“Ti voglio bene, mamma. E vorrei che tu morissi”

«L’amore aiuta a vivere, a durare, / l’amore annulla e dà principio. E quando / chi soffre o langue spera, se anche spera, / che un soccorso s’annunci di lontano, / è lui, un soffio basta a suscitarlo. / Questo ho imparato e dimenticato mille volte, / ora da te mi torna fatto chiaro, / ora prende vivezza e verità. / La mia pena è durare oltre questo attimo».
(Mario Luzi, L’amore aiuta a vivere)
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Non credo di sbagliare se dico che solo qualche anno fa sarebbe stato impensabile leggere, in un settimanale, un titolo come questo: “Ti voglio bene, mamma. E vorrei che tu morissi”.
Notare la congiunzione: non è un “ma” avversativo. “E vorrei…” sottintende sibillinamente “e proprio perché ti voglio bene, mamma, vorrei che tu morissi”. La lingua italiana ha le sue regole.
Ammettiamo anche che un titolo così qualche anno fa, magari con le due proposizioni coordinate dall’avversativa “ma” si potesse anche trovare, provocatorio. La piattezza asettica e dis-umana del contenuto solo qualche anno fa sono certa che avrebbe però impedito la pubblicazione di questo articolo. O avrebbe suscitato una generale alzata di scudi.
Ora no. I tempi sono “maturi”. Di fronte a questo titolo non ci si scandalizza più.
In sette facciate di “D”, il supplemento settimanale di Repubblica, il giornalista e scrittore Michael Wolff parla di sua madre anziana e malata e svela il suo desiderio, nemmeno celato, di liberarsi di lei (perché le vuol bene, ovvio).
E siccome l’impaginazione, le immagini e il grassetto hanno il loro peso, un lettore che poco poco sia scaltro lo capisce che la scelta di pubblicare l’articolo non è provocatoria, e che l’obiettivo non è suscitare dibattito. Condivisione piena. Ennesimo spot della nuova religione ateologa e laicista. “Eutanasia: cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza”.
Questa l’introduzione: «L’era dei miracoli medici ha creato una nuova condizione biologica, che protrae la vecchiaia sempre più a lungo. Ma non sempre garantisce una vita degna di essere vissuta. Tanto da spingere un figlio a sperarne la fine». Altri passaggi segnati in grassetto: «Mentre scrivo, fatico ad attribuire a mia madre una personalità. Me lo ripeto ogni giorno: ormai non è più lei… Ecco chi è la donna, o perlomeno ciò che resta della donna che ora risiede in un monolocale… una sorta di pre-bara… Le circostanze concorrono a spogliare l’essere umano di qualsiasi speranza, dignità e benessere». Ancora: «Che cosa fai con tua madre quando lei da sola non riesce a fare più niente, intendo proprio niente? La questione non è più come soddisfare i suoi bisogni, ma dove piazzarla». E poi: «Cosa non darei per un organo imparziale a cui implorare la fine di mia madre».
Bastano queste frasi che non commenterò e che D ha deciso di mettere in rilievo per chi non avesse voglia o pazienza di leggere tutte e sette le pagine, per capire il messaggio forte e chiaro di Wolff: «Ciò che io avverto in modo più acuto, quando siedo accanto al letto di mia madre, è un senso di colpa schiacciante per il fatto di tenerla in vita. Chi può accettare una sofferenza del genere? Chi può – così coscientemente – facilitarla?».
Il giornalista riassume la storia di sua madre, Margherite Vander Werf, che ora ha 86 anni, reporter militare durante la seconda guerra mondiale, madre di tre figli, poi direttrice marketing di aziende farmaceutiche e a 72 anni di un’azienda di videogiochi online. Tre anni fa ha iniziato a perdere le forze, a stare male, a dare segni di demenza. Operata al cuore, una crisi convulsiva le ha provocato un forte stato confusionale ed ora è ferma a letto.
Questo il quadro raccontato dal figlio, che qui e lì riporta i costi mensili di mantenimento della madre anziana e qua e là infila le statistiche degli ultra ottantacinquenni, che, in America, nel 2050 si ipotizza saranno il 5% della popolazione.
