda vita spirituale. La sua mistica si caratterizza per un robusto orientamento di adesione al dogma cristiano, con particolare riferimento al Mistero trinitario. Per la von Speyr la vita di fede è fonte di gioia e di pace, anche se non viene risparmiata al credente (e tanto meno al mistico) la croce: in questo senso importanti sono le sue esperienze relative al sabato santo.

I suoi riferimenti
Tra i suoi riferimenti "spirituali" preferiti Santa Teresa di Lisieux e Santa Caterina da Siena, non Santa Teresa d'Avila (così riporta von Balthasar nella prefazione a Mistica oggettiva). Grande fu la sua ammirazione per San Giovanni evangelista, e uno dei suoi scritti più importanti è il commento all'Apocalisse.

Opere
Le sue opere sono tradotte in italiano per i tipi della Jaca Book di Milano. Tra le altre ricordiamo: Mistica oggettiva, Esperienze di preghiera e Maria nella redenzione.

* 1994 - Karl Popper, filosofo austriaco (n. 1902)
Sir Karl Raimund Popper (Vienna, 28 luglio 1902 – Londra, 17 settembre 1994) è stato un filosofo e epistemologo austriaco, naturalizzato britannico. È considerato uno dei più influenti filosofi del Novecento.

Popper è anche considerato un filosofo politico di statura considerevole, difensore della democrazia e del liberalismo e avversario di ogni forma di totalitarismo. Egli è noto per il rifiuto e la critica dell'induzione, la proposta della falsificabilità come criterio di demarcazione tra scienza e non scienza, la difesa della "società aperta".

Nato a Vienna nel 1902 da una famiglia della media borghesia di origini ebraiche, Karl Popper studia presso l'Università di Vienna. Nel 1919 rimane attratto dal marxismo e di conseguenza entra a far parte dell’Associazione degli Studenti Socialisti e diventa anche membro del Partito Socialdemocratico Austriaco, partito che a quel tempo aveva adottato pienamente l’ideologia marxista. Deluso dalle restrizioni filosofiche imposte dal materialismo storico di Marx, abbandona l’ideologia marxista rimanendo un sostenitore del liberalismo sociale per tutta la sua vita. Nel 1928 consegue il dottorato in Filosofia e tra il 1930 e il 1936 insegna nelle scuole secondarie. Nel 1937, in seguito all'avvento del nazismo decide di emigrare in Nuova Zelanda e diventa lecturer di filosofia presso l'Università di Canterbury a Christchurch. Nel 1946, si trasferisce in Inghilterra, dove insegna logica e metodo scientifico alla London School of Economics e diventa professore nel 1949. Proclamato baronetto dalla regina Elisabetta II nel 1965, nel 1976 è ammesso come membro della Royal Society. Egli si ritira dall'insegnamento nel 1969 ma rimane intellettualmente attivo fino al 1994.

Durante la sua vita Popper viene insignito di diversi riconoscimenti, tra cui il Premio Lippincott dell'American Political Science Association, il Premio Sonning e l'ingresso alla Royal Society, alla British Academy, alla London School of Economics, al Kings College di Londra e al Darwin College di Cambridge. Anche l'Austria gli riserva diversi riconoscimenti.

Scienza: problemi, congetture, confutazioni
Popper ha coniato l'espressione razionalismo critico per descrivere il proprio approccio filosofico alla scienza. L'espressione implica il rifiuto dell'empirismo logico, dell'induttivismo e del verificazionismo. Popper afferma che le teorie scientifiche sono proposizioni universali, espresse al modo indicativo, la cui verosimiglianza può essere controllata solo indirettamente a partire dalle loro conseguenze. La conoscenza umana è di natura congetturale e ipotetica, e trae origine dall'attitudine dell'uomo di risolvere i problemi in cui si imbatte, intendendo per problema la contraddizione tra quanto previsto da una teoria e i fatti osservati. Popper pone al centro dell'epistemologia la fondamentale asimmetria tra verificazione e falsificazione di una teoria scientifica: infatti, per quanto numerose possano essere, le osservazioni sperimentali a favore di una teoria non possono mai provarla definitivamente e basta anche solo una smentita sperimentale per confutarla. La falsificabilità è anche il criterio di demarcazione tra scienza e non scienza: una teoria è scientifica se e solo se essa è falsificabile. Ciò conduce Popper ad attaccare le pretese di scientificità della psicoanalisi e del materialismo dialettico del marxismo, dal momento che queste teorie non possono essere falsificate.

