Senza Dio, senza speranza

Sono già presenti in noi le cose che si sperano: il tutto del nostro essere, la vita vera
Autore:
Oliosi, Don Gino
Fonte:
CulturaCattolica.it
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«La fede è la “sostanza” delle cose che si sperano; la prova delle cose che non si vedono”… la fede è una costante disposizione dell’animo, grazie a cui la vita eterna prende inizio in noi e la ragione è portata a consentire a ciò che essa non vede. Il concetto di “sostanza” è… modificabile nel senso che per la fede, in modo iniziale, potremmo dire “in germe” - quindi secondo la “sostanza” - sono già presenti in noi le cose che si sperano: il tutto, la vita. E proprio perché la cosa stessa è già presente, questa presenza di ciò che verrà crea anche certezza: questa “cosa” che deve venire non è ancora visibile nel mondo esterno (non “appare”), ma a causa del fatto che, come realtà iniziale e dinamica, la portiamo dentro di noi, nasce già ora una qualche percezione di essa… Nella religiosità dell’antico giudaismo (la parola speranza) veniva usata espressamente per l’attesa di Dio caratteristica di Israele: per questo perseverare nella fedeltà a Dio, sulla base della certezza dell’Alleanza, in un mondo che contraddice Dio. Così la regola indica una speranza vissuta, una vita basata sulla certezza della speranza. Nel Nuovo testamento questa attesa di Dio, questo stare dalla parte di Dio assume un nuovo significato: in Cristo Dio si è mostrato. Ci ha comunicato la “sostanza” delle cose future, e così l’attesa di Dio ottiene una nuova certezza. E’ attesa delle cose future a partire da un presente già donato. E’ attesa, alla presenza di Cristo, col Cristo presente, del completarsi del suo corpo, in vista della sua venuta definitiva» [Spe Salvi n. 9].

Siamo abituati a definire il vissuto comunitario, fraterno cristiano, come vita di fede. Ogni cristiano è credente. E sappiamo anche che il vissuto cristiano di fede è vita di carità cioè amare divinamente come Dio ama. Essere cristiani cioè credenti in Dio che è amore, e non praticare la carità, è cosa che non capiremmo. Ma che l’essere cristiani sia sostanzialmente determinato non da piccole o grandi, temporali, speranze ma dalla grande speranza che realizza completamente il nostro essere di anima-corpo, uomo-donna, io-comunità, tutto dono di quella risurrezione che riguarda anzitutto Gesù di Nazareth, ma con Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo, oggi è una certezza che ci è meno vicina dei tempi di Dante, talvolta ci è addirittura estranea, senza quindi quel tendere alla meta così grande e sicura da giustificare la fatica del cammino. Benedetto XVI osserva che fin dall’inizio, come emerge dal Nuovo testamento e segnatamente dalle Lettere degli Apostoli, una nuova speranza distinse i cristiani da quanti vivevano la religiosità pagana. I pagani sono coloro che non “hanno speranza”, dice per due volte l’apostolo Paolo (Ef 2,12; 1 Tess. 4,13). E dunque i cristiani sono quelli che l’hanno. E’ Dio che ha rigenerato i cristiani a “speranza viva”. Se debbono rispondere della loro fede, essi sono “pronti a rendere conto della loro speranza”, dice la prima lettera di Pietro (1,3;3,15). Fare professione di cristiani significa, per la lettera ai Colossesi, “non lasciarsi sviare dalla speranza dell’Evangelo” (1,23); significa, nella lettera agli Ebrei “mantenere incrollabile la speranza professata” (10,23). La speranza dei cristiani ha qualcosa di singolare. Con le speranze che l’uomo ha di solito - è evidente - essa ha in comune soltanto l’essere, per l’appunto, la speranza. I pagani, infatti, di cui l’Apostolo dice che non hanno speranza, hanno naturalmente anche ai suoi occhi speranze di ogni genere. Hanno i loro dei. E gli dèi sono domande e promesse. Ma la speranza essi non l’hanno. La speranza che nello Spirito del N.T. soltanto è tale, nasce nell’uomo solo grazie ad un appello benigno di Dio, nasce