2017 06 28 ITALIA - Padre Livio sospeso per sei mesi dall’ordine dei giornalisti

CONGO - La guerra nel Kasai: Chiesa accanto a popolazione VENEZUELA - cardinale Urosa: cessi la repressione TESTIMONIANZA - La Lituania ha il suo primo Beato martire: è Teofilo Matulionis
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ITALIA - Padre Livio sospeso per sei mesi dall’ordine dei giornalisti

Sulla questione raccomando di leggere l’editoriale di don Gabriele:
(
Padre Livio, il laicismo non perdona!).
Se però qualcuno si fosse perso ciò che è successo e qual è il motivo della sospensione riassumo i fatti attraverso brani presi da vari articoli.

L’Ordine dei giornalisti della Lombardia ha sospeso per sei mesi padre Livio Fanzaga, il direttore di Radio Maria, per aver ricordato alla senatrice Cirinnà che tutti dobbiamo morire.
La Signora in questione, almeno secondo IntelligoNews, lo denunciò all’Ordine e a qualche Authority nel febbraio dello scorso anno per aver detto:
«Questa qui mi sembra un po’ la donna del capitolo diciassettesimo dell’Apocalisse, la Babilonia insomma, che adesso brinda con prosecco alla vittoria [per l’approvazione della legge sulle unioni civili, ndR]. Signora, arriveranno anche i funerali, stia tranquilla. Glielo auguro il più lontano possibile, ma arriverà anche quello».
La senatrice gli ha imputato “la violazione delle norme deontologiche che presiedono la professione e in particolare dell’articolo 2, comma 1 della stessa legge, per aver tenuto un comportamento lesivo della professione nell’inosservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui; dell’articolo 9 del codice deontologico, laddove nell’esercitare il diritto dovere di cronaca il giornalista è tenuto a rispettare il diritto della persona alla non discriminazione per razza, religione, opinioni politiche, sesso, condizioni personali, fisiche o mentali”.
Noi, sinceramente, non capiamo dove Padre Livio abbia leso la personalità della Cirinnà, né dove l’abbia discriminata.
Pare Livio ha fatto un po’ di “ironia biblica”, essendo un prete.
I giornali mediamente fanno ironia molto più offensiva, denigratoria e discriminatoria (per non parlare di quelli che pubblicamente si augurano che presto i loro avversari vengano uccisi) e restano assolutamente impuniti: in nome del diritto di cronaca, di critica e di satira.
Ma la Gaystapo, si sa, è un poco strabica: percepisce come mortali offese solo l’ironia sulle questioni LGBT.
Quando si insultano gli altri, magari bestemmiando e dissacrando, allora va tutto bene.
Senza contare che – in fin dei conti – Padre Livio non ha detto niente di strano: tutti dobbiamo morire, prima o poi, anzi ha augurato alla Cirinnà una lunga vita…
“Cosa bella mortal passa e non dura” diceva il Poeta. O vogliamo anche radiare dalle antologie di letteratura italiana il Petrarca?
(https://www.notizieprovita.it/notizie-dallitalia/la-gaystapo-se-la-prende-pure-con-radio-maria/)

Il problema è che non è solo il mondo a non voler sentire, il che sarebbe anche nell’ordine delle cose.
È nella Chiesa che non si vuol più sentir parlare di preghiera, conversione, penitenza, peccato, giudizio.
E questa volta, davanti alla gravità per tutti i cattolici della sanzione comminata dall’Ordine dei Giornalisti, c’è stato il silenzio assoluto. Non una voce si è levata da Roma – né dalla CEI né dalla Santa Sede - a difesa della libertà religiosa. Non una presa di posizione che allertasse sul pericolo di certe sentenze che colpiscono la libertà personale. È un segnale eloquente. Da ora, chi vuole insistere nel difendere la Verità sull’uomo; chi pensa che famiglia, vita ed educazione siano davvero i princìpi fondamentali su cui costruire la società e che quindi vadano difesi fino in fondo; chi persiste nel seguire ciò che ha imparato nel Catechismo, sa che nel momento della prova sarà abbandonato – se non colpito – dai pastori che pure dovrebbero difendere il proprio gregge.
(Riccardo Cascioli LNBQ 23 06 2017)

Non perdiamo di vista la situazione in CONGO.
L’articolo seguente riassume ciò che sta accadendo:

