Eugenio Scalfari. L'intellettuale dilettante

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Per non cadere nella trappola

Qualche tempo fa mi è capitato un fatto strano e interessante. Ho ricevuto una mail che mi informava che un autore, Francesco Bucci, cercava di pubblicare un testo critico su Eugenio Scalfari e che tutti gli editori contattati – pur riconoscendo il valore dell’argomentare – si erano però rifiutati di pubblicarlo perché era, a loro parere, pericoloso e impopolare attaccare una tale figura mediatica. «Tengo famiglia», sembrava essere la motivazione più plausibile. Da parte mia mi ero offerto di pubblicarlo presso la collana di CulturaCattolica.it che curo presso l’editore Fede & Cultura, ma, dopo alcuni contatti coll’autore, si è visto che la cosa non era fattibile.
Oggi, con mio stupore, ho ricevuto dall’autore stesso, con cui ero in contatto, la notizia della pubblicazione del testo, dal titolo «Eugenio Scalfari. L’intellettuale dilettante», presso la Società Editrice Dante Alighieri. Ed abbiamo anche avuto modo di sentirci telefonicamente.
Vi invito a leggere con attenzione questo testo, profondo e arguto nello stesso tempo, di cui trascrivo alcune righe della introduzione. Invitandovi a non perdere l’occasione di un chiaro giudizio.

«Allorché, [Eugenio Scalfari] verso la metà degli anni Novanta del secolo scorso, ha lasciato la direzione di la Repubblica ed è andato in pensione, nella sua mente si deve essere accesa una luce che gli ha indicato un percorso nuovo e difficile, che egli ha subito intrapreso con giovanile entusiasmo ed ancora prosegue con instancabile lena.
L’idea luminosa deve essere stata quella di lasciare ai posteri un’immagine di sé più alta e nobile di quella del semplice giornalista che, per quanto grande, ha pur sempre a che fare con la banale attualità. E, poiché il suo mestiere è quello di scrivere, il modo più semplice per raggiungere l’immortalità deve essergli sembrato quello di trasformarsi in saggista e di occuparsi in tale veste dei massimi sistemi. Fatto sta che ha iniziato a pubblicare un libro dopo l’altro, con una forte accelerazione negli ultimi anni: Incontro con Io (Rizzoli, 1994), Alla ricerca della morale perduta (Rizzoli, 1995), Attualità dell’Illuminismo (Laterza, 2001), L’uomo che non credeva in Dio (Einaudi, 2008), Per l’alto mare aperto (Einaudi, 2010) e Scuote l’anima mia Eros (Einaudi, 2011).
Libri con i quali si inoltra, con piglio gagliardo e passo sicuro a dispetto dell’età, nei più vari campi del sapere: filosofia, letteratura, storia, psicologia, arte, scienza. Tutto, insomma, fuorché politica, economia e finanza, su cui – per nostra fortuna – continua a intrattenerci ogni domenica sul giornale da lui fondato.
Non più, dunque, solo il giornalista costretto ad occuparsi di questioni che, seppur importanti, sono comunque di ordine “pratico”, come le qualificherebbe il suo filosofo di riferimento, Benedetto Croce, ma l’intellettuale “puro” che, crocianamente appunto, frequenta lo Spirito nella sua forma teoretica e guarda pertanto le umane vicende non più nella loro volgare quotidianità, ma sub specie aeternitatis.
Questo, sì, è davvero un bel modo per concludere una lunga vita già piena di soddisfazioni e di successi e, soprattutto, per passare alla storia (della cultura e non solo del giornalismo), finalmente a fianco dell’amico Italo Calvino.
Ma c’è un però.
Purtroppo per ES e per le sue ambizioni, e purtroppo per i malcapitati lettori, i suoi libri, se risultano qua e là di un qualche interesse sul piano autobiografico, sono privi di qualsiasi valore sotto il profilo propriamente culturale. E questo per il semplice motivo che sono opere di un dilettante. ES scrive infatti i suoi libri da giornalista, qual è e quale rimane. E il dilettantismo, lo sostiene ES, è caratteristica tipica di tale professione.
[…] Talvolta le scempiaggini sono tali e tante che finiscono con l’inficiare la sensatezza degli scritti nel loro insieme. Come nei casi di Per l’alto mare aperto e di Alla ricerca della morale perduta
I libri di ES … appaiono piuttosto come il frutto della contaminazione fra due “generi letterari” minori, con prevalenza ora dell’uno, ora dell’altro: il “diario spirituale” adolescenziale, con cui spesso i giovani dialogano con loro stessi ponendosi le eterne domande prive di risposta, e la “tesina” scolastica. Del primo hanno tutta l’ingenuità, del secondo tutta la superficialità e l’approssimazione (e i non infrequenti fraintendimenti). È da questo mix che scaturiscono banalità, insensatezze e spropositi. Di cui offrirò in questa Introduzione una breve anticipazione.

