L’internazionale dei fondamentalismi

Autore:
Morganti, Adolfo
Fonte:
www.grisrimini.org
Vai a "Nuove Religioni e nuove sette"



L'Europa sembra oggi minacciata da quella galassia di movimenti e di "ideologie" che di solito viene designata con il termine "fondamentalismo".
"Fondamentalismo" è un termine ambiguo: è nato alla fine dell'Ottocento negli Stati Uniti d'America per indicare una corrente teologica avversa alle tendenze liberali in materia d'interpretazione della Bibbia. I teologi fondamentalisti sostenevano che il sottoporre la Sacra Scrittura ai medesimi processi metodologico-critici usati per gli altri testi e gli altri oggetti storici fosse inutile sotto il profilo concettuale (essendo dotata la Sacra Scrittura di caratteri suoi propri, che trascendevano l'umana razionale comprensione) ed empio sotto quello teologico in quanto rischiava di attaccare, contestare, fraintendere o inquinare le Verità appunto fondamentali contenutevi.
Data formale di nascita del fondamentalismo è la conferenza dei teologi "conservatori" tenutasi nel 1895 a Niagara Falls, dalla quale scaturì un documento che fissava i cinque punti inalienabili e irrinunziabili di qualunque sapere teologico "rispettoso della Verità". Essi erano: a) l'inerranza della Sacra Scrittura – b) la divinità del Cristo - c) la Sua nascita da una Vergine – d) la redenzione universale – e) la certezza della redenzione della carne e della seconda Venuta del Cristo.
Il vero e proprio diffondersi delle tesi fondamentaliste si ebbe poi, grazie alla diffusione fra 1909 e 1915 d'una serie di opuscoli chiamata appunto The Fundamentals e opera di due pastori battisti. Il movimento fondamentalista, ufficialmente fondato nel 1919 come WCFA (World Christian Fundamentals Association), fu protagonista di celebri battaglie, come quella combattuta a livello giudiziario nel 1925 nel Tennessee, per la proibizione dell'insegnamento delle tesi darwiniane nelle scuole. Il movimento fondamentalista riprese forza negli USA specie negli Anni '70 contro le tendenze liberal maturate negli ambienti contestativi giovanili, e si avvalse dell'appoggio e della simpatia di presidenti come Carter e Reagan. I cosiddetti "neofondamentalisti" (organizzati in associazioni come la Moral Majority, la Christian Voice e la Christian Coalition, tutte fondate nel 1979) usano oggi con molta efficacia, larghezza di mezzi, spregiudicatezza, e ottenendo ampi consensi, anche gli strumenti massmediali e telematici.

La visione del mondo fondamentalista è riassumibile in sei punti:
- principio dell'inerranza della Scrittura;
- principio dell'astoricità e metastoricità della Verità;
- principio della superiorità della Legge divina su qualunque legge terrena;
- mito di fondazione, ricerca d'identità forte ed etica della fraternità dei gruppi fondamentalisti;
- mobilitazione dei militanti;
- sindrome del nemico metafisico.

A partire dagli Anni Ottanta del XX secolo, il termine "fondamentalismo" è dilagato sui media sovrapponendosi agli altri e finendo con il fagocitarli. Questo fenomeno ha immesso nell'opinione pubblica un'ulteriore confusione, della quale sono responsabili in primo luogo gli strumenti massmediali statunitensi a partire appunto dal fatidico 1979.
In tale anno, difatti, proprio mentre negli USA si andavano radicando e diffondendo i grandi movimenti neofondamentalisti e riscuotevano travolgente successo i loro telepredicatori, la rivoluzione islamica iraniana dell'imam Khomeini attiravano l'attenzione degli occidentali sul fenomeno del "risveglio religioso" islamico e ancora una volta le somiglianze - magari esteriori o superficiali - tra questo fenomeno e il fondamentalismo determinavano nell'opinione pubblica una confusione per cui un movimento nato in ambiente protestante americano e inconcepibile fuori da tale contesto si è identificato nel sentire e nel parlar comune dell'Occidente con una dimensione caratteristica soprattutto dell'islam.
Quello che oggi si definisce "fondamentalismo islamico", e che meglio forse sarebbe definibile come "radicalismo", è l'insieme dei molti movimenti - peraltro differenti tra loro, e spesso reciprocamente ostili - che all'interno dell'umma musulmana a partire dagli anni '20 del 900, anche in reazione alla decadenza dei grandi imperi islamici (il turco, l'indiano moghul, il persiano) sotto la pressione del colonialismo occidentale sono sorti per riaffermare la necessità di ricondurre l'ordine civile e sociale dei paesi islamici all'originario rispetto dei valori delle "tre D": Din ("fede"), Dunya ("società"), Dawla ("politica"), tre dimensioni sentite come complementari e coerenti e che storicamente avrebbero agito nella storia al tempo dei Profeta e dei suoi primi successori, i califfi detti "i ben guidati".
Rivendicazione del valore assoluto del Libro (nel caso islamico, il Corano), esistenza di un forte mito di fondazione (la "società perfetta" del primo Islam, che ha qualche somiglianza con l'idea cristiana della "Chiesa delle origini"), opposizione rispetto alle tendenze religioso-liberali sentite come varco aperto al progresso nel mondo d'un modello di società che possa "far a meno di Dio", senso di forte appartenenza identitaria degli adepti dei vari gruppi, sono i connotati che hanno indotto, per analogia con il movimento statunitense inaugurato dalla conferenza di Niagara Falls dei 1895, a parlare di un "fondamentalismo islamico".