dall’appello di Dio (Ef 1,18) ed è la speranza quando si è chiamati (Ef. 4,4). In quell’appello essa è presente, e si comunica ai chiamati; leva, in quell’appello, la sua voce e viene “udita nella parola di verità”, che la implica (Col. 1,5). Se gli uomini la cercano, e non possono non cercarla, se vogliono essere certi, se vogliono sperare in modo affidabile per affrontare il presente facile o difficile, con una meta sicura, ebbene, in quell’appello, in quella parola, in quei sacramenti, in quel vissuto fraterno d’amore gratuito com’è ogni avvenimento dell’incontro con il Risorto, nell’‘evangelo’, essi la trovano. Scrivendo agli Efesini, san Paolo ricorda loro che, prima di abbracciare la fede in Cristo, erano “senza speranza e senza Dio in questo mondo” (2,12). Questa espressione appare quanto mai attuale per il paganesimo dei nostri giorni: possiamo riferirla in particolare al nichilismo contemporaneo, che corrode la speranza nel cuore, inducendolo a pensare che dentro di lui e intorno a lui regni il nulla: nulla prima della nascita, nulla dopo la morte. In realtà, se manca Dio, viene meno la speranza. Tutto perde spessore. E’ come se venisse a mancare la dimensione della profondità ed ogni cosa si appiattisse, privata del suo rilievo simbolico, della sua “sporgenza” rispetto alla mera materialità. E’ in gioco il rapporto tra l’esistenza qui e ora e ciò che chiamiamo “aldilà”: esso non è un luogo dove finiremo dopo la morte, è invece la realtà di Dio, la pienezza della vita a cui ogni essere umano è, per così dire, proteso. A questa attesa dell’uomo Dio ha risposto in Cristo,e risponde con l’avvenimento dell’incontro con il crocefisso risorto, con il dono della speranza. L’uomo è l’unica creatura capace di dire di sì o di no all’eternità, alla pienezza del proprio essere dono, cioè a Dio. L’essere umano può spegnere in se stesso la speranza eliminando Dio dalla propria vita.

Risurrezione e dono della speranza
La risurrezione di Cristo è un fatto già avvenuto nella storia, di cui gli Apostoli sono stati testimoni e non certo creatori. Nello stesso tempo essa non è affatto un semplice ritorno alla nostra vita terrena, come per Lazzaro per il quale Cristo, con un miracolo, ha solo prolungato la vita, rinviando la morte. Ma rinviare la morte non è ancora redimere, non è la salvezza, la grande speranza. La risurrezione è invece la più grande “mutazione” mai accaduta nella storia, il “salto” decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazaret, ma con Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo. La risurrezione è stata dunque come un’esplosione di luce, un’esplosione dell’amore che scioglie le catene del peccato e della morte. Essa ha inaugurato una nuova dimensione della vita e della realtà, una “sostanza” dalla quale emerge un mondo nuovo, la grande speranza che penetra oggettivamente, continuamente nel nostro mondo, lo trasforma e lo attira a sé. Per cui all’inizio dell’essere cristiani non c’è originariamente solo un atteggiamento interiore, una disposizione soggettiva che “informa” di cose future che si sperano oltre la morte ma la fede che è frutto di un concreto e attuale incontro con la Persona di Gesù Cristo, che è disceso nel regno della morte, l’ha vinta ed è tornato per accompagnare noi e farci esperimentare la certezza che insieme con Lui, un passaggio lo si trova. E la consapevolezza che esiste, è presente Colui che in tutto il vissuto, anche nella morte, mi accompagna e con il suo “bastone e il suo vincastro mi dà sicurezza”, cosicché “non devo temere alcun male” - era ed è questa la nuova “speranza” che sorgeva e ininterrottamente sorge sopra la vita dei cristiani. La pienezza della fede come unica speranza del mondo, che dando alla vita il nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva, non solo “informa” ma “performa” cioè plasma la vita stessa, il rapporto uomo-donna, la famiglia umana, la storia, anzi l’intero universo.
