#Sinodo2018: non sarà la censura a conquistare i giovani

“146. Il Sinodo auspica che nella Chiesa si istituiscano ai livelli adeguati appositi Uffici o organismi per la cultura e l’evangelizzazione digitale, che, con l’imprescindibile contributo di giovani, promuovano l’azione e la riflessione ecclesiale in questo ambiente. Tra le loro funzioni, oltre a favorire lo scambio e la diffusione di buone pratiche a livello personale e comunitario, e a sviluppare strumenti adeguati di educazione digitale e di evangelizzazione, potrebbero anche gestire SISTEMI DI CERTIFICAZIONE DEI SITI CATTOLICI, per contrastare la diffusione di fake news riguardanti la Chiesa, o cercare le strade per persuadere le autorità pubbliche a promuovere politiche e strumenti sempre più stringenti per la protezione dei minori sul web”.

Erano i primi anni del Web, non c’era ancora il sito del Vaticano, ero uno dei pionieri “cattolici” di Internet. Ricordo di avere partecipato ad un incontro della CEI in cui si affrontava, con una certa curiosità, la questione di Internet (mi pare che fossimo agli inizi del 2000, e io ero presente in rete dal 1996).
Erano appena usciti (o stavano per essere pubblicati) due documenti su Chiesa ed Internet da parte del Vaticano.
Ricordo che già allora, in quel contesto iniziale di riflessione, era presente la domanda su ciò che rendeva o documentava la “cattolicità” dei siti. Ricordo anche che qualcuno proponeva già allora una sorta di “bollino”, di “certificato di origine controllata” per garantire che il messaggio veicolato dai vari siti fosse in linea con la loro professione di cattolicità.
Mi è sempre sembrato qualcosa di surreale e, in sostanza, equivoco.
Da un lato per la natura stessa del mezzo: con o senza bollino, in ogni momento ogni operatore, in qualunque luogo, può modificare a piacimento le pagine del sito, e, se decide di aprirsi a un confronto, può lasciare che contenuti perfino blasfemi, prima che un moderatore intervenga, circolino negli spazi del sito stesso (o pensate alle varie inserzioni pubblicitarie in aperto contrasto con gli intendimenti dei siti ospitanti).
Ma soprattutto mi pare che questo sistema di certificazione sia fonte di quel “clericalismo” che tante volte, in questi tempi, è stato stigmatizzato. Sembra che si preferisca la censura alla educazione, sembra quindi di essere di fronte a una nuova forma di rieducazione. Sembra quanto cantava Jannacci tempo fa: “E sempre allegri bisogna stare / che il nostro piangere fa male al re / fa male al ricco e al cardinale / diventan tristi se noi piangiam, / e sempre allegri bisogna stare / che il nostro piangere fa male al re / fa male al ricco e al cardinale / diventan tristi se noi piangiam!”
Quante volte i mezzi di comunicazione cosiddetti cattolici, quelli certificati e garantiti, addirittura diffusi con giornate particolari nelle chiese, hanno operato autentiche forme di censura nei confronti di un pensiero cattolico, ancorché critico, ma difforme dal mainstream dominante! Per carità di patria non faccio esempi, che pure ci sono.
In quel mezzo di comunicazione particolare che si chiama Internet, nel contesto dei social media, la cattolicità è una caratteristica che si dimostra in azione, perché in qualche modo o il consenso o il dibattito la rendono evidente. Vorrei qui citare, come criterio, quanto già affermava il grande padre della Chiesa sant’Ireneo, a proposito proprio della cattolicità: “In realtà, la Chiesa, sebbene diffusa in tutto il mondo fino alle estremità della terra, avendo ricevuto dagli Apostoli e dai loro discepoli la fede..., conserva questa predicazione e questa fede con cura e, come se abitasse un’unica casa, vi crede in uno stesso identico modo, come se avesse una sola anima ed un cuore solo, e predica le verità della fede, le insegna e le trasmette con voce unanime, come se avesse una sola bocca”, “Infatti, se le lingue nel mondo sono varie, il contenuto della Tradizione è però unico e identico. E non hanno altra fede o altra Tradizione né le Chiese che sono in Germania, né quelle che sono in Spagna, né quelle che sono presso i Celti (in Gallia), né quelle dell’Oriente, dell’Egitto, della Libia, né quelle che sono al centro del mondo, Ma come il sole, la creatura di Dio, è in tutto il mondo il solo e il medesimo, così la luce spirituale, il messaggio della verità dappertutto risplende e illumina tutti gli uomini che vogliono giungere alla conoscenza della verità. Né, tra i capi delle Chiese, colui che è molto abile nel parlare insegnerà dottrine diverse da queste (nessuno infatti è al di sopra del Maestro), né chi non è abile nel parlare impoverirà la Tradizione”. (Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 1, 10, 1ss)

Non si evitano le cosiddette fake news con la censura e neppure con la paura, ma attraverso l’autentico servizio della verità e quindi in un confronto che, senza schematismi né faciloneria renda possibile il dialogo tra tutti gli operatori dell’informazione digitale. Le bufale e le false accuse cadranno facilmente da sole. Troppo è quanto il clericalismo continua a generare.
Le accuse di notizie false sono state, in questi ultimi tempi, occasione per mettere a tacere le voci libere che ponevano domande o dubbi. E se l’elogio del dubbio fatto da Papa Francesco ha qualche valore, dovrebbe valere per dare spazio alle voci critiche e ad un approfondimento serio.

Qualche esempio ci potrebbe aiutare: penso alle tante persone che hanno criticato, per motivi seri, le vignette di Staino pubblicate da Avvenire, quotidiano di ispirazione cattolica sostenuto dalla Conferenza Episcopale Italiana (per la cronaca, con alcuni amici ho scritto al cardinale Bassetti alcune note critiche al proposito). Se leggiamo quanto scritto dal direttore del quotidiano in questione sembra che le uniche voci critiche siano state quelle del pensiero “talebano” di chi avrebbe visto con piacere Staino friggere tra le fiamme dell’inferno. Questo modo di comunicare è esempio di autentico clericalismo, disinformazione, certamente non di quella “buona pratica” comunicativa invocata dal Sinodo dei Giovani.
Per non parlare di coloro che, di fronte a posizioni critiche o a domande in qualche modo provocatorie, sanno solo rispondere con la censura e l’esclusione. Qui il maestro è proprio Antonio Spadaro, che ha collezionato il maggior numero di persone bannate dal suo profilo Twitter (che vuol dire che non possono neppure leggere quanto lui scrive, e non solo reagire, o commentare, o domandare – sia ben chiaro, potrei essere fiero di essere nella sua «lista di proscrizione”), alla faccia del costruire ponti e abbattere muri.

Certo, ci vuole aria nuova, nel mondo dei social, per esercitare quella parresia così spesso invocata da Papa Francesco. Chiarezza di giudizio e capacità di dare ragioni, questo sì che può entusiasmare i giovani alla proposta cristiana!