25 Aprile - RIBELLI PER AMORE. Il contributo dei cattolici alla Resistenza

Oggi, Mercoledì 25 aprile 1945 i partigiani liberano Milano dall'occupazione dei nazisti e dai fascisti.
“La Storia siamo noi” ci offre filmati, materiali, interviste e documenti per ricordare, capire e riflettere su una pagina fondamentale e straordinaria della storia del Paese, fatta di unità, di sacrificio e di libertà, e ripercorsa attraverso le molteplici componenti che vi hanno contribuito.

In particolare la pagina, abbastanza dimenticata, dedicata al contributo dei Ribelli per amore. I cattolici, la Resistenza, una pagina dimenticata ci sembra significativa; essa ci viene presentata attraverso diverse testimonianze, ricorrendo a brani del film capolavoro di Roberto Rossellini.
Fonte:
CulturaCattolica.it
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La fucilazione di Don Pietro, un memorabile Aldo Fabrizi, nella Roma “città aperta” di Rossellini rimane, a distanza di più di mezzo secolo, non solo una delle scene simbolo del neorealismo italiano ma anche una delle pietre miliari dell'iconografia della Resistenza in Italia.

La Resistenza cattolica, una pagina dimenticata
Della partecipazione dei cattolici alla Resistenza, però, si è parlato raramente durante gli anni che sono seguiti alla Seconda Guerra Mondiale.

Attraverso l’inchiesta di Fabrizio De Villa e Alessandro Arangio Ruiz, con la collaborazione dell’Istituto Luigi Sturzo, La Storia siamo noi ha ricostruito la vicenda poco nota della “resistenza cattolica”, raccogliendo le testimonianze di molti di coloro che in quei giorni erano in prima fila a combattere per la libertà. L’inchiesta dà voce alle coscienze dei giovani cresciuti negli oratori e nelle parrocchie che, all’indomani dell’8 settembre, si trovarono di fronte ad una scelta: imbracciare o meno le armi per combattere i nazisti che avevano occupato l’Italia. Le testimonianze di Massimo Rendina, Mino Martinazzoli, Ermanno Gorrieri, Achille Silvestrini, Gabriele De Rosa, Adriano Ossicini, Maria Eletta Martini, Gino Baracco e Franco Nobili ricostruiscono le storie di quei “ribelli per amore”, preti, prelati e militanti cattolici, che hanno rischiato o dato la propria vita per la libertà del proprio paese.

Don Luigi Morosini
La figura del don Pietro di Rossellini è ispirata alla storia vera di don Luigi Morosini, catturato dai nazisti il 4 gennaio 1944 e rinchiuso a Regina Coeli nella cella 382 del 3° braccio politico tedesco. Nel carcere romano Sandro Pertini, futuro presidente della Repubblica Italiana, ebbe modo di incontrarlo dopo uno degli estenuanti interrogatori delle S.S. e molti anni dopo, nel 1969, ricordò così quell'incontro:
"Detenuto a Regina Coeli sotto i tedeschi, incontrai un mattino don Giuseppe Morosini: usciva da un interrogatorio delle S.S., il volto tumefatto grondava sangue, come Cristo dopo la flagellazione. Con le lacrime agli occhi gli espressi la mia solidarietà: Egli si sforzò di sorridermi e le labbra gli sanguinarono. Nei suoi occhi brillava una luce viva. La luce della sua fede. benedisse il Plotone di esecuzione dicendo ad alta voce: "Dio, perdona loro: non sanno quello che fanno", come Cristo sul Golgota. Il ricordo di questo nobilissimo martire vive e vivrà sempre nell'animo mio".
Dopo un processo-farsa don Giuseppe Morosini fu condannato a morte. Nonostante l'intervento della Santa Sede, che cercò di scongiurare l'esecuzione capitale, la sentenza venne eseguita nel Forte Bravetta di Roma il 3 aprile 1944.

Come nasce nelle coscienze il seme della ribellione
Sono i rovesci militari in Africa, la battaglia di El Alamein nel 1942 e poi la ritirata di Russia a trasformare la consapevolezza della disfatta in critica contro il regime e contro quelle autorità che hanno mandato gli uomini allo sbaraglio.
Per altri il passaggio alla Resistenza è motivato dall’esperienza tremenda di aver visto tanti morti e di aver sperimentato l’ingiustizia e la ferocia della guerra.
L’ineguatezza di comandi disastrosi portano a ripensare l’impresa che l'Italia sta compiendo. La rivolta è prima morale, poi diventa politica.

Siamo alla vigilia del 25 luglio del 1943; c’è un desiderio fortissimo di farla finita, e in alcuni si è sedimentata un’antipatia personale per Mussolini. L’esperienza della guerra per i ragazzi cresciuti nell’Azione Cattolica ha inciso sulle loro coscienze.

