Gabriele Sandri muore, scoppia la guerriglia

Ieri abbiamo assistito a due fatti distinti: un incidente tragico la cui dinamica ancora è da chiarire, e una guerriglia organizzata e trasversale.
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Domenica mattina, sono da poco passate le nove, rissa tra laziali e juventini in un autogrill vicino ad Arezzo, da una volante della Polstrada che sta facendo alcuni controlli sulla carreggiata dell’autostrada in direzione opposta, parte un colpo di pistola che uccide Gabriele Sandri, 28enne romano, noto come dj e animatore del Piper.
Il questore di Arezzo dichiara: "Tragico errore, ma accertamenti ancora in corso".

Poi scoppia l’inferno, perché il nostro non è un paese normale, dove le regole sono certe e vanno rispettate, dove davanti alla morte e al dolore s’impone il rispetto.

No, il nostro è un paese in ostaggio.

In ostaggio di chi aspetta la domenica per sfogare la rabbia, la violenza, contro altri come loro, contro la polizia identificata come “il nemico”, contro la tifoseria avversaria, contro vetrine e auto in sosta.
La voce corre veloce, la guerriglia si scatena.
A Roma i tifosi assaltano il commissariato, ma io li chiamerei delinquenti, teppisti, guerriglieri, per rispetto a chi “tifoso” lo è nel vero senso del termine.

Poi gli scontri con le forze dell’ordine si spostano anche dall’altra parte del Tevere, nella zona di viale Tiziano. Un gruppo di circa 70-80 “tifosi” a volto coperto e armati di bastoni e spranghe assalta la sede del Coni, nei pressi dello stadio Olimpico, le guardie di sorveglianza, non armate, si barricano all’interno dell’edificio, mentre gli ultras devastano le aree interne della sede.

A Bergamo gli ultras dell’Atalanta riescono a dettare legge e a far sospendere la partita Atalanta - Milan, è una dichiarazione di resa, è chiaro chi comanda e decide le regole?

Che dire?

Se Gabriele Sandri fosse stato ucciso oggi, si starebbe parlando di una fatale tragedia, nella quale un agente della POLSTRADA ha ucciso accidentalmente un giovane dj, una disgrazia, inspiegabile, perché è difficile immaginare un agente in servizio da più di dieci anni, quindi non una persona inesperta, che dall’altra parte dell’autostrada, a una cinquantina di metri dal punto dove si consuma la tragedia, prende la mira e spara intenzionalmente.

Invece, il fatto è accaduto ieri mattina, domenica e la notizia ha scatenato l’ira furibonda di chi non attende altro che un pretesto per scatenare la violenza, da chi si organizza per andare allo stadio ma la partita non la vede nemmeno perché il suo compito è un altro.
Da ieri non si fa che un gran parlare, si riempie il vuoto, si tacitano i dubbi e le coscienze riempiendo l’etere e la carta di parole.
Sembra che il problema sia il calcio, che la soluzione stia nella sospensione o meno del campionato, ma un tragico elenco comparso ieri su La Gazzetta dello sport, mette in fila i nomi delle persone che dal 1963 a oggi hanno perso la loro vita con la scusa del calcio, poliziotti e tifosi morti inutilmente e ogni volta si è sperato che fosse l’ultima, scoprendo poi alla tragedia successiva che non si è stati capaci di porre fine alla violenza.

Perché la violenza scoppia la domenica, ma ha radici nel vivere quotidiano, nella mancanza di regole certe, in una legalità “elastica”, dove chi distrugge, non paga, dove si trova sempre qualcuno che ha una remota giustificazione, le radici sono sempre le stesse, quelle che fanno gridare all’emergenza bullismo, all’emergenza educazione, all’emergenza criminalità, all’emergenza baraccopoli alle periferie delle città.

Ma la soluzione non può essere una soluzione di “emergenza”, non ci interessano i ministri pronti a dire “ci vogliono Leggi ancora più severe” basterebbe la certezza della pena, basterebbe che le leggi che ci sono siano applicate, sempre.
Perché allo Stato, alle istituzioni non chiediamo di far fronte alle emergenze, ma di affrontare con determinazione costante i problemi quotidiani, per evitare che si trasformino in emergenze.