Donna Maria Benedetta Frey

Testimone della sofferenza per Amore
Autore:
Scrimieri, Don Gianluca
Fonte:
CulturaCattolica.it
Vai a "Vite dei Santi"

Viterbo, per memoria storica, non è solo la “città dei papi”; è la città dove Suor M. Benedetta ha vissuto, pregato e maturato la spiritualità e la santità come gli altri dei secoli passati: i protomartiri Valentino sacerdote e Ilario diacono, S. Rosa da Viterbo (1233-1251), patrona della città, il beato Giacomo, agostiniano, da Viterbo (1255-1308), S. Giacinta Marescotti (1585-1640), S. Rosa Venerini (1656-1728 e canonizzata da Benedetto XVI il 15 ottobre 2006), S. Crispino (1668-1750) frate cappuccino, il primo santo canonizzato da Giovanni Paolo II, il beato Domenico Barberi della Madre di Dio (1792-1849), la venerabile Suor Lilia Maria del SS.mo Crocifisso (1689-1773).
Una vocazione singolare, “speciale chiamata al coraggio e alla fortezza” quella di Penelope che nasce a Roma il 6 marzo 1836 da Luigi e Margherita Maria Giannotti e viene battezzata il giorno seguente nella parrocchia di S. Andrea delle Fratte. Fu miracolata da un seno fistoloso alla gamba sinistra da S. Pellegrino Laziosi. Crescendo coltiva la musica e il canto, suona il pianoforte, e si forma alla scuola dei passionisti e camilliani. Non si può fare a meno di notare che istintivamente frequenta luoghi e persone che rievocano la passione e le sofferenze di Cristo. Nel 1856 entra a Viterbo dalle monache cistercensi. Il 2 luglio 1858 si consacra solennemente a Dio. Nel 1861 si paralizza gradualmente fino ad arrivare all’immobilità totale, tranne la testa e il braccio destro, aggiungendosi altri mali nel tempo. Non poteva poggiare il capo sui guanciali a causa di acuti dolori, né poteva tenerlo eretto perché le ricadeva inerte sul petto con pericolo di soffocamento, perciò le si doveva sostenere la fronte con cordicelle e bende. A tutto questo si aggiunse per via, gli inevitabili malanni causati dalla lunga degenza a letto, le piaghe da decubito, le bronchiti, le polmoniti, i raffreddori, la cecità per tre anni, il restringimento dell’esofago, una piaga sotto il tallone destro, un tumore viscerale e prima di morire non faceva più uso della lingua. Il letto di malattia diventa la Croce a cui rimane inchiodata per 52 anni. La Frey non è particolare per essere la “povera crocifissa”, ma per la fede straordinaria con la quale affronta e offre questa chiamata di Dio a una vita di sofferenza. Scrive il 16/10/1893: ”I regali di Gesù sono i dolori che ci fanno guadagnare il cielo”. Lo stato di malattia non le toglie fecondità e maternità umana e spirituale. Accoglie ogni persona bisognosa, anche cardinali, vescovi, seminaristi, preti, tra questi stringe un amicizia profonda con don Luigi Orione. Ha i carismi della guarigione, della profezia, del discernimento e della consolazione. Il suo padre spirituale è il passionista padre Bernardo Prelini dal 1880 al 1894, è anche generale dell’ordine. Ha avuto per breve tempo il padre Germano (Vincenzo) Ruoppolo, direttore spirituale di S. Gemma Galgani e primo biografo. La fama delle sue virtù avevano oltrepassato il monastero e l’Italia. Per il 50° di malattia riceve una lettera autografa da papa Pio X con la sua stima e benedizione. La monaca amava e tutti affidava al suo Bambinello Gesù che stava di fronte al suo letto. Moltissime lettere amava iniziarle scrivendo “Dalla Croce”. Nelle lettere scrive spesso “Fiat, fiat in tutto”. Scriveva: “Mia cara, l’anima nostra non trova pace se non nel suo centro che è Dio (24/7/1885) ”. “Sento più vive le tribolazioni altrui che tutta la mia malattia ed immobilità di tanti anni, perciò vorrei aver più mali e patire su me stessa che vedere loro così tribbolati (28/11/1898). Esortava i destinatari a farsi santi: “Non già il farsi sante consista a stare nell’eremo, lo star sempre in chiesa con la corona in mano; no, no, la vera santità consiste solamente con adempiere in tutto la volontà Santissima di Dio, l’obbligo del proprio stato” (17/4/1900). Scriveva: “La tribolazione ci santifica; sia persuasa e convinta che tutto dispone e ordina Iddio per suo maggior bene. Nelle lettere si può notare la dimensione forte della spiritualità che nasce da Gesù Crocifisso: “Le dica che vi sono da sopportare delle croci e senza queste in Cielo non si può entrare; l’ha portata Gesù per nostro amore, perciò dobbiamo portarla anche noi per suo amore”. Era devota della Vergine Addolorata, di S. Giuseppe, S. Bernardo, S. Benedetto, di Gabriele dell’Addolorata. Pregava spesso la Via Crucis, la divina Passione di 24 ore, le Cinque Piaghe. Fu una zelatrice di varie Opere Eucaristiche: la Santa Lega del Corpus Domini di Milano, l’adorazione perpetua, l’Opera delle Chiese povere per provvedere arredi sacri per il culto eucaristico. Nella sua camera venivano amministrati i sacramenti, le Prime Comunioni, i Battesimi, qualche Ordinazione sacerdotale, le Cresime e quasi ogni domenica il vescovo di Viterbo Antonio Grasselli celebrava la S. Messa. Suor Maria Benedetta ebbe anche la gioia di esercitare l’ufficio di madrina per un bambino nato per le continue preghiere ad una convertita dal protestantesimo; in questo secondo caso il ministro fu il futuro cardinale patriarca di Venezia Pietro La Fontaine, cappellano del carcere di Viterbo.
