14 Ottobre. Julius Nyerere: un socialista beato?

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Oggi 14 Ottobre nel 1999 muore il prof. Julius Nyerere, uno dei leader più amati e più seguiti in Africa, padre della nazione e iniziatore del socialismo africano.
Nel gennaio del 2005 la diocesi di Musoma ha aperto la causa di beatificazione di Julius Nyerere, che era stato cattolico devoto e uomo dalla riconosciuta integrità.

Ecco una sintesi della sua opera tratta dal sito: www.missionaridafrica.org

Nyerere, un socialista beato?
È stato uno dei padri dell’Africa più integri e amati. In futuro potrebbe diventare persino beato. Ecco i successi e i fallimenti del primo presidente della Tanzania. Raccontati da chi lo ha seguito da vicino: «Io ritengo - racconta p. Bernard Joinet - che Nyerere possa divenire un esempio universale per tre motivi:

Il primo è dato dai rapporti che ha saputo tenere con l’islam e le altre religioni.
Il Mwalimu (prof) ha saputo far coesistere in seno al suo partito musulmani e cristiani. Una coesistenza pacifica, che rifletteva quella che si praticava nel Paese. Non ci sono tensioni religiose nella Tanzania continentale (problemi di tolleranza emergono di tanto in tanto sulle isole di Zanzibar e Pemba) e non esiste un partito di ispirazione religiosa. Nyerere ha insistito sulla necessità di incorporare nella nazione e nel partito persone di altre culture, indiani ed europei. Possiamo dire che il Mwalimu ha messo in pratica lo spirito di Assisi prima di Assisi. In questo, è stato esemplare».

«In secondo luogo - continua Joinet - va evidenziata la sua relazione con il potere. Nyerere è sempre stato convinto che il potere politico era la chiave dell’indipendenza e della costruzione di una società egualitaria. Occorreva assolutamente conquistarlo e mantenerlo. Eppure, ciò che più mi ha colpito in lui era la sua libertà nei riguardi proprio del potere. L’ha infatti ceduto non appena i suoi mandati presidenziali sono pervenuti a regolare scadenza. Ha resistito all’enorme pressione della popolazione che non voleva privarsi del suo Padre».

«Un’altra cosa che colpisce è il suo distacco dal denaro.
Nyerere indossava sempre un abito semplice, a maniche corte. Risiedeva in una villetta in riva al mare e la moglie, Maria, faceva personalmente la cucina. Aveva fatto costruire nel giardino un lungo edificio con il solo piano terra per alloggiarvi i parenti e quanti andavano a trovarlo. Non ha fatto erigere un palazzo presidenziale. La sua famiglia non ha goduto di privilegi».

«Tutte queste scelte - chiarisce il missionario - erano ispirate dalla sua fede viva. Nyerere ha chiesto il battesimo a vent’anni, prendendo il nome cristiano di Julius, a conclusione di una lunga riflessione personale. Anche da presidente partecipava tutte le domeniche alla messa nella sua chiesa parrocchiale. E il suo sogno di una società solidale era ispirato alla fede, come dimostra anche il suo biglietto di auguri inviato ai Capi di Stato nel 1967: “Avevano un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune” (Atti 4,32)
Per tutte queste ragioni il Mwalimu (professore di scuola) può essere portato come esempio, soprattutto ai detentori del potere».

Ma i capi tradizionali che sono stati incarcerati per la loro opposizione alla sua politica di unificazione della nazione, i nove milioni di persone trasferite a forza nei “villaggi della rivoluzione”, rischiano di non apprezzare granché questa beatificazione.
«Sono misure che si resero probabilmente necessarie per l’edificazione del Paese e per dare a tutti i cittadini la possibilità di un’istruzione, l’accesso ai servizi sanitari e una formazione politica di base, ma hanno anche indotto grandi sofferenze, forse inevitabili, che però milioni di tanzaniani non hanno ancora dimenticato». Insomma, beato sì o beato no? «Personalmente non avverto il bisogno di beatificare Nyerere per ispirarmi al suo esempio - commenta padre Joinet - Credo però che la beatificazione di questo grande leader africano riempirebbe di gioia e di orgoglio un gran numero di suoi concittadini».