CONGO RD - La guerra nel Kasai: da un conflitto di successione tribale allo scontro politico
Un semplice conflitto di successione del defunto Kamwina Nsapu (Capo Tradizionale) dei Bajila Kasanga, un clan della tribù Lulua, residente nel territorio di Dibaya, a 75 km a sud-est di Kananga, capoluogo del Kasai Centrale, si è trasformato in una tragedia che ha investito tutto il Grande Kasai, la cui entità è stata oggetto di una nota della Nunziatura Apostolica di Kinshasa (vedi Fides 20/6/2017).
Secondo quanto ricostruisce una nota inviata all’Agenzia Fides dalla Rete Pace per il Congo, la causa del conflitto è il rifiuto, da parte del governatore della provincia e del Ministro degli interni del governo centrale, di riconoscere ufficialmente il titolo di Kamwina Nsapu a Jean Pierre Mpandi, designato dalla famiglia regnante, nel novembre 2011, alla successione di suo zio defunto, Anaclet.
Motivo di questo rifiuto: a quel che pare, Jean Pierre Mpandi non era iscritto a nessun partito membro della Maggioranza Presidenziale.
Indignato, Jean Pierre Mpandi avvia una campagna per incitare la popolazione a non riconoscere alcuna autorità dello stato a partire dal 20 dicembre 2016, data che marca la fine del secondo e ultimo mandato presidenziale di Joseph Kabila. È stato ucciso il 12 agosto 2016, nel corso di un’operazione militare intrapresa dalle forze di sicurezza in vista del suo arresto. I suoi seguaci si sono quindi organizzati in milizie e sono riconoscibili da una fascia rossa cinta intorno al capo.
La rivolta si è rapidamente diffusa anche in altre diverse province limitrofe, come il Kasai Orientale, il Kasai e il Lomami, cristallizzando il malcontento di una popolazione che si sente trascurata dal governo centrale e tradizionalmente favorevole a partiti dell’opposizione politica. Le rivendicazioni si sono quindi politicizzate, includendo la richiesta di un Primo Ministro proveniente dal Raggruppamento dell’Opposizione e l’organizzazione delle elezioni entro i tempi fissati nell’accordo del 31 dicembre 2016, come garanzia di un’alternanza politica ai vertici dello Stato.
Il Governo centrale di Kinshasa ha reagito procedendo ad una brutale repressione di ogni forma di rivolta organizzata dalla milizia Kamwina Nsapu, facendo ricorso, come d’abitudine, a un uso sproporzionato della forza, il che ha contribuito ad aggravare il conflitto.
L’ONU ha inviato una missione di esperti per indagare sulle violenze nell’area, ma due di loro Michael Sharp (Statunitense) e Zaida Catalán (Svedese), sono stati sequestrati il 12 marzo scorso e ritrovati morti dopo due settimane, sepolti in una fossa comune (vedi Fides 29/3/2017). Secondo un video diffuso dal governo congolese, gli autori del loro sequestro e della loro uccisione sarebbero dei miliziani Kamwina Nsapu, una versione ben poco convincente. Si sospetta infatti che i veri responsabili della loro morte siano alcuni notabili locali. “Ciò viene a confermare l’ipotesi secondo cui solo un’inchiesta internazionale indipendente, promossa dall’ONU e dai Paesi dei due esperti o, addirittura, dalla Corte Penale Internazionale, potrà far luce non solo sulla sorte dei due esperti ma anche sulle vere cause e responsabilità delle violenze commesse nel Kasai durante gli ultimi mesi” conclude la nota. (L.M.) (Agenzia Fides 21/6/2017)

Ma questo ha portato a sofferenza e stragi che toccano la popolazione e perciò la Chiesa.

CONGO - attacchi armati nel Kasai. Chiesa accanto a popolazione
Nella Repubblica Democratica del Congo resta drammatica la situazione nella regione del Kasai, funestata da sanguinosi attacchi di un gruppo armato che contrasta le milizie antigovernative: centinaia i civili uccisi in modo barbaro nei villaggi della zona negli ultimi due mesi. La denuncia arriva dalle Nazioni Unite. Terreno di scontro fra opposizione e forze filo governative, il rifiuto del presidente Kabila di lasciare il potere, avuto nel 2001 dopo la morte del padre al tentativo di modificare la Costituzione a suo favore. Numerosi gli appelli di Papa Francesco negli ultimi tempi per la fine della violenza nel Paese. L’ultimo nell’udienza generale di questa mattina, in cui Francesco ha parlato degli sforzi in favore dell’educazione dei giovani congolesi. Una situazione delicata e complessa quella della Republica Democratica del Congo, generata in primis da un problema politico, come sottolinea, al microfono di Paola Simonetti, Massimiliano Salierno, direttore dell’Anpil, organizzazione non governativa operante in Congo:

R. – Il problema attuale del Congo è la successione alla presidenza. In quanto attualmente c’è il presidente Kabila, figlio dell’ex presidente congolese che ha terminato il suo mandato ma non ha alcuna intenzione di lasciare il potere, quindi questo crea una grandissima tensione. Ricordiamo che Kabila ha terminato il suo mandato l’anno scorso, quindi in realtà queste elezioni avrebbero dovuto già tenersi ma di fatto non si sono ancora svolte. C’è anche un tentativo da parte del presidente Kabila di riformare la Costituzione per consentirgli di avere un ulteriore mandato alla presidenza: da ciò nascono gli scontri che sono quelli che purtroppo stanno insanguinando la regione.