Un giorno le apparve il padre Luigi per ringraziarla per le preghiere rivolte a Dio per la sua salvezza come pure, successivamente, le apparve il re Umberto I di Savoia il quale le disse: “Non sono potuto venire da vivo, vengo da morto: ora stesso sono stato ucciso. Ho bisogno di suffragi; vi raccomando la mia famiglia”. Fu lei a rivelare la morte del re alle monache, prima ancora che giungesse la notizia ufficiale. Non fece mancare la preghiera in riparazione delle bestemmie, dei sacrilegi, dell’attività della massoneria, dei gravissimi peccati. Fu anche la madrina di sacerdoti e di seminaristi e affidava tutti a Gesù Bambino.
Una volta Pio X ricevette in udienza l’ambasciatore d’Austria con la sua signora. Questi, per la venerazione che avevano verso di lui, gli presentarono la loro bambina sordomuta, perché le imponesse le mani con la speranza che guarisse. Pio X esclamò: “Andate a Viterbo, da Suor M. Benedetta”. I pii genitori condussero la bambina presso il letto della monaca. Con gioia e tanta riconoscenza fecero ritorno a Roma con la piccola perfettamente guarita!
I permessi di entrata in monastero vennero concessi fino al 1901 dal Santo Padre in persona, di volta in volta, secondo la validità dei motivi e previo il consenso delle monache a scrutinio segreto. In seguito le concessioni furono date direttamente dal vescovo e dalle monache. Dove Suor M. Benedetta non arrivava con la parola, arrivava con lo scritto. Sono state raccolte circa 350 lettere indirizzate a diverse categorie di persone, tra cui anche i carcerati. Scrivendo Suor Maria Benedetta si definiva “ciocco inutile”, “una buona a nulla” (19/10/1894).
Tra i visitatori dell’ammalata, la cronaca del monastero registra i nomi di personaggi illustri come i cardinali: Merry del Val, Macchi, Cassetta, Boschi; il segretario di San Pio X, Mons. Bressan, A. Piccardo, il beato don Giuseppe Nascimbeni che domandava sempre notizie della Frey ad una suora, il cardinal Pietro La Fontaine, il Beato Bartolo Longo e don Luigi Orione con il quale nascerà una lunga e profonda amicizia. La Frey prestò a don Orione un quadro di Gesù Buon Pastore per le sue missioni, nominato il “Girandolone”.
Suor Maria Benedetta, monaca cistercense, è discepola di S. Bernardo di Chiaravalle. Non sorprende che come la spiritualità e il ministero del santo così anche la vita spirituale e l’apostolato della monaca sono caratterizzati da una tenerissima devozione alla santa umanità di Cristo, con particolare riferimento alla sua infanzia.
In camera per poter vedere il cielo riflesso, faceva uso di uno specchietto perché non poteva girare la testa verso la finestra. Sale nella Casa del Padre il 10 maggio 1913. Don Luigi Orione avuta la notizia della morte della Serva di Dio scrive: “Dunque Suor Maria Benedetta ha voluto andarsene al Paradiso col suo celeste Sposo Gesù Bambino” (Tortona, 12 Maggio 1913).
Viene sepolta al cimitero di Viterbo e il 10 dicembre 1927 verrà traslata nella cappellina della Chiesa del monastero. Il 23 aprile 1968 viene effettuata una ricognizione sul corpo che fu trovato intatto alla presenza del vescovo diocesano Luigi Boccadoro e del perito Zacchi Osvaldo.
La Serva di Dio viene pregata per i malati gravi, per le coppie che hanno difficoltà a procreare e per la riconciliazione tra due persone o coniugi. Come malata è stata un soggetto attivo esemplare capace di santificarsi e di evangelizzare gli altri, non si chiude nel dolore anzi è una operatrice inchiodata ad un letto! La Serva di Dio è stata una donna forte, esempio per l’oggi nel quale regna il pensiero debole, un vivere senza punti di riferimento neanche quello eterno. Insegna che si può essere soggetto attivo e protagonista nella malattia, con la grazia di Dio ha esercitato la fede e la fortezza, virtù che sono oggi molto deboli per la fragilità e la frammentazione nella vita e nelle scelte allergiche al “per sempre”. Suor Maria Benedetta è attuale ed esemplare perché:

