28 Ottobre. John Locke: la nascita dell'empirismo e del liberalismo moderni.

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Se qualcuno abbandona il retto cammino, è un disgraziato che danneggia se stesso, ma a te è innocuo e non devi punirlo duramente privandolo dei beni di questa vita perché credi che sarà dannato nella vita futura. (Lettera Sulla Tolleranza)

Oggi ricordiamo la figura di questo grande filosofo inglese, che, insieme a Cartesio, contribuì in modo determinante a far nascere la visione moderna della conoscenza, della religione, dell'etica e della politica.
John Locke vive in Inghilterra, nell’ultima fase del 1600 e le sue opere vanno collocate intorno agli anni 90 del secolo. Si tratta grosso modo degli anni in cui scoppia la seconda rivoluzione che travaglia l’Inghilterra del Seicento, la rivoluzione che verrà detta "gloriosa".
Insieme a Thomas Hobbes, Locke è il più grande politico inglese del secolo e le notevoli differenze tra le teorie politiche lockiane e quelle hobbesiane sono dovute al fatto che Hobbes vive la prima rivoluzione (quella degli anni 40), la più sanguinosa, ed è quindi interessato a garantire la sicurezza dell’individuo, Locke, invece, vive nella seconda rivoluzione, caratterizzata da vicende non particolarmente drammatiche, anzi potremmo quasi dire pacifiche, dove si assiste alla nascita delle teorie liberali: si tratta dell’atto con cui l'intera società inglese si è sbarazzata di una monarchia oppressiva e ha dato vita ad una monarchia costituzionale.
Ecco allora che Locke intende garantire al singolo la libertà più di ogni altra cosa; non a caso Locke è considerato il grande teorico del liberalismo. L’opera principale di Locke, la più cospicua e la più famosa, è il Saggio sull’intelletto umano; un'opera corposa, ma comunque a carattere discorsivo: non a caso si può considerare Locke il precursore dell’illuminismo proprio per il suo atteggiamento di fondo: il Saggio sull’intelletto umano è un'opera scorrevole, priva di tecnicismi e scritta in inglese, la lingua nazionale dell’Inghilterra, e non in latino, proprio per consentire a tutti la lettura e non solo ad una ristretta cerchia elitaria: ora, il problema della divulgazione, ossia del rendere leggibile ciò che si scrive al maggior numero possibile di persone, è una prerogativa tipicamente illuministica, che Locke ha già messo in atto sul finire del '600. E' tipicamente illuminista, poi, la rinuncia alla metafisica per porsi invece problemi concretamente utili all’uomo: ed è esattamente quel che fa Locke. I problemi che si pongono Locke, il primo pensatore proto-illuminista, e Kant, l’ultimo e al tempo stesso più grande filosofo illuminista, sono analoghi: l’illuminismo è senz'altro caratterizzato dal dominio incontrastato della ragione, ma tuttavia si tratta non di una fiducia cieca in essa (come era per Cartesio), bensì di un ponderato e critico approccio: d'altronde nutrire una fiducia sconfinata nella ragione, senza un minimo approccio critico, rischia di diventare irrazionale. Ecco allora che Kant intitolerà la sua opera più famosa Critica della ragion pura, dove darà un giudizio della pura ragione istituendo un vero e proprio tribunale in cui la ragione è al tempo stesso giudice e imputato: si giudicano i limiti della ragione ma, neanche a dirlo, è la ragione stessa a giudicare; fin dove può arrivare la mia ragione? Questo è l’interrogativo kantiano. Tuttavia si potrebbe obiettare che già nel Medioevo le cose andavano così: pensatori come Tommaso o Abelardo avevano fatto un buon uso della ragione, pur sottolineandone i limiti intrinseci. Però nel Medioevo i limiti della ragione erano dati dalla fede, nel 1700 sono dati dalla ragione stessa

LA CONOSCENZA
Il suo punto di partenza è quello della conoscenza.
L’ambito della conoscenza, per L., è assai limitato e sovente anche insufficiente per le esigenze pratiche della vita. Per questo, dice Locke, Dio ha dotato l’uomo di un’altra facoltà, il giudizio, grazie al quale la nostra mente è in grado di accogliere la verità o la falsità di una proposizione anche quando non ne possiede un’evidenza piena. Con questo però si passa dal campo delle conoscenze a quello delle probabilità, ed è qui che intervengono la credenza, l’assenso, l’opinione, la fede, la verosimiglianza, la testimonianza.
In tale contesto, trova esplicita formulazione quello che è uno degli obiettivi di fondo dell’opera di Locke: tracciare i confini fra i due distinti ambiti della fede religiosa e della ragione naturale, evitando sia il fanatismo e sia di sconfessare la Rivelazione. Locke ritiene che non ci sia né conflitto né incompatibilità tra ragione e fede. La Rivelazione può intervenire legittimamente solo su quegli argomenti circa i quali la ragione è in dubbio ma spetta ancor sempre alla ragione il compito di giudicare se si tratta veramente di una Rivelazione ed anche del significato delle parole mediante le quali essa è comunicata.