Arriva l'Armistizio
Poi arriva l’8 settembre e l’annuncio dell’Armistizio chiesto da Badoglio agli Alleati una volta "riconosciuta l'impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria e nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione". La reazione tedesca all’annuncio delle autorità italiane è rabbiosa, il paese viene occupato dalle truppe della Wermacht, l’esercito è allo sbando, tutti cercano una via di salvezza, si nascondono, e spesso vengono aiutati proprio dai parroci.
Il cardinale Silvestrini ricorda l’euforia che seguì l’annuncio radio della destituzione di Mussolini, " ... ma passato il primo entusiasmo cominciò a pesare questa incognita, insita nelle parole stesse di Badoglio: La guerra continua, e tutti si chiedevano come sarebbe continuata? Contro quale nemico? C’era un senso di sospensione, si vedevano delle prime aperture ma si aveva l’impressione che qualcosa, la guerra, sovrastasse le teste di ciascuno di noi. Mi ricordo persone che ridevano e buttavano via il distintivo. Questo atteggiamento lo trovavo poco dignitoso; in fin dei conti era caduto qualcuno che aveva portato l’Italia alla tragedia e non c’era tanto da ridere o sbeffeggiare. "

L'8 settembre, con la conseguente occupazione tedesca, rappresenta certamente una tappa fondamentale che ha segnato per molti il passaggio definitivo alla Resistenza.
Ermanno Gorrieri, sociologo:
"Io ho cominciato a capire l’8 settembre 1943, vedendo il crollo dell’esercito e l’occupazione nazista così dura e spietata. Io e altri vicini come me all’Azione cattolica siamo stati mossi dallo spirito patriottico, per difendere il nostro paese dall’esercito invasore"
L’Italia è spezzata in due, liberata al nord, occupata al sud; iniziano due anni sanguinosi e convulsi, di guerra civile, di violenza e di scelte difficili.

Un dilemma morale
Per i cattolici che vogliono combattere il nazifascismo arriva il momento di decidere se prendere o no le armi. Un imperativo morale agita le loro coscienze: bisogna fare qualche cosa. In città le porte delle chiese si aprono a tutti coloro che si devono nascondere dai tedeschi, mentre in montagna i partigiani stanno già combattendo. Anche tra loro ci sono molti cattolici e anche alcuni sacerdoti; per questa presa di posizione hanno pagato un duro prezzo di sangue. Fucilati perché hanno nascosto ebrei e fuggiaschi o perché hanno amministrato i sacramenti ai partigiani. Il dubbio morale se imbracciare il fucile si trasforma anche per molti cattolici in dovere morale di fronte a tante atrocità.
Accanto a quelli che imbracciano le armi ci sono altri che partecipano a modo loro alla Resistenza, dando aiuto e conforto, rischiando anch’essi moltissimo ma senza usare le armi. In questo senso esemplare è la figura di Don Giuseppe Dossetti, che fu partigiano col nome di "Benigno" e divenne Presidente del Comitato di Liberazione Nazionale di Reggio Emilia, anche se rifiutò sempre di usare le armi.

Testimonianze sulla Resistenza cattolica
Roma 10 settembre 1943, Porta S. Paolo: civili combattono contro i tedeschi scrivendo una delle pagine più eroiche della Resistenza se si considera la sproporzione delle forze in campo.
Adriano Ossicini, cattolico, quel giorno è in prima linea. “Era impressionante vedere i carri armati davanti ai fascisti, e noi solo con qualche moschetto e pistola. Ci furono episodi straordinari di coraggio. Un mio carissimo amico, che abitava poco lontano, sparò dalla sua finestra su via Zagaglia contro i tedeschi; subito dopo salirono le scale e lo ammazzarono. C’era una notevole partecipazione popolare e importantissima fu la grande assistenza dei parroci. Non ho mai visto in vita mia un'unanimità simile; non c’era parroco che non fosse disposto a darti una mano. In quell’occasione io mi sono sentito protettissimo dalla Chiesa.
Ci sono anche preti che si uniscono alle brigate partigiane.
Straordinarie sono le immagini della vita partigiana in montagna riprese da un anomalo cineamatore, il prete Don Giuseppe Pollaiolo, cappellano al seguito delle formazioni garibaldine che partecipò attivamente alla Resistenza.
Lo storico Gabriele De Rosa racconta un episodio di straordinaria ferocia, quello avvenuto La mattina del 29 settembre 1944, a Cerpiano, in Emilia Romagna, quando tutti gli abitanti vennero rinchiusi nell'oratorio e uccisi dai tedeschi con il lancio di bombe a mano.
Nell’eccidio morirono 47 persone, in gran parte erano donne e bambini. Quelli che riuscirono a sopravvivere alle bombe furono messi da parte e fucilati. “ E tutto ciò – racconta de Rosa - mentre un nazista suonava l’armonium nella Chiesa.”

Il ricordo del bresciano Mino Martinazzoli
“I parroci furono dei veri capi partigiani che spesso pagarono con la vita questa loro scelta e che lessero la Resistenza in una continuità non retorica con la grande storia del Risorgimento. Io ricordo che l’unico processo che il tribunale speciale di Brescia fece durante la Repubblica di Salò fu a due capi partigiani cattolici, Lunardi e Margheriti. Lunardi, che era l’intellettuale dei due, quando il Presidente uscì leggendo la condanna a morte rispose ringraziandolo la Corte per l’onore che gli aveva fatto riservandogli lo stesso trattamento che era stato riservato a Tito Speri, un eroe della lotta contro gli austriaci impiccato a Mantova sugli spalti di Belfiore.
Incarcerati per la loro attività partigiana, Ermanno Margheriti ed Astolfo Lunardi erano stati improvvisamente condannati a morte come rappresaglia per l’uccisione di Benito Despuches, soldato della Repubblica sociale. Alle 4 del mattino del 6 febbraio 1944 i due vennero condotti al poligono di tiro di Brescia e fucilati poche ore dopo la sentenza.