E tutto questo avviene concretamente attraverso la vita e la testimonianza visibile della Chiesa, corpo di Cristo; anzi, la Chiesa stessa costituisce la primizia, la vita eterna in germe battesimale di questa trasformazione, di questa grande speranza, che è opera di Dio e non nostra, che immediatamente si documenta attraverso piccole speranze compiute da Gesù nella fase terrena come le guarigioni dalle malattie, le liberazioni dall’azione malefica di Satana, piccole speranze, come il prolungamento miracoloso della vita terrena di Lazzaro, che ci conducono verso una meta così grande e sicura da giustificare ogni fatica del cammino. Questa vita, questa vera vita giunge a noi mediante la fede e i sacramenti, a cominciare dal Battesimo, che è realmente morte e risurrezione, rinascita, trasformazione in una vita nuova. Diventiamo così “uno in Cristo” (Gal 3,28)

“Io, ma non più io”: è questa la formula dell’esistenza cristiana fondata sul Battesimo, la formula della risurrezione dentro al tempo, la formula della “novità” della speranza cristiana chiamata a trasformare il mondo
Occorre recuperare, sulla base della teologia dei Padri in tutta la sua vastità, la pienezza di tutto l’essere (anima-corpo, uomo-donna o famiglia, io-comunità o storia e l’intero universo) della speranza cristiana superando la riduzione solo individualistica e privata della salvezza della propria anima. Occorre recuperare la consapevolezza della contrapposizione che Paolo fa emergere tra una vita “secondo Cristo” e una vita sotto la signoria degli “elementi del cosmo” e oggi la radicale riduzione di ogni uomo, considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale dalla dittatura della tecno-scienza: siccome ogni uomo è l’unica creatura libera di dire sì o no all’eternità, alla piena realizzazione del proprio essere di anima-corpo, uomo-donna, io comunità, cioè a Dio, puoi decidere, come cittadino, sia di vivere senza speranza, di togliere il “plusvalore del cielo” nell’orizzonte della tua vita privata e pubblica, sia di vivere il quotidiano privato e pubblico con la speranza, di poter usare la ragione e la libertà cioè l’amore per realizzare per te e per gli altri quella civiltà di vita nuova che ti distingue dagli altri animali e dalle altre creature. In questa prospettiva significativi sono i testi di san Gregorio Nazianzeno e di sant’Ambrogio. Un testo di san Gregorio Nazianzeno dice che nel momento in cui i magi guidati dalla stella adorarono il nuovo re Cristo, giunse la fine dell’astrologia, perché ormai le stelle girano secondo l’orbita determinata da Cristo. Di fatto, in questa scena è capovolta la concezione del mondo di allora che, in modo diverso, è nuovamente in auge anche oggi. Non sono gli elementi del cosmo, le leggi della materia che in definitiva governano il mondo e l’uomo, ma un Dio personale governa le stelle, cioè l’universo; non le leggi della materia e dell’evoluzione sono l’ultima istanza, ma ragione, volontà amore - una Persona. E se conosciamo questa Persona e Lei conosce noi, allora veramente l’inesorabile potere degli elementi materiali non è più l’ultima istanza; allora non siamo schiavi dell’universo e delle sue leggi, allora siamo liberi. Il cielo non è vuoto. La vita non è un semplice prodotto delle leggi e della casualità della materia, ma in tutto e contemporaneamente al di sopra di tutto c’è una volontà personale, c’è uno Spirito che in Gesù Cristo si è rivelato come Amore.
Per sant’Ambrogio la speranza è che tutta la realtà si unifica in Cristo, dal momento che “Cristo è tutto e tutto è in Cristo”: “Egli è il compimento di tutte le cose”. Non sorprende allora - come riporta Inos Biffi in un articolo dell’Osservatore Romano di venerdì 7 dicembre 2007 - che sant’Ambrogio avverta con particolare sensibilità la presenza di Cristo diffusa e prossima: “Se salirai al cielo, Gesù è là; se discenderai nelle profondità della terra, lo trovi presente. Oggi, mentre vi sto parlando, egli è con me, qui, in questo punto, in questo momento, e se in Armenia, c’è un cristiano che parla, là è presente Gesù”. Ed è questa onnipresenza la ragione della sua facile reperibilità da parte di quelli che lo cercano sinceramente: “Tu cominci appena a cercarlo, e Cristo ti è già vicino: egli non può mancare a chi lo desidera, dopo che apparve a coloro che neppure lo sognavano e fu trovato da quelli che non domandavano di Lui. Se pensi e parli di Lui, egli è già presente”; e con Lui la speranza cristiana: “Vieni anche tu; non importa se tardi, o se è già notte: in ogni ora troverai Gesù”.
La Scrittura non è primariamente una fonte di concetti, ma luogo di esperienza del Verbo, di Gesù Cristo, della sua speranza, sulla base che tutta la Bibbia è attraversata dalla presenza di Gesù. E presente nei sacramenti, soprattutto nell’Eucaristia. “Cristo è il seme di vita eterna perché è il seme di tutto”; “ è un albero che ricopre il mondo con la sua ombra”, già con la sua speranza.