Dati (e portafoglio) alla mano, il discorso si fa sempre più esplicito, anche con i medici: «Qualche settimana fa, io e mia sorella abbiamo chiesto un incontro alla dottoressa di mia madre. “E’ passato un anno”, ho cominciato io, cercando alla cieca le parole che andavano dette: è ora, mettiamo un punto, facciamola finita, desideroso di far fuori gli eufemismi tanto quanto avrei voluto far fuori mia madre». Chiarissimo.
La dottoressa propone di aumentare le cure palliative e lui commenta: «Non so come mai ai death panels (le “commissioni della morte”, termine coniato da Sarah Palin per accusare il governo democratico di voler istituire delle giurie per decidere a chi “staccare la spina”) sia toccato un termine così orrendo. Dovevano chiamarle “commissioni di liberazione”». E conclude: «Di sicuro noi figli del boom troveremo, dobbiamo trovare, un modo migliore, più economico veloce e umano di uscire di scena… Nel frattempo, e dal momento che, come mia madre, nemmeno io posso sperare che qualcuno mi piazzi un cuscino in faccia, cercherò di mettere a punto tempi e modi di una exit strategy fai-da-te- E’ quello che dovremmo fare tutti».
Lo so. Mi sono dilungata oltre misura con le citazioni. Era per far capire dove si vuole andare a parare e in che modo: con che linguaggio. Non serve essere insegnanti di italiano per capire il “peso” delle parole quando si vuole argomentare la tesi che far fuori la propria madre anzitempo non è omicidio o suicidio assistito, ma “morte dignitosa”, o “estremo atto di amore… estremo”. La lingua – oltre che le sue regole - ha i suoi eufemismi politicamente corretti. Eccoli qui. Usati da Wolff, sposati dal Gruppo editoriale L’Espresso.
Mi chiedo perché questa lettura non mi lascia in pace, tanto che non posso andare alle pagine successive (…e come possono “gli altri”, mi dico? Com’è possibile ci abbiano anestetizzati al punto da farci credere che desiderare di sbarazzarsi della propria madre sia la “normalità”, e così si volta pagina, e si passa alle astronaute, a Messner, alla moda…?).
Ecco cos’è che mi tormenta: manca il cuore, in questo articolo. A tal punto che non solo mi pare impossibile che a scriverlo possa essere stato un figlio; mi sembrerebbe in-credibile anche scritto da un medico, da un infermiere, da una delle badanti che accudiscono quell’anziana donna. Dalla vicina di casa, dalla portinaia… Manca il cuore. O è diventato di pietra, che è lo stesso.
Penso al libro Vivi, di Fabio Cavallari; penso alle testimonianze di padre Aldo Trento e di tanti amici che stanno accanto ad anziani (e giovani) malati e li accompagnano fino alla fine, all’incontro con il Mistero.
Cosa vorrei per me, mi chiedo? Per me, figlia; per me, fossi quella madre lì?
Non c’è ombra di dubbio: so cosa vorrei; so cosa – ne sono certa – tutti, nel profondo del cuore, desidereremmo per noi. Vorremmo, malati, essere guardati come padre Aldo guarda i “suoi” malati: con gli occhi di Cristo, lo sguardo di Cristo.
O in quel modo o in nessun altro. Certamente non con gli occhi di questa cultura necrofila spacciata per buonismo o per “carità” (ma è bestemmia, questa!).
O in quel modo, o la vita, per tutti, davvero è un inferno: l’inferno descritto da pagina 52 a pagina 60 del supplemento D di Repubblica.
E allora è bene dircelo, e ridircelo, e ricordarcelo ancora. Questo sguardo è possibile, esiste! L’abbiamo sperimentato e dobbiamo recuperarlo perché è l’unico umano. E’ l’unico che abbraccia e che salva la dignità dei malati, ma anche dei “sani” chiamati a prendersi cura e a prendersi a cuore chi è più fragile.
La posta in gioco è altissima, perché è il valore della vita umana, amata, guardata, accarezzata dal Nazareno sempre: sana, malata, appena concepita o vicina al morire. Sempre.