Perché non riandare un po’ alla grande questione dell’amore?

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Qualche osservazione su un tema stranoto, l’amore, con qualche spunto su ciò che per un verso eguaglia e per un altro differenzia uomini e donne.
Si propongono qui, rapidamente, considerazioni d’autore.
Anzitutto due acute osservazioni di premessa, la prima è del filosofo francese J. Guitton:
“Non troveremo molti aiuti se vogliamo capire l’essenza dell’amore perché è estremamente difficile conoscere una realtà quotidiana e comune. Infatti l’esperienza, quando si riduce a qualcosa che semplicemente si ripete, finisce per inebetire”.
La seconda, equivalente, è di un altro filosofo, Virgilio Melchiorre e recita:
“L'ovvio è il nemico della verità, esige senza deroghe il consenso ed è, così, un imperativo che non concede appelli; appare come ciò che si lascia intendere da sé e perciò non ammette domande; semplicemente è, e dunque va solo constatato, mai messo in questione. Eppure, quando di fronte all'ovvio, si riesce a destare un senso di meraviglia o di sorprendente stranezza, allora si scopre che, nella sua apparente e conchiusa immediatezza, l'ovvio cela dell'altro: può nascondere una verità difficile e forse estraniata o resa del tutto straniera alla coscienza quotidiana“.
Dunque l’ovvio e il comune, quando si parla di amore e di relazione uomo/donna, sono un bell’ostacolo, per di più l’ovvio è oggi ben costruito dalla grande potenza dei media.
Ecco allora qualche suggestione sull’amore che potrebbe “bucare” la crosta dell’ovvio.
Una proviene dal Festival della Filosofia che nell'estate 2013 ha avuto come tema l’amore. Tra i tanti contributi, lo psicanalista Massimo Recalcati ha esposto alcune considerazioni del suo maestro Jaques Lacan sull’amore. Il maitre à penser francese, secondo Recalcati, riconosce come reale l’idea di Freud circa la natura narcisistica dell’amore, vuol dire che amiamo nell’altro noi stessi, gabbia da cui non si esce e che eguaglia uomini e donne, anche se, come esempio, Recalcati cita il cosiddetto femminicidio: se te ne vai porti via me, io muoio dunque ti uccido.
Ma Lacan propone una via d’uscita, e Recalcati ne cita una frase, di certo effetto: l’amore implica la capacità della propria solitudine, non è uno scongiuro della propria solitudine. Tradotto in termini un po’ più…conosciuti: l’amore implica la capacità di accettare l’altro come veramente altro da sé. Ma ancora un concetto ad effetto: l’amore è la possibilità di supplire all’inesistenza del rapporto sessuale (si badi bene: si dice rapporto sessuale, non atto sessuale). Ovviamente l’atto sessuale esiste, ma è il rapporto tra i due amanti che nell’atto non esiste. Sempre secondo Recalcati, Lacan osserva che, se l’uno gode sessualmente, gode del suo corpo e cosi è per l’altro: ciascuno si isola nel godimento, il rapporto che c’è è col proprio godimento, l’uno non può arrivare a godere del godimento dell’altro. Un tantinello controcorrente no? Visto che il top – ovvio rappresentativo dell’amore, in tanti film, è l’atto sessuale.
Per di più, l’inesistenza del rapporto nell’atto sessuale si aggrava per il diverso modo di viverlo dell’uomo e della donna. il desiderio erotico maschile, secondo il francese, è sempre fissato sui particolari del corpo femminile, dunque è sempre feticistico, invece il desiderio femminile è quello di sentirsi l’unica per l’altro. Molto più positivo, qui è Recalcati che parla, quello femminile, ma divergente rispetto a quello maschile. Qui un problema interessante, anche questo posto da Recalcati: oggi per molte ragazze giovani, questa caratteristica femminile del desiderio erotico sta venendo meno, c’è una certa maschilizzazione del desiderio erotico femminile. Questione importante, che a Recalcati non appare un progresso, in quanto la richiesta di essere riconosciuta come l’unica va verso un possibile superamento dell’amore narcisistico. E perché? Tornando a Lacan, per il fatto che l’amore è accettazione della diversità dell’altro, una diversità che va intesa anche come unicità. Sempre per usare la terminologia penetrante del francese, è amore del nome, è accettazione di tutto l’altro nei suoi limiti e nella sua particolarità.
