18 settembre - - DAG HJALMAR AGNE CARL HAMMARSKJÖLD (Jönköping, 29 luglio 1905 – Ndola, 18 settembre 1961).

Diplomatico, economista, scrittore e pubblico funzionario svedese, presidente della Banca di Svezia e poi noto internazionalmente quale segretario generale delle Nazioni Unite per due mandati consecutivi, dal 1953 fino alla sua morte nel 1961 a causa di un incidente aereo occorsogli in Africa meridionale durante una missione di pace. Gli fu conferito postumo il premio Nobel per la pace per la sua attività umanitaria.
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Ecco il suo credo che ci permette di apprezzarlo come vero e proprio martire della libertà e della politica nel suo senso più alto.

L’ammirazione per Schweitzer
Che cosa era la forza che lo guidava? Nell’articolo che scrisse per Tiden nel 1951 menzionava gli ideali di Albert Schweitzer e parlava di amore per l’umanità. Quelli che lo conobbero bene dissero che era motivato dalla sua fede nell’amore. Sua madre era pia nel vecchio significato luterano del termine, egli stesso aveva una conoscenza del misticismo, e nella sua ultima conversazione che ebbe in Congo con il suo amico e collega Sture Linner, proprio prima di partire per il suo ultimo volo, parlò del concetto di amore dei mistici medioevali. L’ultimo libro che lesse fu "L’imitazione di Cristo" di Thomas Kempis.
Tuttavia, in questo caso non abbiamo bisogno di congetture. Lo stesso Hammarskjöld spiegò in un programma radiofonico “Ciò che io credo” la sua filosofia di vita, e nel leggerlo, qualunque persona con una esperienza spirituale non avrà alcun dubbio su quello in cui egli credeva: non un generico umanitarismo, né sentimentalismo, non un banale rispetto per i valori cristiani, ma quella che si trova dietro le parole è una chiara confessione:

L’eredità degli ideali
“Il mondo in cui sono cresciuto era permeato di principi e ideali di un tempo lontano dal nostro e, potrebbe sembrare molto lontani dai problemi che un uomo della metà del XX secolo ha davanti a sè. Il mio percorso, tuttavia, non ha comportato l’allontanamento da questi ideali. Sono stato portato, al contrario, ad una comprensione della loro validità anche per il nostro mondo di oggi. Così, uno sforzo continuo, sincero e leale per maturare una convinzione personale alla luce dell’esperienza e di una riflessione obiettiva, mi ha portato lungo un percorso circolare: riconosco ora e aderisco, senza riserve, a quei principi che un tempo mi sono stati tramandate.
Dagli avi paterni, soldati e funzionari governativi, ho ereditato la convinzione che nessuna altra vita sarebbe stata più soddisfacente di quella di servizio disinteressato al proprio paese e all’umanità. Questo servizio richiedeva la rinuncia ad ogni interesse personale, ma allo stesso tempo il coraggio di battersi risolutamente per le proprie convinzioni.
Dagli avi materni, studiosi e pastori luterani, ho ereditato la convinzione che, nel senso radicale del Vangelo, tutti gli uomini sono uguali in quanto figli di Dio e dovrebbero essere accostati e considerati da noi come i nostri maestri in Dio."


La sua fede
La fede è una disposizione della mente e dell’anima. In questo senso possiamo comprendere l’affermazione del mistico spagnolo san Giovanni della Croce:
“La fede è l’unione di Dio con l’anima”.

Il linguaggio della religione è un insieme di formule che registrano un'esperienza spirituale di base. Non deve essere considerato come una descrizione, da un punto di vista filosofico, della realtà accessibile ai nostri sensi e che può essere analizzato con gli strumenti della logica. Sono arrivato tardi a capire cosa questo significhi. Quando finalmente ho capito, le convinzioni nelle quali ero stato un tempo educato e che in effetti avevano dato alla mia vita una direzione anche quando il mio intelletto metteva ancora in dubbio la loro validità, sono state da me riconosciute interamente mie e per mia libera scelta. Sento di poter sostenere queste convinzioni senza alcun compromesso con le esigenze dell’onestà intellettuale che è la chiave della maturità della mente.
I due ideali della mia infanzia furono da me ritrovati, in completa armonia e rispondenza alle esigenze del nostro mondo di oggi, nell’etica di Albert Schweitzer, in cui l’ideale del servizio è sostenuto e sostiene il comportamento di base proposto all’uomo dal Vangelo.
Ma la spiegazione di come l’uomo dovrebbe vivere una vita di servizio attivo verso la società in piena armonia con se stesso come un membro attivo della comunità dello spirito, l’ho trovata negli scritti di quei grandi mistici medioevali per i quali “la sottomissione” è stata la via della realizzazione di sé e che hanno trovato nell’“onestà della mente” e nell’ “interiorità” la forza di dire sì a qualsiasi richiesta che i bisogni del loro prossimo metteva loro davanti; e dire sì a qualsiasi destino la vita avesse in serbo per loro quando hanno risposto alla chiamata del dovere così come l’avevano intesa.
L’amore – questa parola così abusata e fraintesa – per loro significava semplicemente un sovrappiù di forza di cui si sentivano interamente colmati quando cominciavano a vivere nell’oblio di sé. E questo amore trovava naturale attuazione nel compimento senza esitazione del dovere e in un’accettazione senza riserve della vita qualunque cosa, fatica, sofferenza o felicità, essa recasse alla loro persona.
So che le loro scoperte sulle leggi della vita interiore e dell’azione non hanno perso il loro significato.“


