Gironzolando in un teatro di m…

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Ho sentito un grande brusio attorno a questa presunta “opera d’arte”. Arte di tal levatura da non poter essere compresa se non da coscienze veramente libere, disincantate e lontane dalla psicosi del proibito, del peccaminoso, persino della blasfemia.
Ho sentito e mi sono annoiata a morte: che squallore intellettuale e umano, che banalità triviale ho respirato al solo racconto della trama! Solo grazie all’insistenza di amici, che stimo grandemente per la loro reale onestà intellettuale, mi sono decisa a scendere in campo e ad andare a vedere, ad ascoltare le ragioni di uno spettacolo come quello di Romeo Castellucci.

Ecco qua quanto i sostenitori di questa pièce teatrale raccontano:
Ritroviamo le origini classiche della Socìetas nell’enorme ritratto di Gesù teso come fondale al centro della scena. Resta intatto il mistero doloroso della vita reso in scena da un perfetto cast di attori diretti da Romeo Castellucci.

Primo angoscioso dubbio: le origini classiche della “Socìetas” sono davvero “ritrovate” nella pessima riproduzione di una grande opera d’arte il cui furto riempirebbe di gaudio anche il più ateo ladro di musei? E poi: non esisteva già prima dell’avvento di Cristo una Socìetas che aveva edificato templi dalla Bellezza vertiginosa e che veniva giustamente definita “classica” per la ricerca - umana eppur sincera - dei fondamenti dell’estetica, della Bellezza con la Maiuscola? E questa Socìetas classica non esitò a dedicare uno di questi templi al Dio ignoto, temendo di perdere altrimenti un frammento di quella conoscenza che sola rende grande l’uomo.
Non mi risulta che la “straordinaria” opera d’arte di Castellucci si ricolleghi a questa gloriosa e pagana classicità. Forse che i padri dell’estetica classica - i greci - erano troppo religiosi per il nostro disincantato regista?
Ma proseguo, a questo punto con piacere, nella lettura delle ragioni di un simile spettacolo.
Resta davvero intatto, mi domando, il mistero del dolore della vita reso in scena? Resta intatta e rispettata la dignità di un corpo che non risponde più a cicli vitali ordinari, come quello dell’incontinente e anziano padre, protagonista della scena, il quale viene riempito letteralmente di merda (prima ancora del Cristo che, grazie a Dio, è e rimane una brutta copia in celluloide della reale opera di Antonello)? Ma quell’attore - parte del perfetto cast - si sarà domandato cosa avrebbe fatto lui, nella realtà, con il suo proprio padre in circostanze analoghe? Vi pare dignitoso ed eccezionale assistere allo spettacolo che ridicolizza la malattia di un uomo anziano fino al punto da trattarlo come una latrina? Vi sembra dignitoso e qualcosa che lascia “intatto il mistero doloroso della vita” versare escrementi su un malato e riempire di fetore una sala con centinaia di persone al fine di rendere più artisticamente reale lo spettacolo?
A voi le risposte.

Leggo ancora:
Sul concetto di Volto nel figlio di Dio” prosegue il percorso di ricerca, tracciato da tempo dalla Socìetas Raffaello Sanzio, intorno all’icona massima della cultura occidentale. Sulla scena, dominata dall’enorme volto del Cristo rinascimentale di Antonello da Messina, non si racconta Gesù come il figlio di Dio, oggetto di fede e di adorazione. Si restituisce piuttosto l’uomo, che guardiamo e dal quale siamo guardati. I due opposti - la mistica, la teologia così come la demistificazione - sgombrano il campo lasciando spazio al ritratto puro dell’uomo. Così era nella pittura rinascimentale, quando per la prima volta l’occhio di Cristo incontra quello dell’osservatore o dello spettatore: gli sguardi si intrecciano, si interrogano ma soprattutto si rispecchiano l’uno nell’altro. Allo stesso modo è sulla scena della Socìetas: un uomo davanti ad altri uomini.

