«È più facile dominare chi non crede in niente»

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Più delle vetrine sfasciate, delle auto incendiate, delle strade devastate… più dei volti dei milanesi sgomenti di fronte a quelle vie del centro messe a ferro e fuoco dai facinorosi, è l’intervista a questo giovane che mi ha lasciata annichilita.
Lo ascoltavo e il pensiero è volato a sua madre e a suo padre. Dove sono? Cosa penseranno guardando quel loro figlio in tivù esaltarsi di fronte alla marea montante, ai bastoni, i bulloni, i razzi, le bombe carta, le mazze, i martelli, i sanpietrini, le bestemmie, gli sputi, le pisciate sui muri dei palazzi… di fronte al niente.
Più dei black-block, anzi dei delinquenti-senza-se-e-senza-ma che ieri hanno messo sotto assedio il centro di Milano è lui l’esito del nostro nichilismo, del relativismo che pareggia bene e male (sono solo un’opinione: la tua, la mia, secondo me, secondo te…)
Mettere la faccia in tivù, dare la voce a un microfono, fare ascoltare quelle parole all’Italia, al mondo senza vergognarsene, ma così a volto scoperto, senza nemmeno più la consapevolezza della responsabilità di ciò che si dice, delle conseguenze, è il frutto marcio di quel che abbiamo seminato.
«Quando sono in mezzo ai disastri, io sono contento», ha detto.
Si dice che può parlare del deserto chi ne è fuori, chi sa che il deserto (la violenza, la devastazione, il disastro, il nulla) non è il mondo intero, non è l’ultima parola. Ma noi, forse, l’abbiamo scordata, la parola che viene dopo: l’antidoto a questa aridità del cuore, a questa anestesia dell’anima. E così ci siamo arresi anche noi come lui al “prima”: la distruzione, la non-speranza, la morte, il… nulla.
E’ in quel nulla, in quel vuoto, in questa nostra incapacità di edificare che si insinuerà (si è già insinuato?) chi ha ancora proposte forti da farci, da fare a quei giovani che guardano e ascoltano le domande che hanno nel cuore, che sono poi le stesse nostre. Ma sono scomode, fanno male, e dunque noi adulti le abbiamo occultate come la polvere cacciata sotto al tappeto.
Per cosa, per chi spendere la vita?
Non hanno padri e madri, non hanno testimoni questi giovani: maestri che indichino loro la strada, che insegnino per cosa, per chi dare la vita – la propria – senza toglierla agli altri.
Abbiamo abdicato al compito che ci è stato assegnato, noi padri madri insegnanti pastori educatori, e non sappiamo indicare mete alte: la Via, la Verità, la Vita. E allora, nel nostro silenzio, gongolando si insinuano i cattivi maestri di turno. L’antagonismo-a-prescindere, la violenza, l’ISIS, il mors tua vita mea, gli slogan di finta politica… il nulla. Al massimo il soddisfacimento delle voglie, delle fregole, il diritto a fare quel che ci piace quando ci piace, in un surrogato di libertà. Specchietti per allodole, zuccherini per addolcire una vita a cui non sappiamo più dare senso.
Al ribasso anche l’inno di Mameli: zacchete al ritornello, via quel «siam pronti alla morte» così politicamente scorretto. Vuoi mettere l’allegria che mette addosso «siam pronti alla vita»?
Spiacenti. Da che mondo è mondo per un ideale che valga la pena, per la Verità è necessario impegnarsi, anche dare la vita, se occorre (ma la propria, non quella degli altri!). Altrimenti diventa expo delle buone intenzioni, ideologia da salotto, hobby con scadenza incorporata.
Se non testimoniamo come, in nome di Chi si può anche morire non saremo capaci di insegnare come si vive.