Ultimo di quattro figli maschi di Hjalmar Hammarskjöld e Agnes Almqvist, trascorre gli anni della propria infanzia e adolescenza seguendo gli spostamenti del padre, uomo politico svedese: dapprima in Danimarca, poi a Uppsala, poi a Stoccolma - nei tre anni in cui il padre è Primo Ministro - poi ancora a Uppsala.
Compiuti gli studi universitari in economia, dopo un anno di insegnamento all'Università di Stoccolma, diviene segretario della commissione governativa sulla disoccupazione, carica che ricoprirà dal 1930 al 1934 per poi passare alla Banca di Svezia, sempre come segretario. Nel 1936 entra alle dipendenze del Ministero delle Finanze dove ricopre diversi incarichi, soggiornando anche per tre anni a Parigi.

Nel 1941 torna come presidente alla Banca Nazionale di Svezia, incarico che terrà fino al 1948, per entrare poi al Ministero degli Esteri: dapprima come segretario e successivamente (1951) come vice-ministro degli Esteri.
In questa veste è vice-presidente della delegazione svedese alla VI Sessione dell'Assemblea generale dell'ONU a Parigi (1951-1952) e poi Presidente alla sessione successiva (New York 1952-1953). Il 7 aprile 1953 viene eletto all'unanimità per succedere al norvegese Trygve Lie nella carica di Segretario generale dell'ONU, carica nella quale viene riconfermato nel 1957 allo scadere del mandato.
Insignito della laurea honoris causa nelle principali università degli Stati Uniti, Canada e Inghilterra, nel dicembre 1954 succede al padre quale membro dell'Accademia Svedese.
Muore nella notte tra il 17 e il 18 settembre 1961 in un incidente aereo - le cui cause non saranno mai del tutto chiarite - a Ndola (nell'attuale Zambia) nel corso di una missione per risolvere la crisi congolese. L'ipotesi di un possibile attentato al suo aereo, pur non essendo dimostrabile, non è mai stata dissipata.
In quell'anno gli verrà attribuito il Premio Nobel per la Pace alla memoria, "in segno di gratitudine - come dirà la motivazione del Comitato per il Nobel - per tutto quello che ha fatto, per quello che ha ottenuto, per l'ideale per il quale ha combattuto: creare pace e magnanimità tra le nazioni e gli uomini"
Dopo la sua morte, nel suo appartamento di New York fu ritrovato un diario, contenente brevi pensieri. Allegata agli scritti c'era una lettera, indirizzata a un amico, in cui spiegava come avesse iniziato ad appuntarsi certe riflessioni senza avere alcuna intenzione di pubblicarle; tuttavia, lo autorizzava a un'eventuale pubblicazione, che riteneva utile a dare un'idea della sua vera personalità. Il diario, pubblicato in Italia col titolo "Tracce di cammino" [1], è definito dall'autore "una sorta di libro bianco che narra i miei negoziati con me stesso e con Dio". Da esso emerge infatti la spiritualità di Hammarskjold, un aspetto fino ad allora ignoto al pubblico.

Le circostanze della sua morte, mai ufficialmente chiarite, hanno dato adito a interpretazioni ormai radicate nel pensiero di molti storici:
«E ora, dopo quarant'anni, nelle pagine molto interne dei giornali, leggiamo quello che abbiamo sempre saputo: che l'Union Minière condannò a morte (per "incidente aereo") anche Hammarskjold, il segretario generale dell'ONU, colpevole di opporsi alla secessione del Katanga, preda avita dell'Union Minière» ([2])

Note
1. ^ a b Francesco Saverio Alonzo, Una vita per l'ONU, in Historia, Cino Del Duca editore, n. 406, dicembre 1991, pp. 94-103.
2. Luciano Canfora "Critica della retorica democratica". 2002