Connotati comuni ai movimenti del "risveglio islamico" sono quindi:
- la riaffermazione del tawid (il monoteismo rigoroso), l'idea che i luoghi nei quali la presenza degli infedeli sia troppo forte vadano sgombrati dai credenti mediante l'abbandono ("egira", hjíra) o riconquistati mediante uno sforzo sulla via di Dio, jihad);
- la tesi che si debba conferire nuova vita alla fede pura degli antichi (salaf);
- la fiducia nel prossimo arrivo di un rinnovatore della tradizione che fonderà il "regno dei giusti" prima del Giudizio e che sarà "l'Atteso", il Mahdi.
La fortuna del termine ha condotto a qualificare come "fondamentalisti" anche molti altri fenomeni di radicalismo religioso presenti nell'ebraismo, nell'induismo, nel sikhismo.

Hanno particolarmente colpito l'opinione pubblica i fenomeni di fondamentalismo ebraico, come il movimento Kahande Hai fondato nel 1991 e che prende il nome dal rabbino Banjamin Kahane, o il gruppo nazional-religioso Kach dal quale sono usciti il colono Baruch Goldstein, responsabile dell'eccidio della moschea di Hebron del febbraio 1994, e Ygal Amir, l'assassino nel novembre 1995 del premier israeliano Itzkhach Rabin. Il fatto che il fondamentalismo ebraico si sia collegato così strettamente alla causa nazionalista-sionista, notoriamente "laica" e come tale vista con sospetto dai gruppi ebraici religiosi più severi, è una prova ulteriore del carattere non religioso, bensì piuttosto politico delle tendenze fondamentaliste in quanto tali.

