L'ateismo è un moralismo

Il Giudizio come luogo di apprendimento e di esercizio della speranza,
come criterio secondo cui ordinare e valorizzare la vita presente e come richiamo alla coscienza morale ed etica, come speranza nella giustizia di Dio
Autore:
Oliosi, Don Gino
Fonte:
CulturaCattolica.it
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«Nel grande Credo della Chiesa la parte centrale, che tratta del mistero di Cristo a partire dalla nascita eterna dal Padre e dalla nascita temporale dalla Vergine Maria per giungere attraverso la croce e la risurrezione fino al suo ritorno, si conclude con le parole: “…di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti”. La prospettiva del Giudizio, già dai primissimi tempi, ha influenzato i cristiani fin nella loro vita quotidiana come criterio secondo cui ordinare la vita presente, come richiamo alla loro coscienza e, al contempo, come speranza nella giustizia di Dio. La fede in Cristo non ha mai guardato solo indietro né mai verso l’alto, ma sempre anche in avanti verso l’ora della giustizia che il Signore aveva ripetutamente preannunciato. Questo sguardo in avanti ha conferito al cristianesimo la sua importanza per il presente. Nella conformazione degli edifici sacri cristiani, che volevano rendere visibile la vastità storica e cosmica della fede in Cristo, diventò abituale rappresentare sul lato orientale il Signore che ritorna come re - l’immagine della speranza -, sul lato occidentale, invece, il Giudizio finale come immagine della responsabilità per la nostra vita, una raffigurazione che guardava e accompagnava i fedeli proprio nel loro cammino verso la quotidianità. Nello sviluppo dell’iconografia, però, è poi stato dato sempre più risalto all’aspetto minaccioso e lugubre del Giudizio, che ovviamente affascinava gli artisti più dello splendore della speranza, che spesso veniva eccessivamente nascosto sotto la minaccia» (SS. 41). Questa trattazione dell’essenzialità della fede nei novissimi è argomentata in modo così fedele e persuasivo che quasi tutto ho tratto dall’enciclica dal n. 41 al n. 48.

L’attesa del Giudizio finale e della vita eterna è l’immagine decisiva della speranza
Il Papa osserva che nell’epoca moderna il pensiero del Giudizio finale sbiadisce: la fede cristiana viene individualizzata ed orientata soprattutto verso la salvezza personale dell’anima; la riflessione sulla storia universale, invece, è in gran parte dominata dal pensiero e da una prassi preoccupata quasi esclusivamente dal progresso. Il contenuto fondamentale dell’attesa del Giudizio, tuttavia non è semplicemente scomparso. Ora però assume una forma totalmente diversa. L’ateismo del XIX e XX secolo è, secondo le sue radici e la sua finalità, un moralismo: una protesta contro le ingiustizie del mondo e della storia universale. Un mondo, nel quale esiste una tale misura di ingiustizia, di sofferenza degli innocenti e di cinismo del potere, che non può essere l’opera di un Dio buono. Il Dio che avesse la responsabilità di un simile mondo, non sarebbe un Dio buono. E’ in nome della morale che bisogna contestare questo Dio. Poiché non c’è un Dio che crea giustizia, sembra che l’uomo stesso ora sia chiamato a stabilire la giustizia. Se di fronte alla sofferenza di questo mondo la protesta contro Dio è comprensibile, la pretesa che l’umanità possa e debba fare ciò che nessun Dio fa né è in grado di fare, è presuntuosa ed intrinsecamente non vera. Che da tale premessa siano conseguite le più grandi crudeltà e violazioni della giustizia non è un caso, ma è fondato nella falsità intrinseca di questa pretesa. Un mondo che si deve creare da sé la sua giustizia è un mondo senza speranza. Nessuno e niente risponde per la sofferenza dei secoli. Nessuno e niente garantisce che il cinismo del potere - sotto qualunque accattivante rivestimento ideologico si presenti - non continui a spadroneggiare nel mondo Così i grandi pensatori della scuola di Francoforte, Max Horkeimer e Thetdor W. Adorno, hanno criticato in ugual modo l’ateismo come il teismo. Horkheimer ha radicalmente escluso che possa essere trovato un qualsiasi surrogato immanente per Dio, rifiutando allo