25 aprile: la #resistenza senza veli

Episodi di forte criminalità, nomi di spietati capi partigiani sono esaustivamente riportati sulla base di atti processuali, testimonianze e analisi storiografiche. Questi episodi fanno parte della resistenza marxista, di quella resistenza della quale si aveva vergogna già all’indomani della Liberazione, quando divenne sinonimo di delinquenza. Solo negli anni ’70 la sua presunta moralità fu ripristinata attraverso un’imponente pubblicistica settaria e la creazione degli Istituti Storici della Resistenza, squallide espressioni dell’egemonia culturale della Sinistra.
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Parlare della Resistenza oggi, e del 25 aprile, chiede chiarezza di giudizio.
Dovremmo leggere quei testi che, senza coperture ideologiche, ci mostrano i fatti nella loro crudezza e verità.
Questo libro di Gianfranco Stella, Compagno Mitra, documentato e senza nascondenti, aiuta a comprendere e valutare quel fenomeno, che troppi indicano, anche in questi giorni di Covid-19, come fondato della nostra realtà repubblicana.
Abbiamo, e vogliamo avere, altre «fondamenta».

Qui di seguito la Nota dell'Autore al suo pregevole testo:


Emanuele Artom, un illuminato partigiano di religione ebraica che non sopravvisse alla Liberazione, e testimone delle atrocità che in nome della Resistenza venivano perpetrate, nel suo diario ammoniva sui pericoli storiografici di una sua futura apologia, del suo uso politico: un partigiano ubriaco litiga con un carabiniere [...] un altro partigiano ingravida una ragazza. Bisogna scrivere questi fatti, perché fra qualche decennio una nuova retorica non venga a esaltare bande di purissimi eroi: siamo quello che siamo, un complesso di individui in parte in buona fede e in parte arrivisti politici; in parte soldati sbandati che temono la deportazione in Germania, in parte spinti dal desiderio di avventura, in parte da quello di rapina.

Da cattolico io non ho mai creduto che all’inizio della lotta di Liberazione tanti giovani fossero propensi e disposti a trasformarsi in biechi assassini, pronti ad accollarsi sulla coscienza il fardello delle atrocità che avrebbero commesso.
L’esperienza forgiatasi nei diciotto mesi della lotta di Liberazione aveva creato in essi sentimenti, aspettative inedite, pretesi diritti sulle risorse del Paese e sulle classi abbienti. Questa classe operaia partigiana si riteneva in diritto di avere qualcosa, di essere ricompensata, di vivere un nuovo ordine sociale basato sulla volontà delle masse che sarebbero state da essa stessa governate.
Il 25 Aprile non costituiva l’atto finale della Resistenza, ma la legittimazione a proseguire quanto fosse stato in essa promesso. Sconfitti i fascisti, rifiutando obbedienza agli ordini di qualsiasi autorità, i partigiani comunisti intesero rivolgersi contro il clero e la borghesia. E in parte vi riuscirono, specialmente in Emilia Romagna ove detennero il monopolio della violenza per tutto il ’45 e in parte anche nel ’46.

Il lettore si renderà conto che l’antifascismo stalinista, emerso durante la Resistenza con le sue aberranti aspirazioni, fu sempre assoluto e brutale e si estrinsecò nelle più sordide atrocità che mente umana potesse concepire.
Emergerà che, per varietà e per i suoi molteplici aspetti, la pratica della tortura messa in atto dai partigiani non ebbe l’uguale nella storia dell’umanità.
In quei fatidici mesi vi erano la libertà d’uccidere, l’odio anonimo, le grasse risate del partigiano per il bersaglio-fascista colpito, il tiro al piccione, spietati atti liberatori di una malvagità intima che in quel proletariato ammaestrato avevano potuto manifestarsi.

Studiando la Resistenza ho riscoperto i valori della mia educazione e ancora dubito che il bene e il male siano sempre univoci.
Rimango convinto che l’antifascismo marxista fosse stato, sempre e comunque, assoluto e brutale, dettato da un’assurda morale subdolamente tesa ad assorbire l’altro antifascismo, quello moderato, etico e intellettuale e di superarne l’eterogenesi storica.
Sono queste le pagine del libro che il lettore si accinge a leggere scrutando tra le righe la banalità del male che emerge nell’osservazione del crimine narrato.

PREMESSA
Il fenomeno della Resistenza aveva consentito che uomini dalla forte propensione criminale vi facessero parte e la manifestassero.
Erano i Piero Urati, i Licinio Tedeschi, i Giuseppe Maro- zin, i Luigi Borghi, i Remo Bonzagni, gli Jaures Cavalieri, i Claudio De Fenu, eccetera, responsabili di centinaia di uccisioni.
Poi v’erano, e più numerosi, uomini dalla forte criminalità politica come i Renato Bolondi, i Ferruccio Manea, gli Umberto Bisi, i Gino Simionato, gli Arrigo Nizzoli, i Didimo Ferrari, eccetera, eccetera, eccetera.
Rimossi dalla memoria resistenziale, in quanto indifendibili, il lettore difficilmente troverà in altri libri del genere, simili personaggi. Ma li troverà in queste pagine adeguata- mente descritti in tutta la loro atroce realtà.