D. – Un gruppo che lotta contro la milizia antigovernativa, che però colpisce la popolazione stessa, che immaginiamo viva nel terrore…
R. – Sì, gli scontri più sanguinosi ovviamente non si manifestano nella capitale, a Kinshasa, dove c’è il potere e ci sono le istituzioni, ma si manifestano nelle regioni della provincia, quindi in queste zone come quella del Kasai che è una regione mineraria e ha un accesso molto limitato, come tutte le regioni minerarie del Congo, che si possono visitare solo su invito da parte di autorità locali. In queste regioni si stanno verificando questi scontri molto sanguinosi. Oltretutto la regione del Kasai, quella di cui si sta parlando in questi mesi e anche in questi giorni, è la regione dello storico oppositore di Kabila che è Tshisekedi, che è stato già storico oppositore del padre di Kabila: è morto recentemente ma la lotta continua nei suoi sostenitori. Quindi il Kasai è storicamente per il potere una regione ostile, pericolosa, che va tenuta sempre sotto controllo. Questo è uno dei motivi per cui tutti questi scontri estremamente sanguinosi si verificano proprio in questa regione.

D. - La Chiesa locale sta tentando una qualche mediazione, c’è qualcuno che sta operando qualche passo?
R. – La Chiesa congolese, la Conferenza episcopale, i vescovi che sono sul territorio stanno facendo un lavoro veramente straordinario, molto discreto anche, ed è grazie a loro che per esempio si è riusciti a raggiungere un accordo a fine 2016 proprio tra Kabila e l’opposizione per porre fine a questi scontri e raggiungere un’intesa. Poi, purtroppo, questo accordo si è un po’ arrestato, non è proseguito in ulteriori azioni politiche. Però devo dire che l’azione dei vescovi e poi a livello di sacerdoti, suore che operano sul territorio è un’azione assolutamente meritoria e anzi è grazie a loro se tanti bambini e tante donne, tante famiglie si sono messe in salvo. Ricordiamo che in queste regioni ci sono anche delle suore della Congregazione del Cuore Immacolato di Maria che hanno subito dei violentissimi attacchi. Quindi una situazione di molta violenza e tantissimi preti e tantissime suore sono riusciti a mettere in salvo molte famiglie.
(Radio Vaticana 21 06 2017)

E poi il Venezuela

VENEZUELA - cardinale Urosa: cessi la repressione
“Ribadisco il mio pressante appello: cessi immediatamente la repressione nelle manifestazioni del popolo”. A chiederlo in un comunicato è il cardinale Jorge Liberato Urosa Savino, arcivescovo di Caracas. “Con sdegno e fermezza – scrive l’arcivescovo recentemente ricevuto, insieme ai vescovi del Venezuela, da Papa Francesco – desidero esprimere la mia disapprovazione per gli atti di repressione che il governo nazionale, attraverso la Guardia Nacional de Venezuela, alcune forze di polizia e bande armate paramilitari, ha compiuto in questi 80 giorni di protesta politica”.

Manifestare è un diritto
L’arcivescovo – rende noto l’agenzia Sir - ricorda che è un diritto del popolo sancito dalla Costituzione protestare contro “la gravissima situazione” di fame e mancanza di medicine e beni di prima necessità, così come per il disconoscimento dell’Assemblea nazionale, contro la detenzione di persone colpevoli solamente di essersi opposte al governo, e infine contro il rifiuto da parte del governo di indire nuove elezioni previste dalla Costituzione e dalle leggi. A questo si aggiunge, 50 giorni fa, la convocazione senza consultare il popolo sovrano, da parte del presidente Maduro, di una nuova Assemblea costituente che non rispetta “né l’universalità né la proporzionalità dei voti”.

