La famiglia nel mirino delle sette

Autore:
Introvigne, Massimo
Fonte:
La Nuova Europa
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C’è un’epoca storica in cui il problema delle "sette" (un termine che utilizzeremo qui nel suo senso più generale, ricomprendendovi tutti i gruppi di solito chiamati "nuovi movimenti religiosi") viene continuamente evocato dai giornali, desta preoccupazioni, suscita polemiche che nascono da un timore: le sette stanno distruggendo la famiglia. Non si tratta della nostra epoca, ma del secolo scorso. Molti si preoccupavano del successo delle colonie Shakers, fondate dall’inglese Ann Lee (1736-1784) che si era trasferita negli Stati Uniti nel 1774. Gli Shakers erano convinti che l’unica via di salvezza consistesse nel rifiutare la famiglia e qualunque tipo di relazione sessuale, vivendo nel celibato più rigoroso. Si è paragonato questo movimento al monachesimo cattolico: ma, a differenza dei monaci e delle suore, gli Shakers erano convinti che la loro fosse l’unica strada per la salvezza e che tutti - non soltanto alcuni - dovessero vivere nel celibato.

Se gli Shakers non avevano nessuna moglie i Mormoni, nella stessa epoca, ne avevano molte: il loro fondatore, Joseph Smith (1805-1844), sosteneva di avere avuto una rivelazione che ristabiliva la pratica della poligamia. Gli studiosi recenti del mormonismo hanno invitato a non confondere la pratica della poligamia - che venne praticata apertamente nell’Ovest degli Stati Uniti dal 1852 al 1890 - con l’ambiente licenzioso degli harem orientali: si trattava, in realtà, di una "poligamia puritana" a cui faceva da contrappunto un rigido moralismo (la prostituzione era severamente vietata, l’adulterio punito con la pena di morte). Ma la poligamia continuava a suscitare polemiche negli Stati Uniti, così come polemiche suscitava un’altra setta, la comunità di Oneida fondata nello stato di New York da John Humphrey Noyes (1811-1886), che proponeva un "matrimonio complesso" in cui ogni uomo era considerato contemporaneamente sposato a tutte le donne della comunità, senza peraltro che nascessero figli, in quanto veniva praticato un severo controllo delle nascite.

Come si vede, già un secolo fa le sette facevano discutere per le loro idee singolari sulla famiglia. Oggi i problemi sono diversi (la Chiesa mormone ha abbandonato nel 1890 la poligamia; gli Shakers hanno trovato sempre meno persone disposte a condividere le loro idee sul celibato assoluto: l’ultima Shaker, Bertha Lindsay, è morta nel villaggio americano di Canterbury il 3 ottobre 1990 e questo gruppo religioso si è ufficialmente estinto), ma i rapporti fra le sette e la famiglia continuano a preoccupare.

Uno dei più noti guru indiani, "Osho" Rajneesh (1931-1990), proclamava il libero amore e attaccava con violenza la Chiesa cattolica per le sue idee "repressive" sulla famiglia, tanto che il suo movimento ebbe seri problemi per la diffusione nelle sue fila dell’AIDS. I Bambini di Dio - oggi chiamati Famiglia d’amore - hanno ammesso di utilizzare come metodo di proselitismo e di finanziamento del movimento la "pesca amorosa", in cui le giovani devote del movimento offrono il loro corpo per ottenere conversioni e aiuti economici: se alcune fra loro assicurano di vivere davvero questa scelta come un "sacrificio spirituale", per chi osserva dall’esterno si tratta semplicemente di prostituzione. Ma non tutte le sette predicano la rivoluzione sessuale: all’estremo opposto i Testimoni di Geova (che pure ammettono il divorzio) puniscono l’adulterio nel modo più severo, e organizzano - meglio di qualunque polizia - la sorveglianza delle abitudini familiari dei loro membri, i quali - se verrà scoperta qualche irregolarità - dovranno subire umilianti processi di fronte ai "comitati giudiziari" della setta.

