No, caro #Avvenire, la 194 non può essere accettata dai cattolici

Caro Moretti, si possono utilizzare tutte le infiorettature buoniste che si vogliono, tutte le magiche parole talismano oggi in voga, tutti i capziosi sofismi gesuitici a disposizione, ma la realtà nuda e cruda non si può cambiare: l’aborto rimane un crimen nefandum. E nessuna legge può mai rendere giusto un delitto abominevole
Fonte:
CulturaCattolica.it
Vai a "Ultime news"
Ma l'aborto non è «abominevole delitto»?

Il quotidiano “Avvenire” ha ospitato, il 27 agosto 2020, l’intervento di Angelo Moretti intitolato Superare residui ideologici. La solida regola del dialogo di fronte all'inedito-Ru486. A molti il nome dell’autore forse non dice nulla, ma Angelo Moretti non è solo un giornalista pubblicista cattolico.


È anche progettista sociale e coordinatore della Caritas Diocesana di Benevento, co-fondatore e direttore generale del Consorzio Sale della Terra, co-autore del “Manifesto per una Rete dei Piccoli Comuni” del #Welcome, è stato Presidente Nazionale dei Giovani Volontari Vincenziani e Presidente del Centro Servizi al Volontariato di Benevento.

Proprio per tutto questo, alcuni passi del suo intervento, pubblicato da “Avvenire” senza commenti critici, fanno davvero trasecolare. Come, ad esempio, l’affermazione tranchant per cui «la legge 194 non è una legge contro la vita e può essere accettata dai cattolici». Ma come, riconoscere che un embrione è l’inizio di una vita non significa rendere di per sé illegittima la legge sull’aborto? «No», risponde Moretti – «se si intende la ratio legis della 194 per quella che è: una legge che regolamenta un fenomeno, che lo rende una questione pubblica, non una legge che promuove o che serve a dichiarare una questione di principio». Quindi, continua lo stesso Moretti, «la 194 non è una legge che mette in discussione la dignità ontologicamente intrinseca di un embrione, è una legge intervenuta a disciplinare un fenomeno sociale che non ha bisogno di leggi per esistere: l’aborto verrebbe praticato anche in assenza di una norma che ne regolamentasse i contorni e i dettagli della responsabilità pubblica e privata, con grande aggravio e rischio per le donne che decidano liberamente o che si sentano costrette per svariati motivi ad abortire». Niente male come ragionamento per un giornalista pubblicista che si picca di definirsi cattolico, e i cui interventi vengono ospitati dal giornale della Conferenza Episcopale Italiana. Ma non finisce qui. Sempre secondo il coordinatore diocesano della Caritas di Benevento, «un cattolico che chiede di applicare in ogni sua parte la 194 non sta affermando un valore diverso dalla sua fede, crede nella vita, in ogni vita, dal concepimento alla vecchiaia, comprende semplicemente un’impalcatura legislativa che definisce una cornice entro cui l’aborto viene sottratto sia alla privatizzazione sia all’imposizione pubblica». Moretti sostiene, infatti, che «non è una posizione inedita quella dei credenti che contribuiscono alla vigenza di leggi che regolamentano fenomeni sociali esistenti e che una persona ragionevole scongiurerebbe». Ed a questo proposito il nostro giornalista cattolico si avventura nel campo della teologia: «Le Sacre Scritture ci ricordano che la legge dell’“occhio per occhio” non era, ad esempio, una legge che promuoveva la vendetta, ma regolamentava il fenomeno della vendetta».
Ma questo ragionamento non contraddice in fondo il dovere di difendere la vita dal concepimento, che ogni cattolico dovrebbe avvertire come esigenza morale? «No», risponde sempre Moretti, «perché nella pratica ogni cattolico è chiamato a difendere e promuovere la vita, senza potersi ergere a giudice delle scelte altrui; nella teoria il cattolico che chiede di applicare tutta la 194 chiede che una donna sia accolta da un servizio pubblico, non promuove l’aborto, ma si pone in ascolto e in aiuto di ogni donna». Per giustificarsi, però, è costretto ad utilizzare le consuete parole talismano: «pace», «non-violenza», «non-discriminazione», «comprensione», «dialogo», «accoglienza». Scrive, infatti, Moretti: «La speranza più intima resta quella della pace e della nonviolenza: nessuna guerra, nessuna discriminazione, nessun giudizio “contro”, solo perdono e tensione alla comprensione reciproca». E conclude: «Sull’urgenza di una chiave di lettura sociale e culturale dell’aborto i cattolici giustamente non intendono retrocedere nel dialogo; un dialogo che, anche a mio parere, non ha bisogno di rimettere in discussione la 194, ma che si mettano in discussione le nostre comunità non accoglienti».
Et voilà, con il riferimento finale all’accoglienza, il piatto è servito!

Angelo Moretti inizia il suo intervento pubblicato da “Avvenire” con la considerazione che «nel dibattito italiano sui cosiddetti diritti civili e, in particolare sul tema dell’aborto, si ha spesso la spiacevole sensazione di affrontare un confronto tra posizioni illuministiche e posizioni teologiche». Ma si tratterebbe di «uno schema già vecchio da secoli, superato da un Concilio e, prima ancora, da un progressivo avvicinamento delle posizioni contrapposte a favore della libertà e dello sviluppo degli uomini e delle donne nella lotta alla discriminazione e alla disuguaglianza sociale che ha contribuito a disegnare la nostra Costituzione». Moretti non precisa quale sia il Concilio citato, quindi si dovrebbe desumere che si riferisca al Vaticano II, il “Concilio” per antonomasia, anzi, secondo quelli come Moretti, l’unico vero Concilio, essendo ritenuti del tutto insignificanti o superati gli altri venti che lo hanno preceduto. Però bisognerebbe ricordare al nostro giornalista cattolico che proprio il Concilio Vaticano II, da lui citato, in un importante documento denominato Gaudium et Spes, al n. 51 ha definito l’aborto un «crimen nefandum», che tradotto in italiano per i postconciliari significa «delitto abominevole». Caro Moretti, si possono utilizzare tutte le infiorettature buoniste che si vogliono, tutte le magiche parole talismano oggi in voga, tutti i capziosi sofismi gesuitici a disposizione, ma la realtà nuda e cruda non si può cambiare: l’aborto rimane un crimen nefandum. E nessuna legge può mai rendere giusto un delitto abominevole.