8 Maggio. Oswald Spengler: il tramonto della civiltà occidentale?

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CulturaCattolica.it
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Oggi 8 Maggio nel 1936 muore Oswald Spengler, (Blankenburg am Harz, 29 maggio 1880 – Monaco di Baviera, 8 maggio 1936) filosofo, storico e scrittore tedesco.
Autore de "Il tramonto dell'Occidente" (titolo originale "Der Untergang des Abendlandes", tradotto in italiano da Julius Evola).
"Il Tramonto dell'Occidente" (1918-1922), accolto da un enorme successo di pubblico, è un tentativo di elaborare un compendio di una morfologia della storia universale. In quest'opera Spengler sosteneva che tutte le civiltà attraversano un ciclo naturale di sviluppo, fioritura e decadenza, e che l'Europa, vittima di un angusto materialismo e del caos urbano, si trovava nell'ultimo stadio, l'inverno di un mondo che aveva conosciuto stagioni più fruttuose. L'Europa, a meno di riuscire a purificarsi e ripristinare i suoi valori spirituali e il suo ceppo originario, sarebbe caduta preda di politiche selvagge e di guerre di annientamento...
Spengler intende la storia come un costante processo di decadimento anziché come evoluzione progressiva. In alcuni suoi scritti di carattere politico (Prussianesimo e socialismo, Ricostruzione dello Stato tedesco, ecc.), Spengler si farà fautore di uno Stato fortemente autoritario, in parte vicino a quello preconizzato dai nazisti. Mussolini fu profondamente ispirato da Spengler. Il pensiero di Spengler fu in parte ripreso da Alexandre Deulofeu.

Nel saggio Untergang des Abendlandes sostiene la tesi che non esistano culture, filosofie, scienze, morali universali, valide sempre e dovunque, mentre ogni disciplina e ogni aspetto culturale diviene indispensabile all'interno del contesto a cui appartiene. Quello che teme Spengler, oltre alla crisi della spiritualità e della religiosità, sono le nuove forme politiche nascenti, come la democrazia e il socialismo che alterano i rapporti "naturali", o piuttosto quelli tradizionali, di potere.
Sull'ineluttabile tramonto della cultura occidentale Spengler afferma:
«Noi non abbiamo la possibilità di realizzare questo o quello ma la libertà di fare ciò che è necessario o nulla; ed un compito che la necessità della storia ha posto verrà realizzato con il singolo o contro di esso. Ducunt fata volentem, nolentem trahunt» (Untergang des Adendlandes, II, pag.630)