LA RAGIONEVOLEZZA DEL CRISTIANESIMO
Nella Ragionevolezza del Cristianesimo (1695), Locke afferma che il nucleo essenziale del Cristianesimo è il riconoscimento di Cristo come Messia e della vera natura di Dio. Ciò costituisce la base per una religione semplice, adatta a tutti, libera dai sofismi teologici. Naturalmente la fede in Cristo implica anche l’obbedienza ai suoi precetti, per quanto nessuno sia obbligato a conoscere tutti quei precetti, che ciascuno deve invece cercare di apprendere e di comprendere da sé nelle Scritture. La ragione è in qualche modo intrinseca al Cristianesimo stesso, che è nato come sforzo di liberare l’uomo dalle vecchie tradizioni; in altre parole, il Cristianesimo è stata una nuova e più efficace promulgazione della legge morale e delle verità fondamentali che reggono la vita umana.

LA TOLLERANZA
Il principio della tolleranza delle varie opinioni e in particolare delle diverse fedi religiose ha trovato un’ampia trattazione nella Lettera sulla tolleranza (1689). A fondamento del discorso vi è la netta separazione tra lo Stato e la Chiesa, cioè la distinzione tra le competenze dell’autorità civile e di quella religiosa, distinzione che fu di enorme portata storica. Pertanto lo Stato può intervenire per imporre leggi e sanzioni, ma non per imporre articoli di fede o dogmi o forme di culto. Anche il rapporto tra le varie Chiese deve ispirarsi al dovere della tolleranza. Nessuna di esse può infatti vantare alcun diritto sulle altre, giacché "ogni chiesa è ortodossa per se stessa, ed erronea o eretica per le altre". Un conflitto potrebbe sorgere solo se non si rispettano i limiti delle proprie competenze da una parte o dall’altra. Questo è purtroppo quanto accade, secondo Locke, nel caso dei cattolici, i quali, proprio per questo, vanno esclusi dal campo di chi può beneficiare della tolleranza del sovrano. Infatti la sottomissione dei cattolici al Papa è un vero e proprio passaggio ad un sovrano straniero e questo non può essere tollerato, nella misura in cui, del resto, sono essi – i cattolici – che si rifiutano, dice Locke, di rispettare gli altri. Una seconda eccezione al principio della tolleranza è costituita dall’ateismo, perché esso compromette i presupposti di qualsiasi convivenza civile.

LA POLITICA
Concludiamo con la concezione politica di Locke, espressa nei suoi Due trattati sul governo (1690).
Nel primo trattato sono confutate le tesi di Robert Filmer, il quale, nel saggio Il Patriarca, aveva difeso l’assolutismo monarchico basandosi sulla Bibbia: secondo Filmer, come Adamo ebbe autorità sui suoi figli, così la ebbero tutti i Patriarchi che gli successero e quindi anche i re delle varie nazioni. Locke obietta: o il potere è di tutti, in quanto tutti siamo figli di Adamo, oppure è di uno soltanto, in quanto uno solo è l’erede primogenito; se poi ogni governo è ritenuto legittimo perché è paterno o patriarcale, allora anche un eventuale usurpatore sarebbe giustificato.
Nel secondo trattato, Locke ritiene che, nello stato di natura, vi sia la perfetta libertà ed uguaglianza di tutti gli uomini, il che elimina alla radice ogni possibilità di una forma privilegiata di autorità e di potere. Però tale stato di natura è precario e tende sovente a degenerare in uno stato di guerra o di conflitto. pertanto gli uomini devono accettare una parziale limitazione della propria libertà e devono rinunciare al potere di farsi esecutori della legge di natura, in particolare rinunciando al diritto di farsi giustizia da sé. E’ da questa circostanza che nascono le società e gli Stati. Da un lato lo Stato ha una natura convenzionale, nel senso che scaturisce da un accordo o contratto sancito tra gli uomini, ma dall’altro esso si basa anche su sentimenti sociali di benevolenza e di fiducia.
Dando vita ad uno Stato, gli individui rinunciano al potere di provvedere alla propria conservazione secondo l’arbitrio soggettivo e al potere di punire, affidando questi alla maggioranza della comunità. in altri termini, da questa doppia rinuncia nascono i tre poteri classici dello Stato, delineati per la prima volta chiaramente da Locke : il potere legislativo, il potere esecutivo (che è nettamente distinto dal primo e subordinato ad esso) e il potere federativo, che riguarda i rapporti con gli altri Stati.
Va ricordato che queste tesi di Locke costituiscono un passo decisivo per la nascita del liberalismo politico ed inoltre la distinzione dei tre poteri statali è uno dei principi fondamentali delle istituzioni politiche moderne.