Finora almeno 70 morti durante le manifestazioni
Queste manifestazioni hanno fino ad oggi causato la morte di più di 70 persone, assassinate con azioni repressive. Una situazione – scrive il cardinale – che “grida al cielo, è totalmente illegale e incostituzionale, e merita la massima condanna”. Allo stesso modo, l’arcivescovo condanna anche la morte di alcune persone per mano degli oppositori. “La violenza – aggiunge – è sempre un male da qualunque parte venga”. Nel comunicato il cardinale Urosa parla dei molti giovani assassinati a Caracas e cita espressamente i nomi di Juan Pablo Pernalete, Miguel Castillo, Neolamar Lander, Fabian Urbina, e quello di David Vallenilla ucciso a sangue freddo solo due giorni fa.

I problemi si risolvano in modo pacifico
“Il governo – è la denuncia contenuta nel comunicato – invece di reprimere, dovrebbe risolvere i problemi che affliggono le persone e che le hanno portate in piazza. Il governo dovrebbe desistere dallo scopo di imporre un sistema totalitario e antidemocratico”. “Cessi la repressione”, è dunque l’appello del cardinale Urosa. Il porporato, nel comunicato, esprime anche le sue condoglianze alle famiglie e agli amici delle vittime e “la solidarietà a coloro che sono ingiustamente sottoposti a processo militare, o detenuti arbitrariamente”. “Invito tutti – conclude l’arcivescovo di Caracas - a pregare intensamente il Signore per la pace, per la fine di questo conflitto violento e perché i venezuelani possano risolvere i nostri problemi in modo pacifico”.
(Radio Vaticana 24 06 2017)

VENEZUELA - Il grido dei Vescovi: “Nel nome di Dio, non uccidete più giovani venezuelani”
“Nel nome di Dio, non uccidete più giovani venezuelani. Il loro grande peccato è solo di non credere in un futuro che somiglia a questo presente”. Lo ha chiesto energicamente Mons. Oswaldo Azuaje Pérez, O.C.D., Vescovo di Trujillo, nel suo account Twitter. Sono numerose le espressioni di solidarietà e di denuncia pervenute a Fides nelle ultime ore per la morte violenta di un altro giovane in Venezuela.
L’appello è ormai internazionale. Mons. Silvio Josè Baez, Vescovo ausiliare di Managua, ha scritto a Fides: “Unisco la mia voce a quella del mio fratello carmelitano, Mons. Azuaje, e dico: Nel nome di Dio: non uccidete più giovani venezuelani”. Poi ha ricordato le parole del Santo Padre: “Un apostolo non può essere un ingenuo, deve denunciare, con nome e cognome” (meditazione a Santa Marta, 22 giugno 2017).
Ieri, giovedì 22 giugno, un giovane dell’opposizione è stato ucciso da un militare durante una manifestazione nell’ennesima giornata di violenza alimentata dal conflitto sull’Assemblea Costituente convocata dal Presidente Nicolas Maduro. David Vallenilla, 22 anni, è morto dopo essere stato colpito tre volte al petto da un’arma da fuoco durante i tumulti davanti alla base aerea militare di La Carlota di Caracas. Sale così a 75 il numero dei morti dal 1° aprile, secondo dati delle agenzie. Anche ieri il presidente Maduro ha parlato al paese per reiterare che “l’Assemblea Costituente va avanti e ricostruiremo la pace”, ma l’opposizione sta convocando altre manifestazioni per fermare questo processo.
(CE) (Agenzia Fides, 23/06/2017)

TESTIMONIANZA

La Lituania ha il suo primo Beato martire: è Teofilo Matulionis

La Chiesa ha un nuovo Beato: si tratta di Teofilo Matulionis, arcivescovo di Kaišiadorys, in Lituania, fulgido esempio di eroismo cristiano, morto nel 1962. A presiedere la cerimonia di Beatificazione, avvenuta oggi a Vilnius, il cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, in rappresentanza di Papa Francesco. Il servizio di Giada Aquilino:

Teofilo Matulionis nacque il 22 giugno 1873 a Kudoriškis, da una famiglia contadina di profonda fede cattolica. Rimasto orfano di madre, da bambino mostrò grande passione per lo studio. Fu ordinato sacerdote il 4 marzo del 1900. Nella città russa di San Pietroburgo si occupò della costruzione della chiesa del Sacro Cuore del Salvatore, ma i lavori furono interrotti a causa della Rivoluzione Bolscevica dell’ottobre del 1917. Nel 1923 padre Matulionis venne arrestato per la prima volta assieme ad altri religiosi e condannato a tre anni di prigione. Venne poi scarcerato grazie all’intervento dei suoi parrocchiani. Diventò parroco della chiesa del Sacro Cuore. Il 28 dicembre 1928, con il consenso di Pio XI, venne clandestinamente nominato vescovo titolare di Matrega e coadiutore dell’amministratore apostolico di quella che aveva assunto il nome di Leningrado, oggi San Pietroburgo. Il 9 febbraio 1929, sempre in maniera clandestina, ricevette l’ordinazione vescovile.