Oswald Spengler nacque a Blankenburg, una città tedesca ai piedi dei monti Harz. .... Era di salute cagionevole e per tutta la vita soffrì di emicranie e di disturbi d'ansia.
All'età di dieci anni la famiglia si trasferì nella città universitaria di Halle. Qui Spengler compì gli studi classici nel ginnasio locale, dove studiò greco, latino, matematica e scienze naturali. Inoltre qui nacque la sua passione per l'arte - specialmente per la poesia, il teatro e la musica - e qui entrò in contatto con le idee di Goethe e Nietzsche.
Dopo la morte del padre, avvenuta nel 1901, Spengler frequentò varie università (Monaco, Berlino e Halle) come studente privato, seguendo corsi in molte materie: storia, filosofia, matematica, scienze naturali, letteratura, i classici, la musica e belle arti.
Nel 1903 fu bocciato all'esame di dottorato con tesi su Eraclito perché non aveva referenze sufficienti, il che gli rendeva impossibile l'inizio di una carriera accademica. Nel 1904 ottenne il dottorato. Nel 1905 ebbe un esaurimento nervoso.
La sua vita non conobbe eventi di particolare rilievo. Insegnò per un breve periodo a Saarbrücken e poi a Düsseldorf. Dal 1908 al 1911 fu insegnante di scienze, storia tedesca e matematica in una scuola superiore professionale (Realgymnasium) di Amburgo.
Nel 1911, in seguito alla morte di sua madre, si trasferì a Monaco, dove sarebbe vissuto fino alla sua morte nel 1936. Viveva una vita da studioso solitario, con i mezzi provenienti dalla sua modesta eredità. Si sosteneva economicamente anche impartendo lezioni private o scrivendo per i giornali.
Quando cominciò a lavorare al primo volume de Il Tramonto, l'intenzione era di concentrarsi sulla Germania, ma poi fu profondamente colpito dalla crisi di Agadir e allargò la portata della sua opera. Spengler fu ispirato da un libro di Otto Seeck, Geschichte des Untergangs der antiken Welt (Storia del tramonto del mondo antico). Il libro fu completato nel 1914 ma la pubblicazione fu rimandata per lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Durante la guerra Spengler visse in condizioni di estrema povertà, perché la sua eredità, investita fuori dall'Europa, era praticamente inutilizzabile.
Dopo la pubblicazione, avvenuta nel 1917, Il Tramonto ebbe un grandissimo successo: l'umiliazione nazionale del Trattato di Versailles (1919) e poi la depressione economica intorno al 1923, alimentata dall'iperinflazione, sembravano dar ragione a Spengler. Per i tedeschi le tesi de Il Tramonto erano un conforto, perché così il crollo della Germania poteva essere spiegato razionalmente come parte di processi storici mondiali più ampi. Il libro ebbe un successo enorme anche fuori dalla Germania e fu tradotto in molte lingue. Spengler rifiutò la cattedra di filosofia all'Università di Gottinga per concentrarsi sulla scrittura.
Il libro fu molto criticato, perfino da chi non l'aveva letto. Gli storici erano infastiditi dal tentativo amatoriale di un autore inesperto e dal suo approccio non scientifico. Thomas Mann disse che leggere il libro di Spengler era come leggere Arthur Schopenhauer per la prima volta. Gli accademici non reagirono tutti nello stesso modo. Max Weber disse che Spengler era un "dilettante molto ingegnoso e colto", mentre Karl Popper bollò le sue tesi come "futili". Il grande storico dell'antichità Eduard Meyer aveva un'alta opinione di Spengler, sebbene lo criticasse anche. L'oscurità, l'intuizionismo e il misticismo di Spengler erano facilmente criticabili, specialmente per i positivisti e i neo-kantiani che non negavano il significato della storia. Il critico ed esteta conte Harry Kessler lo considerava non originale e piuttosto inconsistente, specialmente il suo saggio su Nietzsche. Ludwig Wittgenstein, però, condivideva il pessimismo culturale di Spengler.
Nel 1928 la rivista Time pubblicò una recensione del secondo volume de Il Tramonto descriveva l'immensa influenza delle idee di Spengler e la controversia che avevano provocato negli anni '20: "Quando il primo volume de Il Tramonto dell'Occidente uscì alcuni anni fa, furono vendute migliaia di copie. Il dibattito colto in Europa presto si concentrò sulle tesi di Spengler. Lo spenglerismo sprizzava dalle penne di innumerevoli discepoli. Era imperativo leggere Spengler, simpatizzare o ribellarsi. È ancora così".[1]
Nel secondo volume, pubblicato nel 1920, Spengler sosteneva che il socialismo tedesco era diverso dal marxismo e che era in effetti compatibile con il tradizionale conservatorismo tedesco. Nel 1924, in seguito alle agitazioni politico-sociali e all'inflazione, Spengler entrò in politica nel tentativo di portare al potere il generale del Reichswehr Hans von Seeckt. Il tentativo fallì. Nel 1931 Spengler pubblicò L'Uomo e la tecnica, che metteva in guardia contro i pericoli della tecnologia e dell'industrialismo per la cultura. In particolare puntava il dito contro la tendenza della tecnologia occidentale a diffondersi tra le "razze di colore" nemiche, che poi avrebbero preso le armi contro l'Occidente. L'opera non ebbe un grande successo a causa del suo anti-industrialismo. Il libro contiene la famosa citazione di Spengler, "L'ottimismo è viltà".
Nel 1932 Spengler non votò per Hindenburg ma per Hitler, anche se lo trovava volgare. Spengler incontrò Hitler nel 1933 e dopo una lunga discussione con lui, disse che la Germania non aveva bisogno di un "tenore eroico ("Heldentenor", tenore drammatico), ma di un vero ("Held") eroe".
Spengler fu protagonista di una disputa pubblica con Alfred Rosenberg e il suo pessimismo e le sue osservazioni sul Führer ebbero come risultato l'isolamento e il silenzio. Inoltre rifiutò le offerte di Joseph Goebbels di fare discorsi pubblici. Però quell'anno Spengler diventò membro dell'Accademia di Germania.
Anni della decisione, opera pubblicata nel 1934, fu un bestseller ma poi fu messo al bando dai nazisti per le sue critiche al Nazionalsocialismo. La critica di Spengler al liberalismo fu accolta positivamente dai nazisti, ma Spengler non era d'accordo con la loro ideologia biologica e con l'antisemitismo. Il misticismo razziale aveva un ruolo importante nella sua concezione del mondo, ma Spengler era sempre stato apertamente critico delle teorie razziali pseudoscientifiche professate dai nazisti e da molti altri contemporanei. Pur essendo lui stesso un nazionalista tedesco, Spengler considerava i nazisti troppo tedeschi e non abbastanza occidentali da guidare la lotta contro altri popoli. Il libro metteva anche in guardia contro una futura guerra in cui la civiltà occidentale rischiava di essere distrutta. Anni della decisione fu ampiamente distribuito all'estero prima di essere messo al bando dai nazisti: una recensione della rivista Time raccomandava il libro ai "lettori che amano la scrittura vigorosa", che "saranno contenti di essere accarezzati contropelo dagli aspri aforismi di Spengler" e dalle sue pessimistiche previsioni.[2]
Spengler trascorse i suoi ultimi anni a Monaco, ascoltando Beethoven, leggendo Molière e Shakespeare, comprando molti libri e collezionando antiche armi turche, persiane e indù. Ogni tanto si recava sui Monti Harz e in Italia. Poco prima della sua morte, in una lettera a un amico, scrisse che "probabilmente il Reich Germanico tra dieci anni non esisterà più". Morì di attacco cardiaco l'8 maggio 1936, a 56 anni, esattamente nove anni prima del crollo del Terzo Reich.
Nonostante l'influenza e la fama internazionale di cui godeva tra le due guerre, la sua opera cadde nell'oblio dopo la Seconda Guerra Mondiale. Una delle ragioni principali per cui Spengler fu ignorato o disprezzato è la sua fiera opposizione alla Repubblica di Weimar. Solo recentemente Spengler è tornato a suscitare interesse. Le sue opinioni, le sue teorie e predizioni sono ancora oggetto di dibattito tra ammiratori e detrattori.[3]