Ma prima vorrei mostrare come il giudizio espresso sull’ES “intellettuale universale” – che, me ne rendo conto, può sembrare eccessivamente severo – sia già stato sostanzialmente formulato da un grande critico letterario. Riporto pertanto alcuni stralci di una lunga recensione di Cesare Garboli a Incontro con Io (la Repubblica, 22 aprile 1994):
Che libro è mai questo? Un’antropologia dell’Io? Una ricerca condotta sopra l’immagine di sé trattata come una cavia, analizzata e radiografata per fornire dei materiali di studio agli psicologi futuri? Un trattato dei vizi e delle virtù? Una lunga, indiretta confessione che ha per oggetto il lento e tiepido sanguinare di una vecchia ferita sotto le bende, la solitudine inguaribile di un bambino, la sindrome del figlio unico? O uno zibaldone di pensieri? O un dizionario di autori insostituibili, Spinoza, Kant, La Rochefoucauld?
Garboli trova che il libro sia:
[...] fatto di pensieri [...] arruffati, disordinati, ancora umidi di emozione, venuti su dai fondi dimenticati e lontani degli anni di liceo, dall’odore delle sale di biliardo, dai lazzi e dagli schiamazzi della gioventù, quando le idee si svegliano trascinate dai sensi e si presentano alla mente facendo ressa, sgomitando, pigiandosi tutte insieme prima che la scelta di una professione, le necessità della vita, la cosiddetta maturità se le porti via.
Il critico sente sprigionarsi dal libro “un vecchio, inconfondibile odore di scuola”.
Ecco ora [alcuni] esempi…
Il cervello è in realtà, spiega ES, come una lampadina: come questa emette luce, così il cervello emette pensiero; e l’intensità di entrambi dipende dal voltaggio. Il cervello è infatti:
[...] un organo composto di cellule, sangue, circuiti biologici, cariche elettriche [...] il pensiero promana dall’attività delle cellule cerebrali e dalla loro maggiore o minore energia trae la sua maggiore o minore profondità e limpidezza. (ibidem).
Anche la “grazia” ha qualcosa a che fare, secondo ES, con l’elettromagnetismo:
Il mondo dei sentimenti sarebbe però incompleto se non ci fosse la grazia ad arricchirlo. In realtà non è esatto definire la grazia come un sentimento: è un dono, deriva da una sconosciuta combinazione di geni, ormoni, ereditarietà, centri energetici e campi magnetici. Insomma, elementi indefinibili, che la scienza non ha identificato e neppure scritto nell’agenda delle sue ricerche. E tuttavia la grazia è percepibile e percepita; il sentimento della grazia è nell’osservatore che ne avverte la presenza e non in chi la possiede e ne indossa le caratteristiche. I greci erano talmente ricchi di quel sentimento che le Grazie entrarono fin dai tempi più remoti a far parte della loro mitologia. (Scuote l’anima mia Eros, p. 24).
Ma insomma, sbotterebbe a questo punto l’insegnante, deciditi Eugenio: la grazia è un sentimento o una reazione endocrino-genetico-elettromagnetica?

[…] Argomentare è certo più difficile che semplicemente asserire. Meglio sentenziare con disinvolta sicumera: il prestigio acquisito in oltre mezzo secolo di gloriosa attività giornalistica impedirà a chiunque di sospettare che ES non abbia passato anni ed anni della sua vita a schiena curva sui testi degli autori che cita a man bassa. L’assertività (che connota la maggior parte delle dissertazioni “culturali” del nostro) produce così una sorta di inversione dell’onere delle prova: non è ES a dover motivare ciò che sentenzia, ma è chi legge – se lo vuole – a dover verificare se le sentenze non siano per caso delle corbellerie belle e buone.

E si riscatta completamente operando, in due sole righe, una geniale sintesi tra filosofia, fisica, logica e biologia:
La volontà di potenza mette in discussione due grandi leggi di natura: quella della gravitazione universale e quella di non contraddizione. Nietzsche contesta che questi princìpi che regolano la natura siano applicabili alla specie umana. (Per l’alto mare aperto, p. 258).
Questa è la prova degli esiti inauditi ai quali possono pervenire le elaborazioni teoriche di un intellettuale

Ad un tale “intellettuale universale” Mondadori ha recentemente dedicato un Meridiano, collocandolo così tra i più grandi scrittori di tutte le epoche, assieme a Johann Wolfgang Goethe, Honoré de Balzac, Lev Tolstoj, Marcel Proust e Franz Kafka, per citarne alcuni. E, naturalmente, all’amico Italo Calvino. L’agognata immortalità è stata dunque raggiunta. Nonostante le riserve e le perplessità di quei pochi sprovveduti che hanno trovato sconcertante la decisione della casa editrice milanese.
Intervistato dal Fatto Quotidiano (15 luglio 2011) sul Meridiano in questione, allora in cantiere, Giulio Ferroni si è ad esempio espresso in questi termini:
(Quanto ai Meridiani dedicati ai giornalisti) [...] si tratta di un appiattimento sul presente. Scalfari è un grande giornalista, ma quale Scalfari verrà meridianizzato? Gli articoli o le opere di memorialistica possono andare, ma il resto... Non mi faccia dire cose crudeli.
E prudentemente, appunto, si astiene dal dirle.»