Con rispetto, ma nella verità

E' giusto riflettere, ma non fare di un caso drammatico uno spettacolo per il consenso. Diceva Giovanni Paolo II: "Accanto ad un uomo che soffre ci vuole un uomo".
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Ci risiamo, il metodo è lo stesso, collaudato in altre circostanze ha dato la vittoria, perché cambiarlo?
Si prende un caso umano estremo, lo si sbatte in prima pagina e si dice agli Italiani, che le loro titubanze, le loro incertezze, i loro dubbi, sono la causa del prolungarsi del dolore della persona che vedono sulle pagine dei giornali e sullo schermo della televisione.
E’ fatta.
La gente si sentirà colpevole, connivente e finirà per dire “io non lo farò mai, ma rispetto la volontà di chi vuole farlo.”

Aggiungete poi, l’esperienza passata del referendum sull’aborto insegna, il tam tam che dice “è una pratica clandestina, tanto vale legalizzarla”

Lo si diceva dell’aborto, erano milioni quelli clandestini e non ci hanno mai spiegato come facevano a contarli, se erano clandestini, ora lo si dice dell’eutanasia.

Ieri l’appello televisivo di Piergiorgio Welby (co-presidente dell’associazione Luca Coscioni per la libertà della ricerca scientifica) malato di distrofia muscolare, ha riaperto il dibattito sull’eutanasia.
“Caro Presidente, voglio l’eutanasia. Scrivo a Lei e attraverso Lei mi rivolgo a tutti i cittadini che avranno la possibilità di ascoltare queste mie parole, questo mio grido, che non è di disperazione, ma carico di speranza umana e civile per questo nostro Paese.(…) la mia volontà, la mia richiesta che voglio porre nelle sedi politiche e giudiziarie è poter ottenere l’eutanasia. Vorrei che anche ai cittadini sia data la stessa oppurtunità che è concessa agli svizzeri, belgi, olandesi”

Pronta la risposta del presidente Napolitano: “Ho ascoltato e letto con profonda partecipazione emotiva l’appello che Lei ha voluto pubblicamente rivolgermi. Ne sono stato toccato e colpito come persona e come presidente. (..) Penso che tra le mie responsabilità vi sia quella di ascoltare con la più grande attenzione quanti esprimano sentimenti e pongano problemi che non trovano risposta in decisioni del Governo, del Parlamento, delle altre autorità cui esse competono”.

Sui giornali è iniziata la partita:

Pannella
: “L’opinione pubblica italiana è a favore dell’eutanasia, e il testamento biologico è una misura insufficiente.”

L’europarlamentare Rnp Marco Cappato, ricorda, come l’argomento “testamento biologico, sia all’interno del programma dell’Unione. Noi vogliamo che anche sulla proposta dell’eutanasia ci sia la giusta attenzione da parte di tutto il mondo politico”.

Bertinotti
: «Penso che le parole del Presidente della Repubblica siano all’altezza di un problema drammatico e che vadano ascoltate».

Il prof. Veronesi dichiara che già si pratica l’eutanasia, anche se nessuno lo ammetterà mai. Tanto vale regolamentarla.
Ti pareva?
E il signor Piergiorgio Welby? Chi si preoccupa di lui, chi gli sta intorno lo sta aiutando o lo sta manovrando?

Sia chiaro, il caso è difficile, ma non può “fare giurisprudenza”, non può diventare un metodo di Stato.
Se e quando si tratta di accanimento terapeutico lo devono dire i medici, ma a mio avviso, l’appello di Welby va oltre.
Qui si deve decidere se la vita “è mia e la gestisco io” o se invece la vita è un insondabile mistero e non può esserci una legge che regolamenta l’insondabile, che decide i parametri entro cui la vita è dignitosa e quelli per cui non vale la pena d’essere vissuta?
Decidere per legge della fine di una vita e perché no del suo inizio e della sua manipolazione e d’altre mostruosità possibili?
Il problema è tutto qui.
Può uno stato (e alcuni l’hanno già fatto) arrogarsi il diritto di decidere e regolamentare quando porre fine per legge ad una vita umana?

E’ disumano il nostro mondo, dove si è pronti a strapparsi le vesti per difendere la vita di caprioli, cani abbandonati e gattini gettati nei cassonetti e allo stesso tempo si intesse l’ordito per arrivare a fare in modo che sia lo Stato a decidere che “io sono il padrone della mia vita” e nessuno che invece pensi a quei milioni di malati di distrofia che vogliono viverla tutta la loro vita.
Perché c’è molto da fare per chi vuole vivere, per le persone che li assistono 24 ore al giorno, perché le loro famiglie possano vivere una vita meno dura, perché la malattia non voglia dire isolamento e solitudine.
Ci piacerebbe che i politici che si dicono solidali con chi chiede che lo Stato li aiuti a morire, lo fossero altrettanto con chi chiede allo Stato che li aiuti a vivere.