Sembrerebbe, dunque, che gli atteggiamenti nei confronti della famiglia delle "nuove religioni" siano tanto diversi quanto numerose e diverse fra loro sono le stesse sette. Ma in realtà anche un’osservazione superficiale ci mostra subito che almeno un punto in comune esiste: lo scarso rispetto portato alla famiglia concreta, alla famiglia com’è, che viene spesso sacrificata senza scrupoli in nome di un presunto modello "superiore" e futuro di famiglia. Con poche eccezioni, tutte le sette non esitano a dividere e a spezzare le famiglie, convincendo chi aderisce ai loro gruppi a lasciare le mogli, i figli, i genitori con il miraggio di trovare domani forme "nuove" di organizzazione familiare. Questo atteggiamento - causa di molti drammi - è però solo l’effetto di un errore più profondo che molte sette hanno in comune: il rifiuto del disegno di Dio sulla famiglia - che il magistero della Chiesa cattolica illustra a partire dalla Rivelazione - e la sua sostituzione con nuovi progetti e modelli di famiglia inventati dalla volontà dell’uomo. Sembra dunque opportuno dare qualche cenno alle caratteristiche essenziali del modello di famiglia che la Chiesa cattolica ci propone, prima di osservare come - nella storia - i vari elementi di questo modello vengano rifiutati e negati, uno dopo l’altro, dalle sette.

Il disegno di Dio sulla famiglia


Il disegno di Dio sulla famiglia è stato riassunto da Giovanni Paolo II nell’esortazione apostolica Familiaris consortio del 1981. In questa sede mi sembrano particolarmente importanti tre insegnamenti di Giovanni Paolo II: in primo luogo, esiste un preciso disegno di Dio sul matrimonio e sulla famiglia, rivelato fin dalle prime pagine del Genesi: l’uomo non è chiamato a inventare nuovi modelli di famiglia ma a "leggere" il disegno di Dio, cercando di comprenderlo sempre meglio e di realizzarlo nella sua vita. In secondo luogo, rivelandoci il suo disegno sulla famiglia, Dio ci rivela un modello che vale anche per altre comunità più grandi. Così: la Chiesa appare come famiglia delle nazioni e dei popoli, che solo riconoscendosi figli dello stesso Padre - Dio - possono riconoscersi fratelli e vivere nella pace; la patria, la comunità politica è a sua volta una famiglia di uomini e donne uniti dalla geografia e dalla storia; il mondo del lavoro, nonostante la sua enorme complessità moderna, deve a sua volta guardare alla famiglia perché vengano mantenute relazioni umane e cordiali (nell’enciclica Laborem exercens Giovanni Paolo II collega, del resto, la dottrina della Chiesa sulla proprietà privata alla sua destinazione primaria, i bisogni della famiglia). Infine, la famiglia non è soltanto un modello per comunità più grandi ma è, insieme, il punto di riferimento indispensabile per comprendere l’uomo.

Riassumendo - e servendoci di un’immagine - potremmo dire che Dio, indicandoci il modello della famiglia, ci ha donato un quadro: ma un quadro capace - nel momento in cui sappiamo guardarlo con attenzione - di moltiplicarsi fino a passare dal quadro singolo ad una vera e propria galleria. Una galleria dove il primo quadro rappresenta la Chiesa come famiglia dei popoli; il secondo la patria, come famiglia di uomini che cammina insieme nella storia; il terzo il mondo del lavoro come luogo di relazioni cordiali e giuste che si ispirano al modello familiare; il quarto la famiglia in senso proprio (il padre, la madre, i figli); gli ultimi quadri rappresentano l’uomo e la donna nella loro struttura personale, che portano in sé l’impronta della vocazione alla famiglia.

Le sette e la famiglia


Il mondo della nuova religiosità - il mondo delle "sette" in senso lato - è un mondo molto complesso, che comprende gruppi piuttosto diversi fra loro, dal nuovo protestantesimo evangelico e pentecostale a gruppi che si situano totalmente al di fuori del protestantesimo storico come i Mormoni e i Testimoni di Geova (e in realtà solo questi ultimi gruppi dovrebbero essere chiamati in senso stretto "sette"); ai movimenti che portano in Occidente religioni e idee orientali, ai gruppi che si organizzano intorno alla magia, allo spiritismo, al satanismo. Le sette - utilizzando questo termine, come abbiamo accennato, in senso lato - non sono nate tutte nella stessa epoca storica: si può parlare, anzi, di ondate successive che, nei secoli, hanno determinato la situazione attuale. Se torniamo a considerare il disegno di Dio sulla famiglia come una galleria di quadri, possiamo dire che alcune sette portano via un quadro, altre un altro. Qualche volta le sette sono partite dall’osservazione, non del tutto falsa, secondo cui uno dei quadri aveva bisogno di essere restaurato: è capitato, per esempio, che le idee "familiari" dello stato e del mondo del lavoro siano diventate parole vuote e retoriche, se non pretesti per ingiustizie e abusi. Ma, nella storia, abbiamo imparato a non fidarci di chi si è portato il quadro a casa per restaurarlo: normalmente il quadro è sparito. Un’istituzione, anche voluta da Dio, può essere malata e avere bisogno di cure: ma raramente ha bisogno di quel tipo radicale di cura che consiste nell’uccidere il malato.

