Piazza #Tiananmen: non dimentichiamo

Il 3 giugno 1989 accade la tragedia di Piazza Tian an men. Ricordiamo il dolore e il raccapriccio di fronte a tanto disprezzo per l'uomo, i giovani, la loro vita e la loro libertà. In questi giorni abbiamo ritrovato questa riflessione di Don Giussani, di fronte a tanti universitari. Facciamo nostra la sua riflessione e la sua capacità di giudizio.
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Per questo non possiamo iniziare la nostra riunione di quest’anno senza commemorare, con l’emozione più grande di cui siamo capaci, col pianto nel cuore e con stima immensa dell’intelligenza, gli studenti cinesi; non possiamo incominciare questo nostro raduno, in cui vogliamo approfondire il senso delle cose, la capacità di dare nome alle cose, senza ricordare gli studenti cinesi di piazza Tienanmen. Il loro manifesto è stato pubblicato e certamente l’abbiamo letto sull’unico giornale che l’ha pubblicato, «Il Giorno».
«Nei giorni migliori della giovinezza dobbiamo lasciare dietro di noi tutte le cose belle e buone, e solo Dio sa quanto mal volentieri e con quanta riluttanza lo facciamo. Ma il nostro Paese è arrivato a un punto cruciale: il potere politico domina su tutto, i burocrati sono corrotti, molte buone persone...»; questa è, malinconicamente, l’ipostatizzazione del luogo della verità là dove Dio non è chiaro: lo Stato, il Paese, il popolo. Ma ciò non toglie nulla alla grandezza della devozione e alla potenza del sacrificio cui sono stati spinti questi giovani.
«È un momento di vita o di morte per la nazione. Tutti voi che avete una coscienza, ascoltate le nostre grida. Questo Paese è il nostro Paese, questa gente è la nostra gente, questo governo è il nostro governo: se non facciamo qualcosa, chi lo farà per noi? Benché le nostre spalle siano ancora giovani ed esili, benché la morte sia per noi un fardello troppo pesante, noi dobbiamo andare perché la storia ce lo chiede.» È tutto senza volto e senza tu. Ma pur senza un volto e senza un tu non si è potuto frenare l’impeto del senso religioso!
«Quale sorta di crimine, infatti, stiamo commettendo, come blaterano tutti? Mettetevi una mano sul cuore, sulla coscienza. Quale sorta di crimine, dunque, stiamo commettendo? Stiamo provocando un tumulto? Cerchiamo solo la verità e veniamo, per questo, picchiati. La democrazia è un ideale della vita umana come la libertà, il diritto. Ora, per ottenerli dobbiamo sacrificare le nostre giovani vite. È questo l’orgoglio della nazione cinese? Lo sciopero della fame è la scelta di chi non ha scelta. Stiamo combattendo per la vita con il coraggio di morire, ma siamo ancora ragazzi. Madre Cina, per favore guarda i tuoi figli e le tue figlie. Quando lo sciopero della fame rovina totalmente la nostra giovinezza, quando la morte ci si avvicina, puoi rimanere indifferente? Non vogliamo morire, vogliamo vivere; non vogliamo morire, vogliamo studiare. Caro padre, cara madre, per favore non siate tristi. Cari zii, care zie, che non vi si spezzi il cuore mentre diciamo addio alla vita. Abbiamo una sola speranza: che questo permetta a tutti di vivere in modo migliore. Abbiamo una sola preghiera: non dimenticate che non è assolutamente la morte quello per cui noi stiamo lottando. La democrazia non è un affare che riguarda poche persone. La sua battaglia non può essere vinta da una singola generazione, ma è il senso di una storia.»
E noi dobbiamo essere meno di loro? Non si può! «Noi, che abbiamo conosciuto per l’annuncio dell’Angelo l’Incarnazione di Dio» dobbiamo essere meno di questi? Dentro l’alveo della nostra compagnia potremmo ripetere parola per parola tutto quello che hanno scritto nel loro manifesto, sostituendo alla tragica tristezza dell’anonimato di una nazione, di un popolo, di una generazione, all’utopia di una convivenza democratica non la morte, ma la vita. Come hanno detto, «cerchiamo solo la verità e veniamo picchiati per questo». Noi cerchiamo solo la verità e veniamo picchiati per questo, da tutti e da tutto, anche da chi è con noi, ma non è di noi, direbbe san Giovanni.
Ho voluto incominciare con questo ricordo perché la misura del nostro impegno non sia vigliacca. Ricordate il pensiero del filosofo veneziano? «Vedo avanzarsi il deserto, ma lo sguardo che s’accorge del deserto non appartiene al deserto.» Vedo avanzarsi il deserto, la morte, ma lo sguardo che s’accorge del deserto non appartiene al deserto: questo è ciò che i nostri fratelli cinesi non potevano sapere, perché non erano in un solco che li conduceva veloci come acqua fresca alla foce giusta. Ma noi, sì, lo sappiamo. Quello che non appartiene al deserto: questo noi amiamo, questo noi mendichiamo, questo noi vogliamo conoscere e questo noi vogliamo amare. [L. Giussani, Quello che abbiamo di più caro, BUR, pp. 430ss]