Amplio con alcune suggestioni, in parte coincidenti, ma in parte di ulteriore approfondimento. Sono tratte da un testo altrettanto provocatorio, insomma capace di bucare l’ovvio, di un altro francese, filosofo e scrittore: Fabrice Hadjadj. Il titolo è Mistica della carne, sottotitolo La profondità dei sessi. Traducono il seguente concetto: il sesso è questione fondamentale per capire l’uomo, la sua natura più profonda, la sua natura di uomo e di donna, ma oggi se ne è perso il senso, dunque bisogna andarci a fondo.
Anche per questo filosofo il vero amore non è narcisismo ma è, per usare la sua terminologia, spossessamento, dunque anche lui concorda sul fatto che l’atto sessuale esiste, ma non esiste il rapporto sessuale. Però, rifacendosi anche al grande poeta francese Charles Baudelaire, egli dà questa ulteriore motivazione: si può anche godere perché si fa godere l’altro, ma il termine ”fare” è presente anche nella frase “far soffrire l’altro”. Insomma anche questo godimento è pur sempre un modo di tenere in pugno l’altro: per Hadjadj (e per Baudelaire) si rinuncia all’egoismo solo per cadere nella vanità. Però il filosofo non si ferma qui e, come da titolo, scende ulteriormente nel “profondo del sesso” perché vi individua la presenza di segni di spossessamento, che cioè aprono la strada all’amore vero e, dunque, alla natura più profonda dell’uomo e della donna.
Un segno sta nello stessa attrazione erotica: prima che diventi solo godimento è qualcosa fuori dal soggetto, non previsto da lui, che lo attrae, in questo caso non è il desiderio di possedere che lo prende, ma lo stupore del suo essere spossessato; emerge, in questo, una vera e profonda nudità dell’uomo che prova attrazione, nudità che, in fondo, egli desidera, per spezzare il proprio sentimento di soddisfazione di se stesso.
Un altro segno, presente nel sesso, verso l’amore come spossessamento: il toccare dell’abbraccio.
E’, per un verso, esperienza unica di se stessi, per un altro, è spossessamento. E’ esperienza di sé perché nessuno può sentire, toccando, la mia mano come io la sento (diversa cosa con la vista: con essa posso vedere la mia mano come la vedono gli altri, oppure vedo senza vedermi e, anche se mi guardo nello specchio, il mio corpo mi risulta, in un certo senso, estraneo).
Ma il tatto è anche spossessamento perché, per sentire me stesso toccando, ho bisogno dell’oggetto da toccare, cioè dell’altro fuori di me, quando tocco sono anche toccato, se non c’è l’altro non c’è quell’unico modo di sentirmi che è dato dal senso tattile.
Spossessamento vuol dire anche scacco alle proprie pretese, ecco allora un altro segno: l’unione dei sessi permette quella delle bocche e, diversamente dagli animali, il bacio umano allude al significato del mangiare. E lo scacco è qui: non posso mangiare l’altro.
Hadjadj così arriva a dire che le nostre volontà vengono umiliate dai nostri sessi. Altro esempio? Eccolo: con gli organi genitali siamo al di là della volontà, l’erezione non dipende dall’uomo, poi, nel caso della donna, c’è l’impotenza delle mestruazioni.
Ovviamente si può non concordare, però ecco, in sintesi, la provocazione di Hadjadj: abbiamo un abisso in mezzo alle gambe (traduco: qualcosa che si ribella alla nostra autoaffermazione). E la ribellione tra le nostre cosce vuole insegnarci l’umiltà, è un castigo che, come dice etimologicamente la parola, ha il compito di renderci casti, cioè appunto più umili. Capaci di quell’alterità che nell’amore scopre sempre la propria essenziale solitudine, l’irriducibile alterità dell’altro. La comunione consiste dunque nel sopportare tale distanza. Riincontriamo Lacan.
Ponendo ancora a confronto Lacan riassunto da Recalcati con Hadjadj, vediamo una questione molto ovvia, che pertanto rischia di essere senza senso: quella del figlio. Hadjadj nota che l’accettazione dell’altro è anche lacerazione, e un segno potente di questo sta già nell’atto sessuale quando apre ad una carne diversa da se stessi (il figlio), che aiuta ad accogliersi e a ritrovarsi fuori da se stessi. Detto alla maniera di Recalcati–Lacan: c’è un segno evidente nella vita di ognuno che apre all’amore vero: è il nostro grido nell’entrare nella vita (piangiamo quando nasciamo).
E’ la richiesta dell’altro come soccorritore, gettati nella vita chiediamo all’altro (anzitutto al genitore) che ci ascolti.
Interessante aggiunta di Hadjadj: c’è un segno che precede il grido. L’uomo che nasce e piange perché gettato, prima di essere gettato è stato accolto, nel grembo della donna, prima che l’uomo nascente scopra il suo volto è stato preceduto dal volto del dono.