stesso tempo però anche l’immagine del Dio buono e giusto. In una radicalizzazione estrema del divieto veterotestamnetario delle immagini, egli parla della “nostalgia del totalmente Altro” che rimane inaccessibile - un grido del desiderio rivolto alla storia universale. Anche Adorno si è attenuto decisamente a questa rinuncia ad ogni immagine che, appunto, esclude anche l’“immagine” del Dio che ama. Ma egli ha anche sempre di nuovo sottolineato questa dialettica “negativa” e ha affermato che giustizia, una vera giustizia, richiederebbe un mondo “in cui non solo la sofferenza presente fosse annullata, ma ancor revocato ciò che è irrevocabilmente passato”. Questo, però, significherebbe - espresso in simboli positivi e quindi per lui inadeguati - che giustizia non può esservi senza risurrezione dei morti. Una tale prospettiva, tuttavia, comporterebbe “la risurrezione della carne, una cosa che all’idealismo, al regno dello spirito assoluto, è totalmente estranea”.
Dalla rigorosa rinuncia ad ogni immagine, che fa parte deprimo Comandamento di Dio (Es 20,4), può e deve imparare sempre di nuovo anche il cristiano. La verità della teologia negativa è stata posta in risalto dal IV Concilio Lateranense il quale ha dichiarato esplicitamente che, per quanto grande possa essere la somiglianza costatata tra il creatore e la creatura, sempre più grande è tra di loro la dissomiglianza. Per il credente, tuttavia, la rinuncia ad ogni immagine non può spingersi fino al punto da doversi fermare, come vorrebbero Horkheimer e Adorno, nel “no” ad ambedue le tesi, al teismo e all’ateismo. Dio stesso si è dato un’“immagine”: nel Cristo che si è fatto uomo. In Lui, il Crocifisso, la negazione di immagini sbagliate di Dio è portata all’estremo. Ora Dio rivela il suo Volto proprio nella figura del sofferente che condivide la condizione dell’uomo abbandonato da Dio, prendendola su di è. Questo sofferente innocente è diventato speranza - certezza: Dio c’è, e Dio sa creare la giustizia in un modo che noi non siamo capaci di concepire e che, tuttavia, nella fede possiamo intuire. Sì, esiste la risurrezione della carne. Esiste una giustizia. Esiste la “revoca” della sofferenza passata, la riparazione che ristabilisce il diritto. Per questo la fede nel Giudizio finale è innanzitutto e soprattutto speranza - quella speranza, la cui necessità si è resa evidente proprio negli sconvolgimenti degli ultimi secoli. “Io sono convinto - afferma Benedetto XVI - che la questione della giustizia costituisce l’argomento essenziale, in ogni caso l’argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna. IL bisogno soltanto individuale di un appagamento che in questa vita ci è negato, dell’immortalità dell’amore che attendiamo, è certamente un motivo importante per credere che l’uomo sia fatto per l’eternità; ma solo in collegamento con l’impossibilità che l’ingiustizia della storia sia l’ultima parola, diviene pienamente convincente la necessità del ritorno di Cristo e della nuova vita”.
La protesta contro Dio in nome della giustizia non serve. Un mondo senza Dio è un mondo senza speranza (Ef 2,12). Solo Dio può creare giustizia. L’immagine del Giudizio finale è in primo luogo non un’immagine terrificante, ma un’immagine di speranza; per noi forse addirittura l’immagine decisiva della speranza. Ma non è forse anche un’immagine di spavento? Certamente è un’immagine che chiama in causa la responsabilità e quindi il santo e fecondo timore di Dio ma esso va collocato nella certezza di essere amati fino al perdono, senza misura e nel bisogno di amare, di perdonare come Lui ci perdona. Dio è giustizia e crea la vera e totale giustizia per tutti. E’ questa la nostra consolazione e la nostra speranza. Ma nella sua giustizia è insieme anche grazia. Questo lo sappiamo volgendo lo sguardo sul Cristo crocifisso e risorto. Ambedue - giustizia e grazia - devono essere viste nel loro giusto collegamento interiore. La grazia non esclude la giustizia. Non cambia il torto in diritto. Non è una spugna che cancella tutto così che quanto s’è fatto sulla terra finisca per avere sempre lo stesso valore, le stesse conseguenze non solo temporali ma eterne.