Ma che tipo di socialismo proponeva Nyerere? Ecco la descrizione della sua esperienza, fatta da Lina Tieri, delle associazioni “Miche”(I germogli) e “Le impronte degli uccelli”, operanti in Tanzania

JULIUS NYERERE. LA VIA AFRICANA AL SOCIALISMO - ottobre 2002
A mezzanotte dell’otto dicembre 1961, a Dar es Salam, in uno stadio gremito di gente, viene ammainata la bandiera inglese, si alzano i colori del nuovo Stato del Tanganika.
Presidente è Julius K. Nyerere nato nel 1922 a Butiama - studi secondari in Uganda, università a Edimburgo. Tornato in patria ed entrato nel Movimento nazionale d’indipendenza, ne assume la direzione nel 1955. Della sua capacità di elaborazione politica sono testimoni numerosi testi pubblicati durante il corso del suo lungo mandato; della sua cultura letteraria restano le traduzioni in swahili di Shakespeare.
In quella notte del 1961 si assiste ad una cerimonia del tutto pacifica, l’indipendenza raggiunta senza le violenze e gli odi che hanno caratterizzato, in circostanze simili, molti paesi africani. Nyerere, l’artefice di questo processo, la definisce “un’indipendenza di bandiera”, un punto di partenza per costruire il Paese e restituirgli la sua “anima”.
Tre sono i principii guida enunciati, ai quali Nyerere sarà fedele durante tutto il suo mandato:
a) il rispetto per la persona umana, da cui il rifiuto di ogni discriminazione, soprattutto razziale;
b) la promozione dell’uguaglianza tra uomini, gruppi e nazioni;
c) il riconoscimento a tutta la popolazione dell’accesso alla terra.
Il nuovo Stato è povero di risorse naturali, eterogeneo nella sua popolazione (ben 127 etnie!), squilibrato nella distribuzione delle risorse sul territorio, frammentato da diversità linguistiche.
Il sistema scolastico è inesistente. Nel 1961, su 10 milioni di abitanti, c’è un solo ingegnere, nove veterinari, 16 medici, nessun magistrato, nessun architetto. Eppure, da questa realtà carente nell’economia, nella cultura, nelle strutture statuali, nella formazione professionale nasce la speranza del “socialismo africano”, la cosiddetta “esperienza tanzaniana”, il sogno di Nyerere.
La sua presidenza, dal 1961 al 1985, con le sue luci e le sue ombre, caratterizza talmente quei primi venticinque anni di indipendenza da legare indissolubilmente il suo nome a quel frammento di storia tanzaniana nella quale, come ampiamente riconosciuto, ci si confronta con una realtà originale, fattrice di questa originalità. Pochi paesi africani possono vantare un tale confronto di idee, una tale abbondanza di informazioni, tentativi teorici così ricchi, tali da poter parlare di “dibattito tanzaniano”.