Democrazia e sistemi totalitari
In La società aperta e i suoi nemici e in Miseria dello storicismo, Popper critica lo storicismo e difende lo stato democratico e liberale. Per lo storicismo la storia si sviluppa inesorabilmente e necessariamente secondo leggi razionali. Secondo Popper lo storicismo è il principale presupposto teorico di molte forme di autoritarismo e totalitarismo. Di conseguenza egli attacca lo storicismo, osservando che esso si fonda su una concezione erronea della natura delle leggi e delle previsioni scientifiche. Dal momento che la crescita della conoscenza umana è un fattore causale nella evoluzione della storia umana e che "nessuna società può predire scientificamente il proprio futuro livello di conoscenza", non può esistere una teoria predittiva della storia umana. Popper si schiera dalla parte dell'indeterminismo metafisico e storico.

Critiche
Alcune critiche sono state mosse alle tesi di Popper. La tesi di Quine-Duhem da cui deriva che è impossibile controllare una singola ipotesi, dal momento che ogni ipotesi fa parte di un apparato teorico più ampio. Di fronte a un controesempio è l'intero apparato teorico che risulta confutato senza che si possa sapere quale ipotesi deve essere sostituita. Si prenda per esempio la scoperta del pianeta Nettuno: quando si scoprì che il moto di Urano non corrispondeva alle previsioni fondate sulla teoria di Newton, fu la proposizione "Ci sono sette pianeti nel sistema solare" a essere rigettata e non le leggi di Newton. Popper discute questa critica nella Logica della scoperta scientifica. Secondo Popper, le teorie scientifiche sono accettate e rifiutate in base a una sorta di selezione naturale. Le teorie che permettono di fare previsioni sulla realtà devono essere preferite a parità di evidenza sperimentale; più una teoria è applicabile, maggiore è il suo valore. Per questo le leggi newtoniane devono essere preferite alle teorie circa il numero dei pianeti che ruotano attorno al Sole.
Popper rinuncia alla possibilità di una conoscenza necessaria e incontrovertibile del mondo reale e afferma che il valore della falsificazione è di portare a teorie sempre più grandi e complesse in grado di spiegare un maggior numero di fenomeni e fornire gli strumenti per il loro controllo.
La falsificazione porta a sostituire un'ipotesi di una teoria con un'altra più complessa e restrittiva, che limita l'ambito di applicabilità della teoria, dovendosi escludere quello in cui è stata falsificata. Un approccio corretto cerca di trovare un'ipotesi che porta a cambiare anche il contenuto della teoria, ovvero equazioni e proposizioni conseguenti da verificare in modo che così riformulate non siano falsificate nemmeno nel contesto che ha portato ad escluderle.
Thomas Kuhn nel suo influente libro La struttura delle rivoluzioni scientifiche osserva che nel loro lavoro gli scienziati seguono paradigmi piuttosto che il metodo falsificazionista. Un allievo di Popper, Imre Lakatos ha tentato di riconciliare il lavoro di Kuhn con il falsificazionismo, osservando che la scienza progredisce attraverso la falsificazione di programmi di ricerca. Un altro allievo di Popper, Paul Feyerabend, ha rifiutato il legame "procusteano" del monismo metodologico, come erroneo ed anti-empirista, proponendo invece il pluralismo metodologico di una scienza che sia sempre contesto-dipendente.
Feyerabend ha anche accusato Popper di mancanza di originalità di pensiero: le sue idee non sarebbero che una derivazione poco brillante di quelle dei grandi filosofi liberali del XIX secolo e in particolare di John Stuart Mill ("la filosofia di Popper [...] non è altro che un pallido riflesso del pensiero di Mill")
Altri critici hanno tentato di rispondere agli attacchi di Popper allo storicismo, all'olismo, alla pretesa di scientificità della psicoanalisi e del marxismo. Si è osservato che le scienze sociali e umane, come appunto la psicoanalisi o lo studio della società e dell'economia che sono alla base del marxismo, hanno una loro specificità di metodo e sono caratterizzate necessariamente da una maggiore incertezza rispetto alle scienze naturali. Tuttavia anche in questi campi esistono criteri per stabilire cosa è frutto di una seria analisi scientifica e cosa è asserzione arbitraria. Secondo questi critici Karl Marx e Sigmund Freud utilizzavano un metodo rigoroso e cercavano di verificare empiricamente le loro teorie. Perciò i loro lavori devono essere considerati scientifici, il che non vuole dire che non contengano errori (tra chi sostiene queste posizioni ci sono gli studiosi della Scuola di Francoforte).