La Chiesa

Il primo quadro ad essere attaccato è quello che raffigura la Chiesa come famiglia delle nazioni. La formula "Cristo sì, Chiesa no" - che nega l’unità della Chiesa - non nasce tra i padri del Protestantesimo storico, ma nella cosiddetta "Riforma radicale" che combatte Lutero e Calvino considerandoli ancora troppo vicini alle idee della Chiesa di Roma, e che è la matrice storica delle sette. Negare - come fa la Riforma radicale - l’unità e l’universalità della Chiesa in favore di tante piccole "Chiese nazionali" autonome (un’idea che penetrerà peraltro anche nel Protestantesimo maggioritario) significa distruggere il quadro di un rapporto familiare fra i popoli e le nazioni, diversi nella lingua e nella storia ma uniti dalla stessa fede. L’Europa ne ha fatto una dolorosa esperienza.

La società politica

Nell’Europa divisa sul piano religioso, scompare a poco a poco anche il secondo quadro, che vede nella società politica - almeno da un punto di vista ideale, e nonostante i numerosi abusi in concreto - una comunità organica che ha come ideale e come modello la famiglia. All’idea della patria come comunità si sostituisce l’idea dello stato come meccanismo, progettato a tavolino in modo "razionale" e scientifico. Queste idee sulla società si diffondono nel Settecento in gran parte grazie all’opera di un’organizzazione insieme religiosa e politica, che ha molto a che fare con il mondo della "nuova religiosità": la massoneria. Il mondo massonico è certamente diviso in correnti diverse fra loro; ma alcune fra queste correnti danno un contributo decisivo - sul piano teorico e anche pratico - al successo del nuovo ideale politico non più organico ma meccanico, che pone come modello della società non più la famiglia, ma la macchina. La Rivoluzione francese - nella cui genesi una parte della massoneria gioca un ruolo importante - consacra la vittoria definitiva di questo nuovo modo di concepire la vita politica, sempre più lontano dal modello della famiglia.