Di fronte alla prima affermazione di questo brano mi domando: ma il volto è un concetto? C’è qualche sottigliezza filosofica che mi sfugge? Può un percorso di ricerca partire da un presunto concetto? Il Volto è una realtà. Sovviene l’affermazione di un grande - e mi perdonerà il nostro Castellucci se lo considero più grande di lui - vale a dire Gregorio Nazianzeno che suona così: i concetti creano gli idoli solo lo stupore conosce. Ecco qui smascherata l’opera idolatra del grande regista provocatore, la ricerca ideologica di una dissacrazione fine a se stessa. Benissimo, ognuno spende il suo tempo come vuole. Certo le affermazioni sopra riportate dichiarano se non ignoranza, certamente approssimazione. Come si può infatti affermare che fu nella pittura rinascimentale, la prima volta in cui l’occhio di Cristo incontra quello dell’osservatore? E i grandi Pantocratori delle volte absidali nell’arte bizantina - e basterebbe citare Monreale - che abbracciavano con lo sguardo i fedeli che partecipavano alle celebrazioni liturgiche? E le straordinarie testimonianza dell’iconografia orientale dal Cristo del Monastero di Santa Caterina del Sinai sino a Rublëv? Forse questi artisti non giocavano sull’intreccio degli sguardi?
Poi la stessa Socìetas Raffaello Sanzio, dà ragione di questa svista confessando la propria “modesta” conoscenza in campo artistico:
Io voglio stare di fronte al volto di Gesù”. In questa intenzione di ‘frontalità’ dichiarata e quasi sfrontata dell’autore, Romeo Castellucci, risiede la ragione profonda dello spettacolo:
Questo è l’inizio. Voglio incontrare Gesù nella sua lunghissima assenza. Il volto di Gesù non c’è. Posso guardare i dipinti e le statue. Conosco più di mille pittori del passato che hanno speso metà del loro tempo a riprodurre l’ineffabile, quasi invisibile, smorfia di rammarico che affiorava sulle sue labbra. E ora? Lui ora non c’è.
Quello che più di tutto si fa largo, in me, è il volere. E’ mettere insieme il volere e il volto di Gesù: io voglio stare di fronte al volto di Gesù, là dove ciò che più mi stupisce è la prima parte della frase: io voglio.
R.C.

Mio caro non ti sembrano un po’ pochino più di mille autori del passato quando, contando solo i maggiori, se ne annoverano decine di migliaia? E se l’intento tuo è quello di stare davanti alla smorfia del Cristo, definita piena di rammarico perché non scegliere tra le migliaia e migliaia di possibilità qualcosa di più consono al tuo intento? Oppure hai riconosciuto nel Cristo del Messina qualcosa di così maestoso e ineffabile da risultarti insopportabile? Hai detto una cosa santissima, del resto: lui ora non c’è. Sì davvero lui non c’è in questa ridicola farsa, come del resto non c’è nemmeno l’uomo.

Mi fa pena, infine, e mi dà ragione della citazione del Nazianzeno, l’unico stupore che riesce a strapparle “il Romeo” dalle maglie dei concetti e quello del suo volontarismo malato: Quello che più di tutto si fa largo, in me, è il volere. E’ mettere insieme il volere e il volto di Gesù: io voglio stare di fronte al volto di Gesù, là dove ciò che più mi stupisce è la prima parte della frase: io voglio.
Bene, che voglia pure, mi rallegro per lui, mentre mi dispiaccio enormemente per quelli che spendono i loro soldi - ed è proprio il caso di dirlo – per un teatro di merda.
Del resto se non ci fosse il profumo di affari (più che quello delle latrine) il nostro regista non si sarebbe speso così totalmente poiché, alla fin fine, lo stupore vero, l’unico che conosce è quello di vedere crescere gli incassi.
Il fruttuoso spettacolo, ad ogni buon conto, termina così:
Senza pietà il vecchio viene cosparso di merda, questo didascalismo suggellerà anche il finale della performance quando padre e figlio lasceranno la scena e il volto di Cristo verrà sfregiato dall’interno per ferirsi di quello stesso liquido e lasciare il posto alla mastodontica scritta “You are not my shepherd”, “Non sei il mio pastore”.
Grazie a Dio, cari voi che mi avete letto fin qui, cari voi sconosciuti spettatori di questo “magistrale” spettacolo, caro - infine- Romeo Castellucci posso anche io concludere questo mio conversare rubando le tue parole: “You are not my shepherd too”, anche tu – davvero - non sei il mio pastore.

Il Tuo Volto, Signore, io cerco



Dio sia benedetto