Opere principali

1) Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie der Weltgeschichte, 2 voll., Wien (1918) e München (1922); tr. it. Spengler, Il tramonto dell'Occidente. Lineamenti di una morfologia della Storia mondiale, introduzione di S. Zecchi e traduzione di J. Evola, Parma (2002).
2) Preußentum und Sozialismus, München (1919); tr.it. Spengler: Prussianesimo e socialismo, tr. di C. Sandrelli, Padova (1994).
3) Der Mensch und die Technik. Beitrag zu einer Philosophie des Lebens, München (1931); tr. it. Spengler, L'uomo e la tecnica. Contributo a una filosofia della vita, introduzione di S. Zecchi e traduzione di G. Gurisatti, Parma (1992).
4) Jahre der Entscheidung. Erster Teil. Deutschland und die weltgeschichtliche Entwicklung, München (1933); tr. it. Spengler: Anni della decisione, tr. di F. Freda, postfazione di F. Ingravalle, Padova (1994).

Opere pubblicate postume

5) Urfragen. Fragmente aus dem Nachlaß, a cura di Anton Mirko Koktanek in collaborazione con Manfred Schröter, München 1965; tr. it. Spengler, Urfragen. Essere umano e destino. Frammenti e aforismi di Oswald Spengler, tr. di F. Causarano, Milano 1971.
6) Frühzeit der Weltgeschichte. Fragmente aus dem Nachlaß, a cura di Anton Mirko Koktanek in collaborazione di Manfred Schröter, München 1966; tr. it. Spengler, Albori della storia mondiale. Frammenti dal lascito manoscritto, 2 voll., tr. di C. Sandrelli, Padova 1996.

Note
1. ^ «Patterns in Chaos». Time Magazine, 1928-12-10 (URL consultato in data 2008-08-09).
2. ^ «Spengler Speaks». Time Magazine, 1934-02-12 (URL consultato in data 2008-08-09).
3. ^ The New Relevance of Oswald Spengler. Prophet of Decline: Spengler on World History and Politics, John Farrenkopf Baton Rouge: Louisiana State University Press, 2001. 304 pp.

Diego Fusaro, nel sito www.filosofico.net, sviluppa alcune interessanti osservazioni.

