#LoveIsLove. I fondamentalismi [laicisti] sono tutti uguali

«Come leggiamo nel primo racconto della creazione, «Dio creò la umanità (‘Elohim barà ha ‘adam: si noti l’articolo ha) a sua immagine (selem), a immagine di Dio la creò (‘oto barà: singolare); maschio e femmina li creò (‘otam barà: plurale)». Di conseguenza, in quella pagina biblica non solo il maschio ma l’umanità tutta, nella sua polarità maschile e femminile, è icona di Dio sulla terra. Due modalità di una stessa realtà, l’uomo e la donna, sono imago Dei nel loro congiungersi in una relazione d’amore.
Ma immediatamente si deve notare un’altra meraviglia rivelata in Genesi 1: l’unità dei due è chiamata a superarsi nella procreazione e nella custodia del mondo e di ogni creatura. Infatti, alla coppia delle origini Dio ordina «siate fecondi e dominate la terra», per cui l’immagine divina originaria non è nemmeno la coppia congiunta nell’amore, ma la triade che dalla coppia vede scaturire la vita di altri e la cura per la vita di ogni altro. Fin dall’inizio, dunque, la Trinità si riflette nella struttura originaria dell’umano. Al contrario, l’assolutizzazione separata degli individui, che tendono a strumentalizzarsi o a sopraffarsi gli uni gli altri, è l’effetto del peccato originale, il rovescio del progetto divino».
(Pannello della prima sezione della mostra “L’ultima creatura. L’idea divina del femminile”, Illegio)
Fonte:
CulturaCattolica.it
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C’è una cosa che proprio non va giù agli intellettualoni che impazzano (e qualche volta impazziscono) in tivù e sui giornali che contano. Vorrebbero, lorsignori, che i cattolici se ne stessero buoni buoni nelle loro chiese e nelle loro case. A pregare, a parlare tra loro, a fare quel che credono. Però dentro, chiusi. Varcata in uscita la porta della chiesa o della casa, omologati o invisibili. Do not disturb.
Bontà loro, ci concedono ancora (chissà per quanto?) un po’ di spiritualismo: di ritrovarci la domenica in chiesa e di celebrare le nostre funzioni, ma vi sarete resi conto che gli prende l’orticaria e un nervosismo incontenibile quando scendiamo in processione lungo le strade, dietro la Madonna, dietro i nostri Santi. Non ci sopportano, quando siamo insieme così tanti, così felici (felici, sì: quella letizia nello sguardo che è roba dell’altro mondo, se la paragoni alla rabbia dei cortei no-global, alle rivendicazioni nelle manifestazioni sindacali, alle provocazioni gaie dei Pride intra o extra moenia). Proprio non ci sopportano, così tanti, così composti. Allora ci guardano dall’alto al basso e ci offendono, o così credono. Dicono che siamo infantili, che le nostre processioni sono robe da Medioevo, e nel dirlo non sanno che, con i tempi che corrono, paragonarci a Dante, Giotto, ai costruttori di cattedrali, è in realtà un complimento.
Ieri, con disprezzo, il filosofo Galimberti, a Fuori onda, ha liquidato con «cascame religioso» il fiume di gente che a Roma sta seguendo le spoglie di San Pio e San Leopoldo. Idem Il Fatto quotidiano (per la serie: dimmi che titoli fai e ti dirò chi sei): «Altro che Isis, il Medioevo è già qui grazie a Padre Pio». Insomma: la Chiesa si aggiorni! Invece delle teche e dell’esempio dei Santi, seguite Padellaro e il suo zuccheroso dio postmoderno, contro gli integralismi e tutto peace and #LoveIsLove!
(Tanto per capirci, il giorno dopo il Circo Massimo, Padellaro aveva titolato: «Family Day: cristiani e musulmani, i fondamentalismi sono tutti uguali»). Insomma: ci vorrebbero zitti e buoni, in linea con il mainstream. Il loro.
Sempre ieri sera su La7, Galimberti, saltando sulla sedia, a chiedersi cosa è saltato in mente ai cattolici di occuparsi della “carne”, della “materia”, loro che per la fede che professano «parlano di spirito» (!).
Eh, già. Deve proprio essere insopportabile, per questa gente che se non si aggrappa ai virtuosismi retorici dell’ideologia, precipita nel nulla, fare i conti con l’incarnazione di un Dio che non è libro ma si è fatto embrione, feto, bambino, e camminava per le strade, e mangiava con gli amici...
Se ancora non l’avete capito, egregi Galimberti & Padellaro, sta tutta lì, nell’Incarnazione, la ragione per cui, come abbiamo imparato da San Giovanni Paolo II, a Washington, nel 1979, «noi ci alzeremo in piedi, ogni volta che la vita umana è minacciata».
Eravamo a Roma, al Family Day, per difendere la sacralità dell’uomo, della donna, della famiglia, dei figli: questa carne di cui siamo fatti, così preziosa che non possiamo accettare sia considerata pappetta da mescolare in un laboratorio, perché amata infinitamente dalla notte dei tempi e salvata da un’altra carne, flagellata e martoriata: quella del nostro Signore Gesù Cristo, messo in croce. Spiace per voi, ma è Lui che ci ha detto: «Sia che mangiate, sia che beviate, fate tutto per la gloria di Dio». Tutto, nella concretezza della vita: cristiani h 24. In chiesa, a casa, nei luoghi e nei tempi del lavoro e dello svago. Sempre, senza dualismi tra corpo e spirito, o fra testimonianza privata e presenza culturale.
E’ per questo che siamo andati al Family Day.
Ed è per questo che il popolo dei fedeli segue in silenzio le spoglie dei suoi Santi. Per dire a se stessi e al mondo che sono uomini come noi, di carne come noi, tanto che li potevi toccare, che ti prendevano la mano quand’eri inginocchiato in confessionale, e che con quegli occhi ti facevano capire che eri amato infinitamente, e perdonato.
Li abbiamo seguiti e amati da vivi e li seguiamo ora, certi che la loro è una strada possibile anche per noi, anzi è il destino di felicità a cui tutti siamo chiamati. Fatevene una ragione. Dio ama così tanto la «materia», il corpo che ci ha dato in dono, che «nemmeno un capello del capo andrà perduto» (Lc 21,17-18)