Il mondo del lavoro

Il terzo quadro che viene tolto dalla galleria raffigura la famiglia in relazione al mondo del lavoro: insieme come modello ideale per le relazioni nel luogo di lavoro e come punto di riferimento per la proprietà privata, frutto del lavoro destinato in primo luogo ad assicurare la permanenza e l’autonomia della famiglia. Quando pensiamo all’abolizione della proprietà privata oggi pensiamo anzitutto al comunismo. Tuttavia, sono stati proprio gli storici dell’Unione Sovietica a mostrare come il comunismo marxista non fa che riprendere - separandole dal loro contesto religioso - idee sull’abolizione della proprietà privata che erano nate nell’ambiente delle sette del Medioevo e si erano poi realizzate in strutture permanenti presso comunità nate dalla "Riforma radicale" come gli Hutteriti, fondati da Jakob Hutter (morto nel 1536). Nel secolo scorso gli Hutteriti - dopo avere vissuto in Cecoslovacchia e in Romania - si erano stabiliti in Russia; fra il 1870 e il 1879 emigrarono negli Stati Uniti e in Canada (dove oggi sono circa trentamila), ma il loro esempio fu studiato dai marxisti russi. Già Marx si era del resto dichiaratamente ispirato ad altre figure del mondo delle sette e della "Riforma radicale" come Thomas Müntzer (1490-1525).
I quadri della nostra galleria sono legati fra loro da un legame insieme misterioso e logico: togliendo uno dei quadri, si porta danno anche a tutti gli altri. Così le "grandi famiglie" (la Chiesa, la patria, il mondo del lavoro) costituivano le mura esterne che proteggevano il castello costituito dalla famiglia; demolite - una dopo l’altra - queste mura, la famiglia stessa diventava più vulnerabile e insicura.
Per comprendere come l’attacco alla famiglia è nato nel mondo delle sette, dobbiamo ritornare al fondamento della famiglia illustrato nel magistero di Giovanni Paolo II. La famiglia non è un’invenzione dell’uomo, ma un disegno di Dio che l’uomo è chiamato a realizzare. La famiglia, pertanto, non si fonda sugli sforzi della volontà dell’uomo ma sulla sua disponibilità a riconoscere mediante l’intelligenza il disegno di Dio. Per la "Riforma radicale" non esistono istituzioni di cui Dio ci ha lasciato il disegno (la Chiesa, la società, la famiglia); se pure Dio ha concepito un simile disegno, gli uomini non sono più in grado di comprenderlo perché, secondo questo Protestantesimo radicale ed estremo, la loro ragione è totalmente corrotta. Gli uomini, certamente, hanno bisogno di istituzioni: ma queste non nascono dalla "lettura" (ritenuta impossibile) di un modello che Dio ha donato all’uomo, nascono semplicemente da uno sforzo della volontà umana. È il volontarismo, o primato della volontà, che si esprime tipicamente in molte sette di origine anglo-americana. Lo storico americano Lawrence Foster ha mostrato come fenomeni che sembrano opposti - la poligamia dei Mormoni e il celibato degli Shakers - nascono entrambi dal volontarismo, che vuole creare forme nuove dove le relazioni fra i sessi possano essere tenute totalmente sotto controllo, ciò che - secondo queste sette - non sarebbe avvenuto nel matrimonio tradizionale. Ma il sogno del controllo totale resta un sogno: una famiglia costruita sulla sola volontà degli uomini è come una casa costruita sulle sabbie mobili. Con eccezioni veramente minime, tutte le sette ammettono il divorzio. Se la famiglia nasce dalla volontà dell’uomo, la famiglia esiste e vive finché questa volontà rimane; quando la volontà del marito e della moglie di rimanere insieme viene meno, una famiglia fondata sulla volontà dell’uomo non può che sparire.
Quando dalla nostra galleria le sette hanno rimosso i quadri che rappresentano le "grandi famiglie" e il quadro centrale, quello che rappresenta la famiglia fondata sul matrimonio indissolubile, sembra che tutto sia finito. Ma invece, da un certo punto di vista, tutto comincia. Se le "grandi famiglie" proteggono la famiglia, la famiglia protegge l’uomo. Quando la famiglia viene attaccata, l’uomo rimane senza difese. Consideriamo anzitutto l’uomo e la donna nelle caratteristiche che li fanno diversi. Nelle sue catechesi sull’amore e sulla famiglia Giovanni Paolo II ha mostrato il valore della differenza fra l’uomo e la donna nel progetto di Dio, dove questa differenza è in funzione di un dono reciproco che si rivelerà fecondo nella procreazione. Questa visione dell’uomo e della donna è stata già negata da sette molto antiche: dalle sette gnostiche, contro cui hanno dovuto combattere i Padri della Chiesa.
