"Domani? Forse!" 3 - Valori famigliari

Quando Carrozzini parla della sua infanzia non rivive soltanto le esperienze più forti, gli squarci più drammatici nella vita di un bambino qual era, ma si sofferma a descrivere anche l’ambito e il clima in cui è cresciuto, le qualità umane e l’affetto dei suoi genitori e della sorella Rosanna, i valori su cui si fondava la famiglia, l’importanza data all’educazione dei figli, l’amicizia e la solidarietà con chi li circondava.
Curatore:
Leonardi, Enrico
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Valori famigliari
Quando Carrozzini parla della sua infanzia non rivive soltanto le esperienze più forti, gli squarci più drammatici nella vita di un bambino qual era, ma si sofferma a descrivere anche l’ambito e il clima in cui è cresciuto, le qualità umane e l’affetto dei suoi genitori e della sorella Rosanna, i valori su cui si fondava la famiglia, l’importanza data all’educazione dei figli, l’amicizia e la solidarietà con chi li circondava.
Questa ricchezza non era andata perduta: era la sua storia e la sua eredità di cui si sentiva in quel momento riconoscente e grato.
E questi valori attraversano il racconto.
Finita la guerra suo padre divenne dipendente della Provincia Autonoma della città di Trento, dove si era trasferito con la famiglia, e lì fu nominato, per i suoi meriti militari, responsabile degli aiuti che l’organizzazione U.N.R.R.A. (United nations relief and rehabilitation administration) forniva ai paesi colpiti dalla guerra.
Tramite il suo ufficio, si occupava di distribuire questi aiuti alle famiglie bisognose, ai poveri, agli orfani ospitati nei conventi e nei collegi, agli invalidi.
Venivano procurati viveri, cappotti, coperte, lenzuola, abiti e, quando Mario rientrava a casa, parlava di tutte quelle persone che erano state colpite dalla guerra, e della pena infinita che suscitavano. E lui cercava di fare tutto quello che poteva, riconoscendo che preti, suore, conventi e collegi davano un grosso contributo a quell’impegno umanitario e caritatevole.
Le loro condizioni di vita non erano nel dopoguerra facili, ma descrivere dove e come vivevano, addolcisce i ricordi e invita al racconto.

In quegli anni, a novembre, faceva già freddo e ci si vestiva con abiti pesanti, caldi, di lana. A dicembre poi, era ancora più freddo per via delle giornate sempre più corte e in casa, si erano da tempo accese anche le due stufette a corrente elettrica che servivano per stemperare alleggerite umide camere da letto. La cucina contrariamente alle camere, era sempre calda dal momento che lì troneggiava una grande stufa a legna, fornita di una "bocca" posta anteriormente dove si infilava la legna da bruciare. Era una stufa con tutti gli accessori necessari per un perfetto funzionamento: i due fuochi con le rispettive coperture di cerchi metallici, la vaschetta per l'acqua calda, il forno e lo scaldavivande. Lungo la parte anteriore correva il cilindrico portaferri in ottone dove si mettevano ad asciugare gli strofinacci. Sopra la stufa un'ampia cappa che raccoglieva il fumo ed i vapori.…… Ricordo che papà risparmiando lira su lira era riuscito ad acquistare un altro fornello. Quest'ultimo era molto più moderno e funzionava a corrente elettrica. Anch'esso aveva due fuochi: uno piú piccolo e uno piú grande.
Analogamente alla stufa a legna, aveva iI forno e lo scaldavivande , ma alcuni alimenti venivano ugualmente cotti nel forno a legna, perché così acquistavano un sapore diverso, più genuino, più ricco di sfumature quindi erano molto più buoni. Ad esempio, era proprio nel forno della stufa a legna che mia mamma cuoceva la famosa squisita torta di patate. Una specialità della cucina tradizionale della Val di Non. Mamma ce la cuoceva almeno due volte alla settimana ed era sempre una gran festa perché tutti ne andavamo ghiotti
(pagg.40,41)