Giudizio particolare
I malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato. Platone esprime un presentimento del giusto giudizio che in gran parte rimane vero e salutare anche per il cristiano. Pur con immagini mitologiche, che però rendono con evidenza inequivocabile la verità, egli dice che le anime staranno nude davanti al giudice. Ora non conta più ciò che esse erano una volta nella storia, ma solo ciò che sono divenute in verità. “Ora (il giudice) ha davanti a sé forse l’anima di un…re o dominatore e non vede niente di sano in essa. La trova flagellata e piena di cicatrici provenienti da spergiuro ed ingiustizia…e tutto è storto, pieno di menzogna e superbia, e niente è diritto, perché essa è cresciuta senza verità. Ed egli vede come l’anima, a causa di arbitrio, esuberanza, spavalderia e sconsideratezza nell’agire, è caricata di smisuratezza e d’infamia. Di fronte ad un tale spettacolo, egli manda subito nel carcere, dove subirà le punizi9oni meritate…A volte, però, egli vede davanti a sé un’anima diversa, una che ha fatto una vita pia e sincera…, se ne compiace e la manda senz’altro alle isole dei beati” (Giorgia 525° - 526c). Gesù, nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31), ha presentato a nostro ammonimento l’immagine di una tale anima devastata dalla spavalderia e dall’opulenza, che ha creato essa stessa una fossa invalicabile tra sé e il povero: la fossa della chiusura entro i piaceri materiali, la fossa della dimenticanza dell’altro, dell’incapacità di amare, che si trasforma ora in una sete ardente e ormai irrimediabile. Dobbiamo qui rilevare che Gesù in questa parabola non parla del destino definitivo dopo il Giudizio universale, ma riprende una concezione che si trova, fra altre, nel giudaismo antico, quella cioè di una condizione intermedia tra morte e risurrezione, uno stato in cui la sentenza ultima manca ancora.

Purificazione ultraterrena o irrevocabile distruzione infernale di ogni bene o comunione beata con Dio e con tutti e con tutto per ogni anima subito dopo morte
L’idea vetero - giudaica della condizione intermedia include l’opinione che le anime non si trovano semplicemente in una sorta di custodia provvisoria, ma subiscono già una punizione, come dimostra la parabola del ricco epulone, o invece godono già di forme provvisorie di beatitudine: senza più la mediazione della creatura sono nella solitudine dell’odio o nella comunione con Dio, con tutti e con tutto.
1) Purgatorio. Non manca il pensiero che in questo stato siano possibili anche purificazioni e guarigioni, che rendono l’anima matura per la comunione con Dio. La Chiesa primitiva ha ripreso tali concezioni, dalle quali, poi, nella Chiesa occidentale, nei suoi Concili, si è sviluppata man mano la dottrina del purgatorio. Ma di che cosa realmente si tratta? Con la morte, la scelta di vita fatta dall’uomo diventa definitiva come quella dei demoni e dgeli angeli - questa vita sta davanti al Giudice. La sua scelta, che nel corso dell’intera vita ha preso forma, può avere caratteri diversi.
2) Inferno. Possono esserci persone che hanno distrutto totalmente in se stesse il desiderio della verità e la disponibilità all’amore. Persone in cui tutto è diventato menzogna; persone che hanno vissuto per l’odio e hanno calpestato in se stesse l’amore. E’ questa una prospettiva terribile, ma alcune figure della stessa nostra storia lasciano discernere in modo spaventoso profili di tal genere. In simili individui non ci sarebbe più niente di rimediabile e la distruzione del bene sarebbe irrevocabile: è questo che si indica con la parola inferno (CCC. nn. 1033-1037).