• ha saputo dare senso alla vita, alla sofferenza, al dolore, perché era innamorata fortemente Cristo;

• nonostante l’immobilità, è stata capace di creare un grande movimento: di preghiera, di carità e di relazioni, sempre di buon umore e sorridente;

• per la virtù della fortezza che ha esercitato. Oggi ci si domanda: quanta fragilità, quanti pensieri deboli, quanto pessimismo, indifferenza! Tutto ciò fa pensare che si ha più paura di vivere che di morire;

• per la consolazione con cui ha consolato i disperati, i bisognosi;

• ha amato e si è offerta totalmente, si è donata e si è impegnata a tal punto da essere disposta a venir ferita nell’intimo di se stessa. Una persona che ha saputo trasformare i propri limiti e sofferenze in una fonte di guarigione per gli altri, con la grazia divina;

• non ha scelto l’eutanasia, ma ha preferito seguire la Croce. Si tende a fuggire dalla sofferenza, ne rimaniamo schiacciati e passivi, è la scelta più facile e più comoda. E’sempre più forte la tentazione di togliersi la vita, di staccare la spina, perché la vita di un feto malato, di un vecchio o di un malato grave o disabile … non è utile a nessuno tanto meno alla società;

• è stata un’ “ostia vivente”: per l’edificazione della Chiesa, per la santificazione dei sacerdoti, per la conversione dei peccatori e per la salvezza delle anime;


Meditando la vita, le parole, i gesti di questa monaca, possiamo far tesoro del messaggio forte che ci ha lasciato: la vita umana è un dono di Dio, con la sua dignità degna essere vissuta come dono e impegno con equilibrio, fede ed umiltà. Per il cristiano il dolore è trasformato, è finalizzato alla salvezza. Suor Maria Benedetta è stata capace di trasformare la sua condizione di sofferente in un momento di grazia per sé e per gli altri fino a trovare nella lunga infermità la vocazione ad amare di più. Monache e laici pregano affinché Dio compia un miracolo attraverso l’intercessione di Suor Maria Benedetta. Ha aiutato molti sacerdoti anche in crisi con il consiglio e con l’offerta della sua preghiera e delle sofferenze, per questo è considerata da sempre la madrina dei sacerdoti e dei seminaristi.
A disposizione il libro “Suor Maria Benedetta Frey -Testimone della sofferenza per Amore” edito dal Centro Volontari della Sofferenza (C.V.S.). E’ in attesa dell’approvazione dell’eroicità delle virtù, il postulatore è don Armando Aufiero dei Silenziosi Operai della Croce e vice postulatore don Gianluca Scrimieri. Per info: Monastero della Visitazione, 30 - 01100 Viterbo – 0761. 34.01.37 – cell. 338.46.18.858. (www.suorbenedettafrey.it) E-mail: scrimgia@libero.it.
Facebook: Maria Benedetta Frey.

PREGHIERA

SS. Trinità Vi adoro e Vi domando perdono d’ogni mia colpa.
Vi ringrazio dei doni concessi alla vostra fedele adoratrice suor M. Benedetta.
DegnateVi nella Vostra santa Volontà di glorificarla anche su questa terra.
Concedetemi, per sua intercessione, la salvezza eterna
e la grazia particolare che ora umilmente Vi domando.

Don Gianluca Scrimieri