Per gli gnostici il mondo era originariamente costituito da una unità indistinta in cui non esistevano individualità; l’esistenza di individualità e di differenze è frutto di una "caduta" rovinosa e malvagia, fondamentalmente cattiva. La procreazione per gli gnostici è cattiva, fa parte della "caduta", perché ogni nascita dà vita ad una nuova individualità, e ogni individualità è cattiva. Troviamo già in alcune sette gnostiche dei primi secoli l’esaltazione dell’aborto come negazione simbolica dell’individualità (in quanto si impedisce a un nuovo individuo di nascere). Lo gnostico rifiuta la procreazione e la nega radicalmente con l’aborto: rimane una sessualità sganciata totalmente dalla procreazione, una sessualità autonoma che può diventare una forza magica capace, insieme ad altre tecniche, di ricondurre l’uomo che è "caduto" nel mondo delle individualità verso l’Uno originario, dove non esistono individualità né distinzioni. Molti movimenti magici moderni promettono ai loro aderenti un "segreto" che viene rivelato soltanto al termine di un cammino attraverso "gradi" successivi di iniziazione. Studiando circa trecento movimenti magici contemporanei, ho verificato che i gradi "segreti" di un buon numero di essi insegnano precisamente tecniche dove la sessualità - totalmente sganciata dalla procreazione - diventa strumento di operazioni magiche.
I movimenti magici che si richiamano esplicitamente alle antiche sette gnostiche hanno un numero di fedeli abbastanza limitato, anche se non mancano gruppi abbastanza grandi come il movimento gnostico fondato dal colombiano Samael Aun Weor, morto nel 1977, che ha oggi la sua sede a Città del Messico e migliaia di seguaci in Europa e in Sudamerica. Ma la separazione fra sessualità e procreazione - che ha trovato negli ambienti gnostici i suoi primi e più conseguenti teorici - si è largamente diffusa nella nostra società.
Siamo all’ultimo passaggio: nella nostra galleria è rimasto un solo quadro, ma sbaglieremmo se lo considerassimo poco importante. È il quadro della persona umana che - secondo un’immagine che il Medioevo cristiano riprendeva dalla filosofia greca - è organizzata come una famiglia: l’intelligenza ha un poco il ruolo del padre, la volontà quello della madre, l’immaginazione e il sentimento sono i figli maggiori, i sensi i figli minori. Tutti hanno il loro posto e il loro ruolo: ma si tratta di ruoli diversi, fra cui esiste una gerarchia che di fatto tutti gli uomini rispettano. Chi non si comporta in questo modo - chi non riesce a vivere in un modo almeno minimamente ragionevole - è considerato giustamente malato. Si tratta - dicevano i filosofi medioevali - di una immagine della famiglia che Dio ha impresso in ogni uomo, e che non si può cancellare: non si può decidere di diventare matti.
Il mondo moderno, purtroppo, ha invece scoperto che è possibile spezzare artificialmente questa immagine dell’uomo, dapprima temporaneamente, ma in qualche caso anche in via definitiva. Come ha scritto uno dei profeti della "droga libera", che è insieme uno dei profeti della moderna New Age, Timothy Leary, la droga non solo "cambia il modo di pensare" ma sarebbe addirittura in grado di "cambiare la natura umana". In assoluto, naturalmente, è impossibile "cambiare la natura umana", creazione immutabile di Dio; è però possibile, mediante la droga, creare un uomo decaduto, versione chimica del folle, che spezza la gerarchia delle potenze umane e toglie alla ragione e alla volontà il loro ruolo, riducendo la vita a un fluire di sensazioni e di impulsi incontrollati. Anche la droga ha qualche cosa a che fare con il mondo delle sette: non solo, come ho accennato, i profeti della droga e i precursori della New Age sono spesso le stesse persone, ma la sperimentazione chimica sugli allucinogeni è avvenuta alle sue origini in ambienti magici e occultistici. L’idea della droga come strumento per raggiungere stati "superiori" della coscienza si trova per la prima volta in Occidente nelle riviste occultiste pubblicate fra la fine del secolo scorso e gli inizi del nostro a Parigi, come La Voi e La Voile d’Isis, che esaltavano l’oppio e l’hashish. La droga ha un ruolo di primo piano anche nell’esperienza magica di Aleister Crowley (1875-1947), forse il più celebre mago del nostro secolo.