3) Paradiso. Possono esserci persone purissime, che si sono lasciate interamente penetrare da Dio e di conseguenza sono totalmente aperte al prossimo - persone delle quali la comunione con Dio orienta già fin d’ora l’intero essere e il cui andare verso Dio conduce solo a compimento ciò che ormai sono (CCC. nn. 1023 - 1029).

Cristo stesso, il Giudice e Salvatore, fuoco che brucia fino in fondo e insieme salva
Fino al momento terminale di questa vita terrena negli uomini la loro esistenza non è mai completamente da inferno o da paradiso ma, comunque ridotti, rimane presente nel più profondo della loro essenza un’ultima interiore apertura per la verità, per l’amore che perdona, per Dio. Nelle concrete scelte di vita, però, essa è ricoperta da sempre nuovi compromessi col male - molta sporcizia copre la purezza, di cui, tuttavia, è rimasta la sete e che, ciononostante, riemerge sempre di nuovo da tutta la bassezza e rimane presente in ogni anima fino al momento terminale della fase terrena. Che cosa avviene di simili individui quando compaiono davanti al Giudice? Tutte le cose sporche che hanno accumulate nella loro vita diverranno forse di colpo irrilevanti? O che cosa d’altro accadrà? San Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, ci dà un’idea del differente impatto del giudizio di Dio sull’uomo a seconda delle sue condizioni. Lo fa con immagini che vogliono in qualche modo esprimere l’invisibile, senza che noi possiamo trasformare queste immagini in concetti - semplicemente perché non possiamo gettare lo sguardo nel mondo al di là della morte né abbiamo alcuna esperienza di esso. Paolo dice dell’esistenza cristiana innanzitutto che essa è costruita su un fondamento comune. Questo fondamento resiste. Se siamo rimasti saldi su questo fondamento e abbiamo costruito su di esso la nostra vita, sappiamo che questo fondamento non ci può più essere sottratto neppure dalla morte. Poi Paolo continua: “Se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco” (3,12-15). In questo testo, in ogni caso, diventa evidente che il salvamento degli uomini può avere forme diverse; che alcune cose edificate possono bruciare fino in fondo; che per salvarsi bisogna attraversare in prima persona il “fuoco” per diventare definitivamente capaci di Dio e poter prendere posto alla tavola dell’eterno banchetto.
Il Papa dice che alcuni teologi recenti sono dell’avviso che il fuoco che brucia e insieme salva sia Cristo stesso, il Giudice e Salvatore. L’incontro con Lui è l’atto decisivo del Giudizio. Davanti al suo sguardo si fonde ogni falsità. E’ l’incontro con Lui che, bruciandoci, ci trasforma e ci libera per farci diventare veramente noi stessi. Le cose edificate durante la vita possono allora rivelarsi paglia secca, vuota millanteria e crollare. Ma nel dolore di questo incontro, in cui l’impuro ed il malsano del nostro essere si rendono a noi evidenti, sta la salvezza. Il suo sguardo, il tocco del suo cuore ci risana mediante una trasformazione certamente dolorosa “come attraverso il fuoco”. E’, tuttavia, un dolore beato, in cui il potere santo del suo amore ci penetra come fiamma, consentendoci alla fine di essere totalmente noi stessi e con ciò totalmente di Dio. Così si rende evidente anche la compenetrazione di giustizia e grazia: il nostro modo di vivere non è irrilevante, ma la nostra sporcizia non ci macchia eternamente, se almeno siamo stati protesi verso Cristo, verso sinceramente la verità e verso l’amore. In fin dei conti, questa sporcizia è già stata bruciata nella Passione di Cristo. Nel momento del Giudizio sperimentiamo ed accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male del mondo ed in noi. Il dolore dell’amore diventa la nostra salvezza e la nostra gioia.