Splengler mette a fuoco la crisi sociale, economica e politica, in primis, ma anche quella intellettuale e di valori, insomma delle certezze che l'inizio del secolo aveva ereditato dall'ottimismo ottocentesco (che con il Positivismo aveva raggiunto l'apice):
"quello che ci appare più chiaro nei suoi contorni è il 'tramonto dell'antichità', mentre già oggi avvertiamo chiaramente in noi e intorno a noi i primi indizi di un avvenimento ad esso del tutto analogo per corso e durata, che appartiene ai primi secoli del prossimo millennio: il 'tramonto dell'Occidente' ".
L'opera di Spengler è emblematica già dal titolo: la crisi e il crollo della Germania vengono interpretati come il tramonto dell'intera civiltà occidentale; in un quadro concettuale che riprende temi della speculazione di Goethe e di Nietzsche, Spengler tenta di rispondere alla domanda pressante sul destino della civiltà europea. Respingendo ogni concezione unitaria dello sviluppo storico, egli afferma la necessità di intendere la storia dell'umanità come esplicazione di una molteplicità di forme differenti, cioè di diverse civiltà dotate ciascuna di una propria vita e di un proprio sviluppo autonomo.
Ogni civiltà è un organismo appartenente alla medesima specie e ha quindi una nascita, una crescita, una decadenza e una morte; e come in tutti gli organismi biologici questo ciclo di sviluppo ha il carattere della ineluttabilità, risultando necessariamente determinato dal corredo di possibilità di cui dispone all'inizio del suo sviluppo.
Questo è il fondamento di ciò che Spengler chiama "logica organica della storia " , che ha il suo principio nella necessità del destino; e dal dominio della categoria della necessità deriva anche il carattere della risposta che egli dà al problema del futuro della civiltà occidentale. Esso può essere previsto in maniera esatta perché la civiltà occidentale seguirà lo stesso cammino di tutte le altre: "a noi non è data la libertà di realizzare una cosa anziché l'altra. Noi ci troviamo invece di fronte all'alternativa di fare il necessario e di non poter fare nulla. Un compito posto dalla necessità storica sarà in ogni caso realizzato, o col concorso dei singoli o ad onta di essi".
Spengler va quindi in cerca dei sintomi della decadenza dell'Occidente nell'analisi dei fenomeni economici e politici del mondo a lui contemporaneo, e li scorge
• nell'affermazione della borghesia,
• nel primato dell'economia sulla politica,
• nella democrazia,
• nella crisi dei princìpi religiosi
• e nella libertà di pensiero: "non esiste una satira più tremenda della libertà di pensiero. Un tempo non si poteva osare di pensare liberamente; ora ciò è permesso, ma non è più possibile. Si può pensare soltanto ciò che si deve volere, e proprio questo viene percepito come libertà".

Se il ciclo evolutivo è lo stesso per tutte le civiltà, è tuttavia diverso il loro corredo di possibilità. Spengler sviluppa qui, in senso radicalmente relativistico, la dottrina di Dilthey dell'autocentralità delle epoche storiche: ogni civiltà rappresenta un mondo a sé, con un proprio linguaggio formale, un proprio simbolismo, una propria concezione della natura e della storia. E' quindi possibile una comprensione effettiva solo nell'ambito di una stessa civiltà, che funge da orizzonte primario e intrascendibile; tra le civiltà non è possibile nessuna comunicazione, dal momento che ogni civiltà crea i propri valori e che tra di esse non vi sono valori comuni.

Con l'opera di Spengler, lo storicismo tedesco dell'epoca approdava al relativismo: questo esito, già del resto implicito in Dilthey, spingerà verso tentativi di restaurazione dei valori che ne garantiscano la validità al di là delle singole epoche e culture. Non solo non può esistere una filosofia o una morale di tipo universale-assoluto, ma nessun principio teorico o pratico può pretendere di avere una validità non particolare e non contingente. Spengler riprende e irrigidisce il dualismo natura/storia: la natura è il regno dell'inerte e del "divenuto", della cieca necessità causale e dell'anonima uniformità esprimibile nelle formule della scienza. La storia è, invece, il regno della vita e del vitale "divenire", dell'intelligente necessità organica e delle particolarità individuali e irripetibili. Protagonista della storia non è tanto l'uomo, quanto la "cultura": riprendendo (ma in modo per più versi unilaterale) un motivo dapprima caratteristico del Romanticismo, e poi da certi studiosi di fine Ottocento (ad esempio Burkhardt), Spengler interpreta la cultura come organismo. Ogni cultura/organismo ha una sua forma peculiare che ne caratterizza tutti gli aspetti costitutivi e che la distingue poi da tutte le altre. Essa ha inoltre una sua nascita, un suo sviluppo secondo un destino necessario e un non meno necessario tramonto.
Tale tramonto si realizza appunto quando tutte le sue potenzialità si sono realizzate e a ciò segue un inesorabile processo di decadenza. I momenti estremi di tale vicenda (propria di tutte le culture in quanto tali) vengono indicati da Spengler coi due concetti di "Kultur" e di "Zivilisation": due termini non nuovi (presenti già anche in Kant), ma che Spengler ha contribuito a popolarizzare. La Kultur è la cultura positiva, vitale, non priva di una sana barbarie; la Zivilisation (di cui non deve sfuggire la provenienza lessicale straniera) è invece la cultura raffinata ed estenuata della decadenza internazionale, malata e votata alla consunzione. Per Spengler l'Occidente è oramai giunto alla Zivilisation e, dunque, alle soglie del suo inevitabile tramonto. L'unica speranza che si apre a questo punto è quella di un radicale sovvertimento di tutti gli pseudo-valori dell'epoca o dell'intero sistema socio-politico, in grado di ricondurre l'Occidente ad un rinnovato stato primitivo...