Conclusioni


L’itinerario che abbiamo descritto permette alcune rapide conclusioni.
Le sette - in senso lato - sono molte e diverse: non possiamo mettere sullo stesso piano la concezione puritana e volontaristica dei Testimoni di Geova con l’esaltazione della magia sessuale, dell’aborto e della droga dei gruppi magici più estremi. Ma è importante ricordare che tutte le sette rifiutano elementi essenziali del progetto di Dio sulla famiglia. Le sette sono cerchi concentrici che si allontanano progressivamente dalla verità; non di rado, una volta abbandonata la fede cattolica, si passa da un cerchio all’altro con sorprendente rapidità. È dunque importante fermarsi prima del primo passo.
I teorici più conseguenti, nel mondo delle sette magiche, della magia sessuale e della droga come strumenti che dovrebbero cambiare la "natura umana" rivelano, qualche volta in modo esplicito, un inquietante e misterioso odio per Dio. Naturalmente Dio è irraggiungibile, e le manifestazioni dell’odio dell’uomo nei suoi confronti fanno del male soltanto all’uomo stesso. Al termine di un congresso Paul Lafargue (1842-1911), genero di Marx, concluse la sua relazione con le parole: "Guerra a Dio! Odio a Dio! Dobbiamo sfondare i cieli come una volta di carta!". I cieli, naturalmente, sono rimasti al loro posto: e oggi di Lafargue, che morì suicida, non si ricorda più nessuno.
Ma, se Dio è irraggiungibile, l’odio per Dio può sfogarsi contro le sue creature: contro la famiglia, che possiamo considerare il progetto più caro a Dio; contro l’uomo, immagine di Dio. Il "profeta della droga" Allen Ginzberg nella poesia Acido lisergico scriveva francamente: "Io odio Dio", e concludeva con il ritornello ossessivo: "Grazie a Dio non sono un Dio / Grazie a Dio non sono un Dio". Grazie alla droga non si riconosceva più nel modello di uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio, pensava di essere diventato qualche cosa di diverso.
Il filo che tiene uniti i diversi quadri che abbiamo visto nella nostra ideale galleria è l’idea di legame. Dio - che si presenta egli stesso nel legame fra Padre, Figlio e Spirito Santo - ha voluto il mondo come sistema di legami il cui modello è appunto la famiglia, che si dilata nelle "grandi famiglie" e si riproduce in ogni uomo che, nell’armonia delle sue caratteristiche, è in qualche modo un’immagine della famiglia. La religione è il riconoscimento di questi legami da parte dell’uomo: sembra, anzi, che le parole "religione" e "legame" abbiano la stessa radice etimologica.
L’opera delle sette nella storia attacca e cerca di distruggere, uno dopo l’altro, questi legami. Così l’attacco all’unità della Chiesa distrugge i legami che facevano dell’Europa un’unica famiglia di nazioni, un’unica Cristianità. L’attacco all’idea della patria come famiglia di uomini e di donne distrugge i legami politici, sostituiti da relazioni semplicemente meccaniche. Rimangono i legami sociali più semplici ed elementari, quelli economici: l’attacco alla proprietà privata e all’immagine armoniosa del lavoro costruita sul modello della famiglia cerca di spazzare via anche questi legami. È soltanto il preludio all’attacco al legame più fondamentale, quello che tiene insieme la famiglia: il suo simbolo è il divorzio, in cui le strade del marito e della moglie - come dice la parola - divertunt, si separano e vanno in direzioni diverse, mentre il filo che avrebbe dovuto unirle per sempre si spezza. Con l’aborto l’attacco si volge contro un legame che non è più soltanto sociale, ma è biologico: il gesto del medico abortista che taglia il cordone ombelicale non per la vita ma per la morte è il tragico simbolo di un’opera di distruzione di tutti i legami. Finalmente, con la droga, i legami stessi che tengono unita ogni persona umana con se stessa vengono attaccati.
È difficile immaginare quali potranno essere le tappe ulteriori: ma forse una tappa si può prevedere, perché esiste un ultimo legame che può essere ancora spezzato, il legame fra l’uomo e la propria vita. Le sette svolgono spesso un ruolo di precursori rispetto a movimenti molto più vasti che soltanto molti anni dopo si affermano nella società. Abbiamo già avuto esempi (certo estremi, che sarebbe sbagliato generalizzare) di sette e di movimenti magici che ammettono e difendono il suicidio: e un’eco lontana - ma preoccupante - di certe loro idee già si ritrova nelle proposte, formulate in certi paesi, che considerano una tappa inevitabile - dopo la legalizzazione dell’aborto - la legalizzazione dell’eutanasia, cioè dell’eliminazione "dolce" - su loro richiesta o su richiesta dei loro parenti - dei malati incurabili. Ma in realtà sono sufficienti la droga e l’aborto per mostrarci come la logica della distruzione dei legami è sempre una logica di morte.
A questa logica dobbiamo saper opporre una logica di vita; alla logica delle sette che si presenta come distruzione dei legami dobbiamo sapere opporre un lavoro paziente, coraggioso, convinto di ricostruzione dei legami. A una cultura - che dalle sette si diffonde alla società intera - che ha detto no alla famiglia, proponendone modelli diversi da quello che Dio ha voluto, e che nelle sue forme più estreme dice no alla vita con l’aborto, no alla responsabilità e alla dignità dell’uomo con la droga, non è più sufficiente opporre una reazione passiva, una semplice difesa. I cattolici - in particolare i laici cattolici - sono chiamati a riannodare legame dopo legame, a partire dalla loro comunità, dalla loro città, dalla loro patria. Sono chiamati a dire un sì alla responsabilità dell’uomo, un sì alla vita, un sì alla famiglia, che è il modo - in questa parte finale del XX secolo - in cui la Chiesa ci chiede di dire il nostro sì a Dio.