Ciò che tiene vivo il carisma. Una storia di Comunione e Liberazione

«Il carisma di CL, dunque, come i carismi che hanno suscitato la nascita di molteplici realtà aggregative nella Chiesa, ha una dimensione collettiva e comunionale: ha dato origine a una comunità di persone chiamate a vivere e rendere operante quel carisma nella storia...»
Autore:
Casadei, Rodolfo
Fonte:
CulturaCattolica.it
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In un momento delicatissimo come questo, determinato dalla Lettera al presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione Davide Prosperi da parte del card. Kevin Farrell, Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, del 10 giugno scorso e dagli eventi che l’hanno ispirata, vorrei poter dare un contributo all’unità nelle comunità di Comunione e Liberazione in spirito di obbedienza alla Chiesa, madre e maestra. Mentre condivido il dolore e il senso di mortificazione di molti, e sono in ansia per il senso di sfiducia e di rabbia che potrebbe alimentarsi in persone nei cui riguardi non cesso di desiderare l’amicizia cristiana, mi rallegro di ritrovare nella lettera del Prefetto la conferma di quella che è stata l’esperienza del carisma mia e di tanti.
In particolare nel seguente brano: «Il carisma di CL, dunque, come i carismi che hanno suscitato la nascita di molteplici realtà aggregative nella Chiesa, ha una dimensione collettiva e comunionale: ha dato origine a una comunità di persone chiamate a vivere e rendere operante quel carisma nella storia. Neanche il fondatore può essere considerato “punto sorgivo” del carisma o “proprietario” del medesimo. Egli è il tramite mediante il quale lo Spirito Santo ha elargito uno specifico carisma ad utilitatem di tutto il Popolo di Dio (cfr. Lettera Iuvenescit Ecclesia nn. 5-7), cioè partecipato da tutti coloro che ricevono questo dono dello Spirito Santo, a vantaggio di tutta la Chiesa. Tutti coloro che ricevono la chiamata a vivere secondo tale carisma – come precisato da padre Gianfranco Ghirlanda sj durante l’assemblea dei Memores Domini in video collegamento del 27 giugno 2021 – sono investiti della medesima responsabilità di viverlo, custodirlo, approfondirlo e svilupparlo in sintonia con la Chiesa universale. I carismi elargiti dallo Spirito sono patrimonio di cui non si è padroni: essi si conoscono e si accolgono in vista del bene comune».

Queste parole avrebbe potuto scriverle qualunque ciellino, perché tutti i ciellini hanno incontrato il carisma del movimento nella partecipazione a una realtà comunionale, in un luogo e attraverso persone che non comprendevano necessariamente la persona di don Giussani – con l’eccezione di quei ragazzi e di quelle ragazze che hanno incontrato il carisma incontrando il professore di Religione don Luigi Giussani al Liceo classico Berchet di Milano. Che il carisma di CL sia carisma partecipato lo sanno bene quelle decine di migliaia di ex studenti delle medie superiori in tutta Italia che, come me, hanno incontrato Cristo attraverso l’amicizia e la condivisione con le comunità di Gs/Cl presenti nella scuola che hanno frequentato da adolescenti.
Ma qui vorrei raccontare non la storia mia personale, ma una storia esemplare dell’incontro col carisma attraverso l’incontro con persone toccate dal carisma e di esso sufficientemente partecipi da poterlo testimoniare e comunicare ad altri. La storia è esemplare perché i protagonisti sono eccezionali, ed è una storia che ho potuto approfondire nei suoi dettagli in occasione della stesura del mio ultimo libro, che è una biografia del fondatore di AVSI intitolata “Una passione – L’avventura missionaria di Arturo Alberti” (edizioni Cantagalli).
Uno dei protagonisti è padre Pietro Tiboni, sacerdote missionario in Africa tornato alla casa del Padre cinque anni fa, che al carisma di Daniele Comboni ha abbinato in modo molto originale quello di Comunione e Liberazione; gli altri due sono i coniugi Enrico e Giovanna Guffanti di Varese, che partono per l’Uganda come missionari laici nel 1969, subito dopo la laurea di Enrico in medicina e quando Giovanna è incinta al settimo mese.
Padre Tiboni li conosce all’inizio del 1970, quando viene inviato in Uganda. Ha 44 anni, è sacerdote da vent’anni ed è già un veterano della missione: è stato espulso dal Sudan, dove insegnava in seminario, dalla giunta militare islamista nel 1964; in Italia è stato apprezzato insegnante al seminario comboniano di Venegono Superiore. Per partire in missione aveva detto “no” a Cornelio Fabro, che gli aveva proposto la carriera accademica a Roma in forza delle due brillanti lauree che aveva ottenuto in teologia e filosofia. «La mia Roma è in Africa! Sono un Missionario Comboniano e ammiro tutti i missionari comboniani perché sono pronti a offrire la loro vita».