La deriva massmediale dei termine fa sì che oggi si parli anche di un cosiddetto "fondamentalismo laico", per indicare posizioni radicali ed estremistiche di radicalismo laicista.
E' vero che i termini utilizzati per coprire troppe cose finiscono per non significare più nulla.
Inoltre, è divenuta corrente l'equazione "fondamentalismo=terrorismo". Si è osservato che, nei "conflitti asimmetrici" estrema eppure logica conseguenza dello "scambio asimmetrico" sul quale si fonda il processo di globalizzazione, il terrorismo è l'arma usata da chi, persuaso della bontà della propria causa, è tuttavia conscio della sua inferiorità sul piano militare rispetto al nemico e sa di non poterlo pertanto battere con gli strumenti e i sistemi della guerra convenzionale: il che pone evidentemente il terrorista al di fuori del diritto internazionale, ma non impedisce che molti movimenti terroristici (si pensi a gruppi ed episodi della Resistenza europea durante la seconda guerra mondiale; o ai casi delle guerre di liberazione in Algeria, in Sud Africa e in altri paesi; o ancora alle vicende dell'Irlanda, d'Israele, del Paese Basco) ottengano sui piani storico e morale una giustificazione ed una legittimazione che resta problematica su quello propriamente giuridico.
Inoltre, se è vero che le attività terroristiche si esercitano solitamente contro gli stati e il loro ordinamento, non mancano anzi - al contrario, sono sempre più frequenti - i casi nei quali ci si trova di fronte a un "terrore di stato" e a stati che esercitano e organizzano, o quanto meno sostengono e favoriscono, forme varie di terrorismo. I servizi d'intelligence di molte potenze, incluse alcune fra le più grandi, sono stati sovente sospettati di ricorrere allo strumento del terrore; e, in più casi, sospetti ed accuse hanno trovato certezza probatoria.
Il terrorismo ha mille volti e, nonostante quel che da troppe parti si è ripetuto all'indomani dell'11 settembre del 2001, non è affatto vero che la condanna di esso è sempre stata ferma, chiara e inequivocabile. Esso, al contrario, si afferma anche grazie a molte e ambigue connivenze né è raro il caso che, magari a posteriori, ottenga legittimazioni storiche e morali.
Il problema israeliano-palestinese, specie a partire dalla quarta guerra arabo-israeliana dell'ottobre del 1973, è stato l'avvio di un autentico movimento d'internazionalizzazione del terrorismo, determinato dal fatto che i gruppi terroristici arabi costituitisi per la liberazione della Palestina considerarono praticamente l'intero mondo civile complice dell'appoggio fornito dagli Stati Uniti e, sia pure con diversi gradi di corresponsabilità, da tutto l'Occidente a Israele.
Secondo Magdi Allam, si può individuare una data di nascita formale alla «globalizzazione del terrorismo»: si tratta del giugno del 1998 allorché Usama bin Laden, «in una remota località alla frontiera tra l'Afghanistan e il Pakistan, annuncia di fronte a 150 militanti islamici provenienti da diverse parti dei mondo la costituzione del fronte internazionale islamico per la guerra santa contro gli ebrei e i crociati».
Dopo la definitiva rottura di Bin Laden con la classe di governo saudita e il suo trasferimento in Sudan, prese forma il piano del più duro e deciso jihad contro gli Stati Uniti. L'attacco simultaneo contro New York e Washington, nel 2001, fu sferrato esattamente nell'undicesimo anniversario del discorso di George Bush sr. al Congresso nel 1990: se volessimo dar peso alla coincidenza - cioè considerarla un preciso simbolo - dovremmo dire che l'attentato è stata la risposta alla dichiarazione dell'insediamento di un esercito infedele sul sacro suolo arabo. Che le vere ragioni di quell'attacco permangano ancora misteriose e che le varie esegesi al riguardo proposte non siano convincenti, è comunque un fatto.
Ad ogni modo, com'è stato ripetutamente osservato da Ahmed Rashid e da altri specialisti, l'amministrazione statunitense nell'ultimo decennio ha riversato su Usama bin Laden la responsabilità diretta o mediata di tutto quel che stava avvenendo tra subcontinente indiano, Asia centrale, Vicino Oriente e Africa, facendone «l'incarnazione del male assoluto». Ciò ha favorito, soprattutto presso l'opinione pubblica, l'insorgere e il rapido radicarsi di un'immagine nella quale al-Quaeda gioca il ruolo dell'organizzazione segreta e onnipotente, sul tipo un pochino grottesco di quelle dei film alla 007 o alla Modesty Blaise. In realtà al-Quaeda (o al-Qaa'ida, "la Base") è piuttosto un "sistema amorfo", vale a dire un network aperto, un "sistema auto-organizzante" di cellule di militanti che si organizzano autonomamente e s'impegnano a vari gradi di profondità d'azione, liberamente scelti.
È d'altronde evidente che il jihad di Usama bin Laden "contro i crociati e gli ebrei" è propagandisticamente e demagogicamente diretto contro americani, Occidente e Israele: ma che il suo reale obiettivo riguarda la leadership dei paesi arabi, in particolare dell'Arabia saudita. Che in qualche modo personalità politiche o servizi di vari paesi arabi o musulmani abbiano prestato ausilio alle attività terroristiche di al-Quaeda, si è ripetuto spesso: ma sempre senza produrre prove definitive, anzi di solito nemmeno credibili indizi.
La battaglia contro il terrorismo internazionale, ritenuto senza dubbio con molte ragioni collegato ad alcuni fondamentalismi o almeno a quelli islamici, continua. Purtroppo, non chiari ne appaiono i caratteri: e quindi, a maggior ragione, i reali obiettivi e le effettive intenzioni. Si potrà ad esempio colpire sul serio il terrorismo se non si colpiscono sistematicamente i paradisi fiscali? E si potrà d'altronde farlo, senza coinvolgere nei danni che ne deriverebbero anche molti poteri forti della società globalizzata e i suoi ceti dirigenti?
Nella risposta a questa domanda sta racchiusa anche una parte del futuro dell'Europa e del mondo.