Gli arresti prima, l’udienza in Vaticano poi
Nel novembre dello stesso anno venne arrestato per la seconda volta e condannato a dieci anni di campi di concentramento nelle Isole Solovki, nel Mar Bianco. Nel maggio 1933 venne condannato ad un anno d’isolamento punitivo con l’obbligo dei lavori forzati. Liberato qualche mese dopo, il 24 marzo 1934 fu ricevuto in udienza in Vaticano da Pio XI. Tornato in Lituania, fu nominato vescovo ausiliare di Kaunas e cappellano supremo dell’Esercito, carica che ricoprì per poco tempo, per via dell’invasione sovietica del 1940. Nel 1943, sotto l’occupazione tedesca, fu nominato vescovo di Kaišiadorys. Un anno dopo, le truppe sovietiche invasero di nuovo la Lituania e il regime comunista iniziò subito la persecuzione della Chiesa.

Nessun compromesso col regime
Il vescovo fu arrestato per la terza volta e condannato a 7 anni di prigione. Quando uscì dal carcere, nonostante l’età avanzata e i gravi problemi di salute, s’impegnò nell’amministrazione della diocesi di Kaišiadorys e nella sistemazione degli affari della Chiesa lituana, esortando gli amministratori diocesani e i sacerdoti a non scendere a compromessi con il regime. Nel 1962, Giovanni XXIII concesse a mons. Matulionis la dignità di arcivescovo. In seguito ad una perquisizione alquanto severa nella casa in cui alloggiava, il 20 agosto 1962 il nuovo Beato morì.

Il decreto riguardante il martirio
Il 1° dicembre 2016 Papa Francesco ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il decreto riguardo il martirio di Teofilo Matulionis. Ce ne parla il cardinale Angelo Amato, Prefetto della medesima Congregazione:

“Martirium propter aerumnas carceris significa che la morte fu causata dalle sofferenze del carcere. Le lunghe e penose degenze nelle prigioni, nei campi di concentramento, nei domicili coatti si protrassero per rutta la vita del Beato e sfinirono a poco a poco la sua forte fibra di sacerdote e di pastore. Ma le privazioni e le torture, non piegarono la sua volontà di bene. In quel periodo di buio della coscienza retta, ostilità dei nazisti e dei comunisti non aveva alcuna giustificazione razionale. Era solo era il frutto dell’odio verso il Vangelo di Gesù e la Chiesa”.

Mons. Matulionis sopportò in vita umiliazioni e disagi di una prigionia lunga, ingiusta e disumana, mette ancora in evidenza il cardinale Amato:

“Fu la grazia di Cristo che gli conferì la forza e il coraggio di perseverare saldo nella fede. Questa lealtà al Vangelo è testimoniata da molti che videro in lui un ‘vero uomo di Dio’ e un ‘Santo’. Nel campo di concentramento si comportava da sacerdote pio e sereno, totalmente affidato alla Divina Provvidenza. I persecutori si accorsero del suo eroismo. Ad esempio, quando il comandante russo apprese la notizia della sua morte, esclamò: ‘Era veramente un uomo’! Anche il responsabile del sistema repressivo sovietico disse preoccupato: ‘Non si esclude che in futuro il Vaticano lo dichiari ‘Santo’ e in questo caso la sua tomba diventerà un luogo da visitare per i pellegrini’. Una previsione pienamente avverata”.

Quella odierna è stata la prima Beatificazione avvenuta in Lituania e anche la prima di un martire lituano, celebrata a trent’anni dalla beatificazione nel 1987 di mons. Giorgio Matulaitis, presieduta da San Giovanni Paolo II in San Pietro, in occasione del 600.mo anniversario della cristianizzazione della Lituania.
L’esempio di mons. Matulionis rimane attualissimo soprattutto per i ragazzi del suo Paese: non a caso la cerimonia di Beatificazione è avvenuta nella Giornata nazionale dei giovani.
Ce ne parla mons. Jonas Ivanauskas, terzo successore di mons. Matulionis a Kaišiadorys, intervistato dal collega del programma lituano della nostra emittente, Saulius Augustinas Kubilius:

“La volontà di Dio, la fedeltà al Vangelo, alla Chiesa, al Santo Padre, alla Santa Sede, ma anche la forza: il carattere molto umile, molto amabile, con la forza, il non avere paura. Mons. Teofilius sottolineava sempre la fiducia: non avere paura, il Signore sempre ci sta vicino, il Signore sempre è con noi”.
(Radio Vaticana 25 06 2017)