Il problema della sofferenza 1 - Censura e fiction sul dolore

Intervista a Francesco Botturi, Docente di antropologia filosofica, Università Cattolica.
Questo dialogo informale è stato fatto in occasione di un momento di approfondimento per gli studenti del Liceo Scienze Sociali Sacro Cuore di Gallarate che lo scorso anno hanno frequentato uno stage in Istituti per ragazzi disabili e per anziani.
Autore:
Laguri, Innocenza
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Domanda:
Il problema del dolore, della sofferenza, della malattia, della morte viene completamente censurato, per esempio chi ne parla viene preso per un depresso o, nel caso di grandi vicende dolorose, si vanno a cercare le disfunzioni del sistema sanitario, tecnologico, scientifico che stanno dietro a questa o a quella disgrazia. Quindi in generale c’è questa pesante censura. Concordi con questo e che cosa significa questa censura? In che modo è utile esserne consapevoli?

F. Botturi:
Sì, sono d’accordo, credo che effettivamente questa censura esista, perché quella che prevale è una mentalità tecnologica della nostra cultura occidentale, cosa che ci fa ritenere che le difficoltà siano oggetto di un problema. Problema vuol dire, come diceva il filosofo Marcel, un qualcosa cui corrisponde, con la debita tecnica, una soluzione. Anche la sofferenza viene concepita come qualcosa cui si debba rispondere attraverso una tecnica, delle procedure e degli strumenti, anche di vario tipo. Per questo è opportuno distinguere, a livello lessicale, tra dolore , che è il sintomo della sofferenza e che viene affrontato come problema da risolvere, e sofferenza, che è una questione molto più ampia di un problema tecnico.
Dovremmo anche domandarci questo: ”Come mai l’uomo soffre entro le condizioni del suo bisogno, perché mai non ritiene la sua condizione di disagio qualcosa appunto cui deve provvedere senza particolare ansia, senza particolare problema, senza angoscia e senza depressione? Cioè: perché la sofferenza non è semplicemente un bisogno come gli altri ? La sofferenza è qualcosa che si aggiunge in un modo diverso dal semplice bisogno?”
Questa sono le domande da fare.
Vorrei far notare anche quest’altra cosa, cioè che proprio questa idea di poter manipolare, di poter obbiettivare sino in fondo, di poter disporre in qualche modo della propria sofferenza fa sì che la nostra cultura sia sempre più povera ed insieme incapace di interpretare la sofferenza umana. Cioè è sempre più in grado di organizzare sistemi tecnici per far fronte alle situazioni di disagio, di dolore, ma è sempre più povera di simboli, di racconti, di credenze, di gesti che diano un senso a quanto capita nella vita. Sarebbe interessante capire quale sia l'origine di questa misera condizione spirituale dell'uomo contemporaneo nei confronti della sofferenza. In modo necessariamente sintetico si può dire questo: l'uomo contemporaneo è di fatto uno storico figlio della tradizione cristiana, di essa conserva l'idea di una esistenza riconciliata e senza dolore. Però, l'uomo contemporaneo non si fida più del suo Dio, ma si affida alla potenza, pur così fragile,della propria azione tecnica. In tal modo non fa più esperienza della figliolanza cristiana, mentre di fronte alla sempre rinascente minaccia della sofferenza, ritrova il senso fatalistico del paganesimo e il suo pessimismo, ma senza più essere capace di viverne il senso tragico, cioè senza più l'ideale eroico di saggezza cosmica entro la tensione tragica che fu del paganesimo classico. Dunque, né pagano né cristiano, l'uomo contemporaneo è in realtà sprovveduto nei confronti della sofferenza e perciò oscilla penosamente tra un senso di onnipotenza tecnologica e un senso di angoscia nei confronti del problema del soffrire. Per questo cerca il più possibile di evitare il problema, ponendosi di fronte ad esso attraverso le sue strategie tecnologiche.

Domanda:
Apparentemente sembra il contrario visto che a livello mediatico, di fiction, si parla di morte. Di gente che soffre, che piange, che si dispera ce ne è in abbondanza.

F. Botturi:
Sì, è una giusta osservazione, ma aiuta a capire meglio quello che dicevamo prima. Va intanto precisato, per evitare equivoci, che l’uomo deve provvedere il più possibile a liberarsi dal dolore, da situazioni di fatica che spesso sono anche situazioni di umiliazione e di indigenza grave, non soltanto materiale. Però, fatta questa precisazione, il problema che stiamo trattando è quale sia l’oggetto, quale sia il contenuto di questa esperienza della sofferenza. La questione è questa: noi non possiamo pensare alla sofferenza semplicemente nei termini di un “problema” cui provvedere, da risolvere e togliere.
Ora la cultura mediatica e dello spettacolo continuamente ripresenta immagini di sofferenza, immagini della violenza, della morte, ma per come vengono di solito presentate, cioè spettacolarmente, hanno solo l’effetto di provocare emozioni ma non di far sì che ci si interroghi. Sono spettacoli in cui avere sensazioni, in qualche modo servono solo ad esorcizzare il problema, e non invece a rendere compartecipi nella cosa. Tutto questo non riguarda dolore e sofferenza, ma caratterizza in genere la nostra cultura ed è importante rendersene conto. L'emotività esasperata è l'altra faccia della esaltazione della tecnica, cioè ad una certa esasperazione tecnica , nel senso di confidenza, fiducia data alla capacità tecnica nell’affrontare le cose, corrisponde, dall’altra parte, un’attitudine emotiva molto forte, una cultura dell’emozione. Le due cose si corrispondono evidentemente: tanto si cerca di essere freddi e oggettivi nell’affrontare tecnicamente una cosa, quanto si accompagna questo sforzo con una sorta di immersione emozionale, di esaltazione psicologica, di esperienza appunto intensa, intensiva di sé stessi e delle proprie sensazioni. Questo doppio regime funziona come una complementarietà, come un tenere insieme due cose opposte che fanno sistema e che evitano invece di porsi la questione fondamentale che è questa, molto semplicemente: ”Io che c’entro con tutto ciò?” Che cosa ho a che fare con la situazione di fatica, di sofferenza che mi capita e che capita agli altri? Io come tutto umano che sono, cosa c’entro con questo? Evidentemente c’entro ben poco, se il problema è semplicemente un dispositivo tecnico da una parte e un’emozione psicologica dall’altra. E’ come se ci fosse un punto cieco, al centro, che non viene mai affrontato. Cosa che fa sì che poi, nella concretezza delle situazioni, soprattutto dove più sono drammatiche, più prolungate, più inaspettate poi ci sia un crollo delle persone, un affogarsi nella propria disperazione, nell’angoscia. Oggi siamo deboli, sprovveduti, in realtà come indifesi nei confronti dell’aggressività interiore, potremmo dire spirituale, della sofferenza che non è né un problema puramente psicologico né puramente tecnico.