UHURU E UJAMAA
Uhuru e Ujamaa sono i termini chiave della politica di Nyerere.
Uhuru vuol dire indipendenza, ma anche libertà e le due accezioni verranno usate tanto in politica estera che in politica interna.
Per la prima accezione, indipendenza, Nyerere mette subito le carte in tavola affermando che nessun africano potrà sentirsi veramente libero fintanto che una parte del continente rimarrà sotto la dominazione coloniale: da qui l’impegno contro il colonialismo e l’apartheid.
La fermezza della politica di Nyerere porta la Tanzania a ritirare il proprio ambasciatore da Washington (1964) e a rompere i rapporti diplomatici con Londra, quando quest’ultima accetta il governo minoritario bianco della Rodesia dopo l’indipendenza (1965). Problemi sorgono anche con la Germania in occasione dell’unione del Tanganika con Zanzibar (1964), unione non condivisa dalla Repubblica federale tedesca.
Le conseguenze di questa politica sul piano degli aiuti finanziari sono pesanti. Nyerere si rivolgerà alle organizzazioni internazionali, ai paesi socialdemocratici del Nord-Europa, alla Cina.
Ma presto si renderà conto della debolezza dei primi e della scarsità degli aiuti della seconda. Dai conflitti e dalle delusioni nasce la coscienza della fragilità e dei ricatti ai quali questa fragilità può dar luogo: piegarsi ai “consigli” degli eventuali donatori e ricevere finanziamenti dall’estero, o praticare con tutti i mezzi l’indipendenza del paese e rischiare così i contributi promessi. Nyerere e il suo governo sceglieranno senza esitazione la seconda strada, consapevoli che ciò vuol dire adottare una strategia di sviluppo basata sulle proprie forze ed in funzione delle risorse disponibili nel paese.
Dunque, indipendenza ma anche libertà, la seconda accezione di uhuru, e cioè lavoro comune e collettivo che utilizzi essenzialmente le risorse locali (ujamaa) per una politica di sviluppo che assicuri l’indipendenza della nazione.
Ujamaa e uhuru sono termini swahili, e Nyerere si sforzerà di pensare la politica in questa lingua per espellere quella del colonizzatore. Lingua che diventa quella ufficiale della Tanzania, nella quale pronuncerà tutti i suoi discorsi e che sarà un forte strumento di coesione per la popolazione. L’obiettivo è la costruzione di una “società giusta di cittadini liberi e uguali […] che controllano il proprio destino e insieme cooperano in uno spirito di fraternità umana per il loro mutuo beneficio. ” Lo strumento è l’ujamaa, che sta ad indicare sia l’insieme delle relazioni familiari allargate come modello di vita sociale, sia la cooperazione nel lavoro sotto l’egida dello Stato e l’aiuto reciproco per assicurare il benessere e la divisione dei frutti della comune attività.
Il socialismo di Nyerere sta tutto nell’idea politica dell’ujamaa: è un socialismo adattato alla realtà della Tanzania, che disconosce le ideologie e le pratiche straniere; si oppone al capitalismo e mira a costruire una società felice senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma si oppone al socialismo dottrinario, fondato sul conflitto tra l’uomo e il suo simile.

SOCIALISMO ED ETICA
Il socialismo di Nyerere è una sorta di etica sociale, che “non ha niente a che veder con il possesso delle ricchezze”. E’ un socialismo che rifiuta le ideologie e le esperienze che vengono dall’estero perché “Occorre costruire un ordine nuovo partendo dalle radici africane. La comunità era un’unità nel cui seno ogni individuo era importante e nella quale i beni erano divisi senza dar luogo ad eccessive ineguaglianze. E’ fondamentalmente questo che noi vogliamo dire, quando definiamo la società tradizionale africana come socialista.”
Con la Dichiarazione di Arusha del 1967 Nyerere dà inizio alle grandi riforme. Si nazionalizzano le banche, quasi tutte le industrie, le compagnie di assicurazione, ma l’intervento più impegnativo è quello in campo agricolo, che è il fulcro dell’ economia del paese. La rivoluzione agraria si chiama ujamaa vijijini, socialismo nei villaggi. Nei villaggi viene infatti raggruppata la popolazione dispersa nel grande territorio, perché viva in comunità rurali, economiche e sociali, affrancandosi dalla dipendenza degli aiuti esterni.
L’educazione svolge un ruolo importante e Nyerere lo sottolinea tracciando nel marzo 1967 le linee di una profonda riforma dell’insegnamento dove non ci sia più posto per i valori che insistono sulle ineguaglianze.
L’insegnamento dovrà, quindi, lottare contro la tentazione dell’arroganza intellettuale e contro il disprezzo del lavoro manuale; promovendo nel cittadino la fiducia in se stesso in quanto membro libero di una comunità solidale.
La scuola elementare, gratuita, svolgerà un ruolo primario nell’intero ciclo degli studi. Pienamente integrata nella comunità, sarà dotata di un campo di applicazione agricola, che servirà tanto alla formazione che alla sussistenza della scuola stessa.