Karl R. Popper, osservando il degrado verso cui la società si stava indirizzando sul finire del millennio per via dell'impetuosa presenza mediatica nella vita della gente, aveva avanzato una proposta: dare una patente a chi lavora in TV, in modo di preservarne a tutti i costi il carattere formativo. Tutti plaudirono alla proposta, ma chi aveva in mano le leve del comando si guardò bene dal fare alcunché.
A luglio 2002, in occasione del congresso per il centenario, uno studio di Maria Luisa Dalla Chiara e Roberto Giuntini ha mostrato come, in un suo intervento del 1968 a proposito del principio di indeterminazione di Heisenberg, di cui difendeva un'interpretazione statistica estremizzante data da Birkhoff e Von Neumann, Popper avesse commesso alcuni errori di calcolo. Essi erano già stati (nel 1935) oggetto di scambio epistolare con Einstein, il quale aveva fatto notare le falle. In seguito però con Josef Jauch, allora giovane fisico, che gli muoveva le stesse critiche, egli fece valere le sue ragioni secondo un principio di autorità.

* 2006 - Leonella Sgorbati(Gazzola, 9 dicembre 1940 – Mogadiscio, 17 settembre 2006) è stata una religiosa italiana.
Nata nel 1940 a Gazzola, in provincia di Piacenza, dove ha trascorso la giovinezza, è entrata nel 1963 nell'ordine delle Suore Missionarie della Consolata a Sanfrè, in provincia di Cuneo, dove ha preso i voti perpetui nel novembre 1972. Dopo aver frequentato la scuola infermieri nel Regno Unito (1966 - 1968), si è trasferita in Kenya nel settembre 1972, dove ha prestato servizio alternativamente al Consolata Hospital Mathari, Nyeri, e al Nazareth Hospital di Kiambu vicino a Nairobi. Nel 1983 suor Leonella cominciò gli studi superiori di scienze infermieristiche e nel 1985 divenne il più importante tutor della scuola infermieri incorporata al Nkubu Hospital, Meru.

Nel novembre 1993 è stata eletta superiore regionale delle Suore Missionarie della Consolata del Kenya, compito che ha svolto per sei anni. Dopo un anno sabbatico ha trascorso alcuni mesi all'ospedale di Mogadiscio, per studiare la possibilità di aprire una scuola infermieri nell'ospedale retto dall'organizzazione SOS Children's Village. La scuola ha aperto nel 2002, con l'operato di suor Leonella. Le prime 34 infermiere si sono diplomate nel 2006, certificate dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, poiché la Somalia è priva di governo dal 1991.

Poiché Suor Leonella desiderava formare altri tutor per la scuola infermieri, ritornò in Kenya con tre nuove infermiere diplomate per iscriverle ad un corso della scuola medica. Al ritorno ebbe difficoltà ad ottenere un visto per il rientro a Mogadiscio, per le nuove regole previste dalle corti islamiche che ora controllano la città e i suoi dintorni. Rientrata a Mogadiscio il 13 settembre 2006, il 17 settembre è stata uccisa da un colpo di pistola all'esterno dell'ospedale pediatrico, assieme alla guardia del corpo. Probabilmente (ma non vi è certezza) l'omicidio è stato una rappresaglia per la lezione di papa Benedetto XVI a Ratisbona, durante la quale alcune frasi pronunciate hanno offeso la sensibilità di parte del mondo islamico. I due assassini si erano nascosti dietro un taxi, da cui hanno sparato. La suora è stata trasportata al Pronto Soccorso, ma è morta poco dopo. Le autorità somale stanno cercando gli autori del delitto e sono stati arrestati due sospetti.