Anche così si può parlare del dialogo ebraico cristiano... e della Shoah

Abbiamo visto, nel giorno dedicato al dialogo tra cristiani ed ebrei questo film, «Un sacchetto di biglie». E lo consigliamo anche per la «Giornata della memoria». Se volete potete mandarci le vostre riflessioni
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Le biglie sono un mondo magico per i ragazzi, lo sono tuttora, lo erano soprattutto per le generazioni degli anni della Seconda Guerra mondiale.
Per Joseph Joffo però le biglie, una in particolare, furono quasi un talismano, una garanzia di eternità.
Joseph con suo fratello Maurice, vivono a Parigi con la famiglia, sono ebrei e il padre, come i figli più grandi, esercita la professione di parrucchiere. Una famiglia gioiosa, unita, vera. I due fratelli sono simpaticamente monelli e abbastanza dispettosi fra loro. Su questo quadro famigliare piomba la sciagura delle leggi razziali e si rende necessaria la fuga.
Per sfuggire ai controlli con più facilità decidono di scappare divisi, così i due ragazzini, Joseph e Maurice (di otto e dieci anni), iniziano una fuga rocambolesca che da Parigi a Nizza, prima, e da Nizza a Aix-les-Bains poi, li porterà alla salvezza e al ricongiungimento con i famigliari alla fine della Guerra.
Si salvano tutti, tranne il padre che resta sullo sfondo della narrazione come una figura di grande umanità e sapienza, una roccia sicura nella memoria e nella vita dei due ragazzi. Il film, tratto da una storia vera, raccontata dal protagonista Joseph Joffo nell’omonimo fortunato romanzo: Sacchetto di Biglie, è la testimonianza della rete di rapporti e di aiuti che s’instaurò durante la tragedia della Shoah.
Alcune figure maschili emergono a tuttotondo per la loro saggezza e la loro forza d’animo e, soprattutto in modo trasversale. Ad esempio la Guida, personaggio apparentemente poco raccomandabile che li accompagna dalla Francia occupata in territorio libero, si dimostra invece leale e coraggioso. Il ragazzo ebreo che lavorava per la resistenza e che dal luogo dove i ragazzi erano rifugiati li riporta a Nizza nel tentativo di ritrovare i genitori, perde consapevolmente la vita dichiarando la sua identità ebraica e la sua appartenenza alla resistenza. Ma figure decisive per la fortunata fuga dei ragazzi sono due sacerdoti. Uno incontrato per caso sul primo treno che da Parigi li porta verso Nizza e l’altro, conosciuto nella stessa Nizza, che procura loro documenti di battesimo falsi e si sbilancia pretendendo la loro liberazione. Il rapporto fra ebrei e cristiani emerge in questi episodi tratteggiato con la penna della fede che non si arrende alle brutture ma mira diritto alla verità e alla dignità dell’uomo. Un’altra gran bella figura, tanto nel romanzo che nel film, è riservata ai soldati italiani: gente estranea alle brutture della guerra, che pur servendo la patria con lealtà non si piegava alle ideologie imperanti che mettevano un uomo contro l’altro.
In tutta questa trama, delicatissime, emergono due figure femminili: quella della madre, musicista fragile e forte nello stesso tempo e quella di una ragazzina francese, Françoise, di cui il piccolo Joseph s’innamora; essa, pur appartenendo a una famiglia favorevole alle idee nazionalsocialiste, se ne discosta apertamente.
La bellezza di questo film non risiede solo nel fatto che è tratto da una storia vera e avvincente, ma soprattutto nell’incredibile trama di rapporti e di causalità provvidenziali (che potremmo veramente chiamare Dioincidenze), capaci di rendere ragione della bellezza dell’uomo e la forza di coesione che è possibile stabilire al di là delle ideologie imperanti e massificanti.
Quanto questa rete di rapporti, a dispetto della tragedia, siano in grado di forgiare un uomo nella verità si coglie nelle scene finali. Nonostante la famiglia di Françoise avesse in odio gli ebrei, alla fine del Conflitto mondiale, quando in preda all’ebbrezza della libertà e dello spirito di vendetta la folla si abbandona al linciaggio colpendo i collaborazionisti, Joseph irrompe nella casa del signor Mancelier (padre di Françoise) e lo salva, dichiarando di essere ebreo e di essere stato salvato e nascosto da lui. Una bugia ma che ribalta lo sguardo del facoltoso librario francese e rende evidente che l’odio non ha vinto nel cuore del piccolo figlio di Joffo.
La scena finale sigilla l’esperienza della fede non dichiarata ma che attraversa come in filigrana tutto il film. La biglia preferita da Joseph rotola sulla strada di Parigi, teatro del ricongiungimento della famiglia Joffo. Sì manca il padre, ma nel primo piano della piccola biglia azzurra si odono come le sue parole, stampate nella memoria del figlio: sarò conte per sempre. La forza della fede, della carità e dell’eternità rendono possibile la vittoria sul male, sulla Shoah di ieri e sulle Shoah o sulle persecuzioni di oggi e di domani.