E’ chiaro che la “durata” di questo bruciare che trasforma non la possiamo calcolare con le misure cronometriche di questo mondo. Il “momento” trasformatore di questo incontro sfugge al cronometraggio terreno - è tempo del cuore, tempo del “passaggio” alla comunione con Dio nel Corpo di Cristo. Il Giudizio di Dio è speranza sia perché giustizia, sia perché grazia. Se fosse soltanto grazia che rende irrilevante tutto ciò che è terreno, Dio resterebbe a noi debitore della risposta alla domanda circa la giustizia - domanda per noi decisiva davanti alla storia e a Dio stesso. Se fosse pura giustizia, potrebbe essere alla fine per tutti noi motivo di paura. L’incarnazione di Dio in Cristo ha collegato talmente l’uno con l’altra - giudizio e grazia - che la giustizia viene stabilita con fermezza: tutti noi attendiamo alla nostra salvezza “con timore e tremore” (Fil 2,12). Ciononostante la grazia consente a noi tutti di sperare e di andare pieni di fiducia incontro al Giudice che conosciamo come nostro “avvocato”, parakletos (1 Gv 21,1).

Si può venire in aiuto ai defunti nella loro condizione intermedia mediante l’Eucaristia, la preghiera e l’elemosina
Per la prassi della speranza cristiana è importante anche il suffragio. Nell’antico giudaismo esiste pure il pensiero che si possa venire in aiuto ai defunti nella loro condizione intermedia per mezzo della preghiera e l’elemosina (2 Mac 12,38-45: I secolo a.C). La prassi corrispondente è stata adottata dai cristiani con molta naturalezza ed è comune alla Chiesa orientale e occidentale. L’Oriente non conosce una sofferenza purificatrice ed espiatrice delle anime nell’“al di là”, ma conosce, sì, diversi gradi di beatitudine o anche di sofferenza nella condizione intermedia. Alle anime dei defunti, tuttavia, può essere dato “ristoro e refrigerio” mediante l’Eucaristia, la preghiera e l’elemosina. Che l’amore possa giungere fin nell’aldilà, che sia possibile un vicendevole dare e ricevere, nel quale rimaniamo legati gli uni e gli altri con vincoli di affetto oltre il confine della morte - questa è stata una convinzione fondamentale della cristianità attraverso tutti i secoli e resta anche oggi una confortante esperienza. Chi non proverebbe il bisogno di far giungere ai propri cari già partiti per l’aldilà un segno di bontà, di gratitudine o anche di richiesta di perdono? Ora ci si potrebbe domandare ulteriormente: se il “purgatorio” è semplicemente l’essere purificati mediante il fuoco nell’incontro con il Signore, Giudice e Salvatore, come può allora intervenire una terza persona, anche se particolarmente vicina all’altra? Quando poniamo una simile domanda, dovremmo renderci conto che nessun uomo è una monade chiusa in se stessa. Le nostre esistenze sono in profonda comunione tra loro, mediante molteplici interazioni sono concatenate una con l’altra. Nessuno vive da solo. Nessuno pecca da solo. Nessuno viene salvato da solo. Continuamente entra nella mia vita quella degli altri: in ciò che penso, dico, faccio, opero. E viceversa, la mia vita entra in quella degli altri: nel male e nel bene. Così la mia intercessione per l’altro non è affatto una cosa a lui estranea, una cosa esterna, neppure dopo la morte. Nell’intreccio dell’essere, il mio ringraziamento a lui, la mia preghiera per lui può significare una piccola tappa di purificazione. E con ciò non c’è bisogno di convertire il tempo terreno nel tempo di Dio: nella comunione delle anime viene superato il semplice tempo terreno. Così si chiarisce ulteriormente un elemento importante del concetto cristiano di speranza. La nostra speranza è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri; solo così essa è veramente speranza anche per me (CCC n. 1032). Da cristiani non dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso? Dovremmo domandarci anche: che cosa posso fare perché altri vengano slavati e sorga anche per altri la stella della speranza? Allora avrò il massimo anche per la mia salvezza personale.