LA SIMBIOSI PARTITO-STATO
L’insieme delle riforme messe in cantiere richiede uno Stato forte che diriga i cambiamenti, così come il benessere di tutti può essere garantito solo da un governo stabile e coeso.
Il partito unico, riconosciuto tale dalla Costituzione adottata nel 1965 è la soluzione al problema. La simbiosi partito-stato porta ad una concentrazione di poteri che si tradurranno nella fusione tra funzioni amministrative e di partito. Si instaura un forte dirigismo che mette in pericolo le basi della democrazia. Il riequilibrio dei poteri tra governanti e governati è un problema da affrontare subito, e le relative misure non si fanno attendere.
Contemporaneamente alla Dichiarazione di Arusha, viene adottato un codice di comportamento per i dirigenti del partito: è proibito possedere azioni o essere amministratori di società private, è vietata la proprietà di immobili, esclusi quelli di abitazione, ricevere più di uno stipendio. In sintesi, i dirigenti dovranno dissociarsi da qualsiasi iniziativa a carattere capitalistico o feudale. Si lancia una grande campagna di educazione politica in cui si spinge la popolazione a non restare passiva davanti alla tirannia dei dirigenti, a scrollarsi di dosso l’eredità coloniale e la sottomissione all’autoritarismo. Non bisogna piegarsi all’arbitrio, ma combatterlo e denunciarlo in tutte le occasioni e a tutti i livelli. La dialettica del controllo deve potersi sviluppare nei due sensi: dall’alto in basso e viceversa. Ritroviamo il concetto di indipendenza-libertà (uhuru) con la sua capacità di adattarsi alle situazioni e con gli spazi che offre agli aggiustamenti ed ai compromessi.
Vengono forniti al popolo gli strumenti per criticare i potenti, difendersi e, se del caso, attaccare (saranno costretti alle dimissioni anche ministri ed alti dirigenti). La fiducia in se stesso, così acquistata dal cittadino tanzaniano, lo porterà a possedere un alto senso della dignità, difficilmente riscontrabile in altri popoli del continente africano.
Quando, nel 1985, Nyerere lascia la carica presidenziale, il Paese affronta la successione in condizioni di completa normalità e calma. Il Mwulimu (Padre della Patria, come sarà chiamato dai tanzaniani) ha svolto un ruolo decisivo nella costruzione dello Stato, ma non si è mai imposto come il solo ed unico detentore del potere. Lascia alla Tanzania una vera indipendenza fatta di ideali, di aspirazioni, di diritti ad intraprendere, a riuscire e a sbagliare, di relazioni sociali ormai radicate nella realtà del paese.
Lascia una cultura politica creata insieme al suo popolo: “A ciascuno di voi individualmente, a tutti quelli che sono organizzati nei villaggi, nelle cooperative, nelle diverse professioni, a tutti i lavoratori onesti che hanno contribuito al nostro sviluppo, a tutti io dico grazie. Insieme abbiamo costruito una Nazione. ”
A quasi vent’anni dal discorso d’addio di Nyerere, la Tanzania ha subito notevoli cambiamenti, politici (dal 2000 il partito non è più unico), economici e sociali, non tutti positivi. Ci piace, però, pensare che le radici dell’albero piantato da Nyerere, per usare un’espressione swahili, siano talmente profonde da resistere agli attacchi del nuovo colonialismo delle multinazionali e delle grandi organizzazioni internazionali.