Ora, succede che un uomo di questo spessore torna nella sua Africa e che la cosa che lo incuriosisce e attira di più non sono i suoi confratelli, non sono le opportunità di realizzazione personale implicite nel lavoro pastorale che gli viene affidato, ma due ragazzotti senza esperienza di Africa e di missione che sono arrivati da qualche mese e che affrontano con letizia qualunque sacrificio. Infatti nei primi tempi Enrico e Giovanna vengono sbattuti da un ospedale all’altro del distretto di Kitgum, guardati con sospetto o con sufficienza dai veterani del posto. Quei due diventano il centro dei suoi rapporti affettivi. «Quello che colpì padre Tiboni», ha scritto di lui il fratello comboniano Daniele Giusti, «era il fatto che questi giovani professionisti e le loro famiglie, missionari imberbi rispetto alle ben consolidate missioni gestite dai Comboniani, mettevano Gesù Cristo al centro di tutto. Inoltre, vivevano tra di loro una comunione che padre Tiboni trovava impressionante e intrigante».
«Veniva a trovarci tutti i giorni», racconta Giovanna Guffanti, vedova di Enrico da due anni. «Si fermava a mangiare da noi, benché la nostra mensa di giovani volontari laici fosse molto più parca di quella del refettorio dei comboniani. Non si faceva problemi se io dovevo accudire il mio neonato, e non faceva caso al nostro affanno. Quando però un giorno arrivò da noi portandoci la sua biancheria da lavare, Enrico non si trattenne più: “Non ti rendi conto della fatica che già facciamo, non ti basta essere ospite a pranzo e a cena?”. Lui rispose: “Non avete capito che voglio stare con voi il più possibile? I miei confratelli passano il tempo a lamentarsi, voi siete sempre lieti e contenti nonostante tutte le difficoltà che avete, e mi colpisce tantissimo l’unità che c’è fra voi, perché avete messo al centro della vostra amicizia l’amore per Cristo, e io voglio viverlo insieme a voi”».
Queste cose succedono nel corso della seconda metà del 1970: padre Tiboni incontrerà per la prima volta in vita sua don Giussani nel maggio 1971, sceso in Africa per rincuorare i volontari ciellini che vivevano un momento di difficoltà. Giussani affidò i coniugi Guffanti e alcuni altri italiani che li avevano raggiunti alla cura pastorale di padre Tiboni. Che nel 1975 sarà di nuovo espulso, stavolta dal presidente ugandese Amin, ma ritornerà in Uganda nel 1980. Nel 1981 presenterà alla Chiesa locale il movimento “Christ is Communion and Life”, costola ugandese di Comunione e Liberazione, frutto dell’amicizia fra alcuni missionari comboniani, volontari italiani e cristiani ugandesi.

La morale della storia è che un carisma come quello di Comunione e Liberazione è talmente potente, quando è vissuto seriamente da chi lo ha incontrato, che una giovanissima coppia di missionari laici in erba è perfettamente in grado di farlo incontrare a un sacerdote esperto ed eroico come era il 44enne padre Pietro Tiboni, che poi lo ha sviluppato con grandissima originalità: come un figlio e non come un allievo, per fare il verso a Charles Péguy. La cosa veramente grande che merita di essere sottolineata è che Tiboni è stato certamente figlio di don Giussani, ma prima ancora è stato figlio di Enrico e Giovanna Guffanti; nella logica del carisma la genealogia può svilupparsi anche in senso inverso rispetto alla genealogia biologica: i giovani possono generare la personalità di fede dei più anziani, i figli quella dei genitori, ecc.

Quanto più accettiamo che il carisma che abbiamo incontrato cambi la nostra vita e il nostro modo di rapportarci agli altri, tanto più saremo generativi. Quando si dice che ognuno è responsabile della fecondità o della sterilità del carisma, senza deleghe deresponsabilizzanti all’autorità di chi guida, si dice questo.

Rodolfo Casadei