"Domani? Forse!" 5 - La prigionia del padre e il coraggio della madre

Il peso psicologico e materiale di quegli anni era portato da Livia, madre dell’Autore, una figura che si staglia nel libro per la forza d’animo con cui non si è mai arresa alle circostanze, salvaguardando e tenendo unita la famiglia, trasmettendo fiducia e speranza nel domani ai suoi figli.
Curatore:
Leonardi, Enrico
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Il contesto
L’autore ricorda che il contesto storico di quegli anni era quello della Guerra fredda che dominava la politica e gli animi, e l'immediato dopoguerra italiano rifletteva le tensioni fra le due grandi potenze, l’URSS e gli USA, e soprattutto c’era il terrore del comunismo, anche se, precisa l’Autore, "Il comunismo trentino partigiano di allora era ben diverso dal modello sovietico, stalinista o da quello dell'est Europa. Era totalmente diverso. Il suo comunismo (riferito al padre) era caratterizzato da altruismo, da democrazia, da uguaglianza sociale e di genere"(pag.58)
Per mesi Carrozzini risultò scomparso, "desaparecido".

In carcere
Soltanto in primavera si venne a sapere cos’era successo: dopo il suo prelevamento poliziesco, era stato rinchiuso nel carcere di San Vittore a Milano, quindi trasferito e trattenuto a Roma nel carcere Regina Coeli per un anno, successivamente a Boccea per molti mesi e dopo il 1952 a Gaeta per due anni.
Infatti nel 1951 era stato cambiato il capo d'accusa: il reato non risultava più di tipo politico bensì militare; gli erano stati tolti il grado che aveva sotto l'esercito e la medaglia d’argento al valor militare concessa dal Presidente del Consiglio nel 1948 per aver organizzato il “glorioso battaglione Monteforte”.
Ed era tragicamente emerso il motivo della condanna: proprio il Carrozzini quando era rinchiuso a San Vittore nel 1949, a causa di un infernale tranello, si era dichiarato colpevole di tradimento e spionaggio e le sue dichiarazioni rese in buona fede e frutto di false promesse l’avevano rovinato, e condannato.
Nel suo diario scritto anni dopo, quando era a Boccea leggiamo:
II ricordo del Capitano dei Carabinieri Lauri ritorna sempre alla mia memoria, e mi rattrista e mi riempie di sdegno. Mi chiamò: quasi piangeva, la sua finzione era completa. Mi disse: "Giorni fa arrestammo sua moglie perché la credevamo coinvolta ma la poverina non sopportò a morire di sera. I Suoi bambini sono in mani estranee. Io sono disposto a lasciarla uscire, solo che lei firmi questo verbale: lo faccia per i suoi figli e questa sera stessa sarà libero. Firmai senza leggere, senza capire, tutto preso dal dolore che la notizia mi procurò, ma non uscii, e quella firma fu la mia rovina. Perdonerò tutto e tutti, ma mai perdonerò il capitano Lauri il suo infame tranello. (pag. 55)
Ora dunque c’erano l'imputazione e l'ammissione di colpa estortagli con l’inganno.
Raccontare a qualcuno gli dava sollievo: come si era potuto perpetrare una macchinazione tanto crudele, senza pensare al dolore delle vittime, alla disperazione della sua famiglia?
Durante la carcerazione, la famiglia Carrozzini dovette affrontare la nuova situazione senza contare sull'appoggio del capofamiglia, senza sapere quale sarebbe stato il suo e il loro futuro, con quali soldi si sarebbero mantenuti.
Pochi, quasi nulli, gli aiuti ricevuti dal Partito comunista e pochi anche dalla Provincia, dove Mario aveva lavorato.
Solo gli amici dell’ANPI furono sempre vicini alla famiglia dell’amico indimenticabile.

La madre
Il peso psicologico e materiale di quegli anni era portato da Livia, madre dell’Autore, una figura che si staglia nel libro per la forza d’animo con cui non si è mai arresa alle circostanze, salvaguardando e tenendo unita la famiglia, trasmettendo fiducia e speranza nel domani ai suoi figli.
Lei era sempre ottimista, positiva. Ci aiutava a progettare il futuro in cui eravamo tutti uniti e capaci di costruirci una vita densa di soddisfazione e di ottimi risultati...Ci insegnò a sperare in un domani migliore e ad essere tenaci nel voler raggiungere determinati scopi.(pag.74) .
ll suo legame col marito sfidava la paura del futuro oscuro e la fitta corrispondenza che li teneva uniti era il grande aiuto che entrambi si davano per sorreggersi reciprocamente, per non cedere allo sconforto e continuare a sperare. Quando arrivavano le lettere, erano sempre aperte e timbrate perché venivano ispezionate e in alcune parti censurate come se contenessero chissà quali dichiarazioni pericolose!
Livia non si faceva intimorire e rispondeva senza mai cessare di incoraggiare il marito e di assicurare Rosanna e Renzo.
Voleva che anche Renzo scrivesse qualche riga a suo padre e lui ricorda che aggiungeva alle parole disegni di castelli, cavalli, cavalieri, navi, aeroplani e di tutto quello che l'aveva colpito nelle sue letture.
Non si diede mai per vinta. Subaffittò la camera di Rosanna per avere un minimo di entrata fissa e acquistava e rivendeva delle matasse di lana merinos che le procuravano un piccolo guadagno. Rosanna aiutava in casa e si occupava anche del fratello.
“Ma lei come viveva questa situazione?“ gli veniva improvvisamente chiesto in uno degli incontri con lo psicoterapeuta.
Renzo ricorda che quando aveva 7 anni, viveva abbastanza sereno, anche se in certe occasioni il peso delle circostanze si faceva sentire.
...ricordo qualche canzonatura qualche offesa da parte di compagni e compagne di scuola, sia alle elementari che alle scuole medie.… Sono cresciuto allegro, giocoso e gaio, come credo di essere di temperamento: giocavo e mi divertivo con gli amici, risultavo simpatico, ero scherzoso con tutti. Abbastanza bravo a scuola, agile e veloce nei giochi. Gli amici mi cercavano così come io cercavo loro. Ma oggi direi che certamente il peso della situazione lo avvertivo, consciamente e inconsciamente. (pag. 127)