"Domani? Forse!" 2- La drammatica storia del padre partigiano

Nella brigata partigiana Monteforte, Mario nel settembre del 1944 si era messo in luce per le azioni audaci dirette contro i nazisti e i fascisti e gli venne conferita la qualifica di comandante militare partigiano per il Trentino. Il suo nome di battaglia da quel momento sarebbe stato “Comandante Luca” (il nome del figlio).
Curatore:
Leonardi, Enrico
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Il padre
Mario Carrozzini, classe 1915, era di origini pugliesi, di famiglia socialista. Un uomo coraggioso, determinato. Credeva profondamente negli ideali di giustizia, pace, libertà che non aveva mai tradito in un periodo in cui si dovevano combattere la presenza e le violenze dei nazisti e dei fascisti durante la guerra anche in Trentino.
Arrivato a Bolzano nel 1938 aveva trovato lavoro e lì aveva messo su famiglia; scoppiata la guerra, era rimasto come sergente maggiore nell’esercito.
Quando l’8 settembre del 1943 fu annunciato l'armistizio, si creò il caos: il re Vittorio Emanuele III fuggì da Roma a Brindisi, le forze armate erano rimaste allo sbando e prive di ordini; 800.000 soldati avevano abbandonato l'esercito.
Il giorno dopo i militari della classe 1915 erano stati richiamati alle armi per continuare a combattere contro il nemico anglo americano. Venne proclamata la Repubblica di Salò.
Mario si era rifiutato di aderire alla Repubblica fascista e nell'ottobre del 1943, lasciato l’esercito, con la famiglia, scappò in Val di Non, a Dambel.
Divenuto partigiano entrava nelle file della Resistenza.
In quel periodo chi non si era arruolato si nascondeva in montagna, per evitare la cattura da parte dei repubblichini e dei tedeschi, che, quando catturavano i partigiani, li spedivano nei campi di concentramento all'estero o a Bolzano.
Nella brigata partigiana Monteforte, Mario nel settembre del 1944 si era messo in luce per le azioni audaci dirette contro i nazisti e i fascisti e gli venne conferita la qualifica di comandante militare partigiano per il Trentino. Il suo nome di battaglia da quel momento sarebbe stato “Comandante Luca” (il nome del figlio).
Aveva per questo meritato la medaglia d’argento al valor militare.

1945: l’arresto e la fuga
In un’occasione, nel 1945 , quando i tedeschi gli davano la caccia, veniva tradito e portato in una caserma delle SS.
La moglie di nascosto aveva seguito a piedi il convoglio militare fino a Fondo, paese dell’alta Val di Non.
In quella zona le postazioni tedesche erano diminuite ed erano rimasti pochi soldati di guardia. Il giorno dopo, il 25 aprile, la guerra sarebbe infatti finita.
Approfittando del clima di sbandamento generale, lo scrittore racconta che sua madre, come gli aveva poi raccontato, aveva portato diversi fiaschi di vino alle sentinelle con la scusa della Pasqua vicina. Mario era riuscito ad impossessarsi delle chiavi della cella rompendo una bottiglia sulla testa del soldato di guardia, era passato in mezzo ai soldati ubriachi ed era fuggito.
Un'azione rocambolesca, ma reale, e l’Autore la ricostruisce nel libro con nitidezza di particolari e un certo orgoglio per il coraggio mostrato dai suoi genitori.

Altri ricordi
La “busta ermeticamente chiusa” del sogno si era lentamente aperta e ciò che ancora conteneva sarebbe presto venuto alla luce.
Ma il tempo quel giorno era scaduto e il dialogo fra esperto e paziente doveva riprendere solo dopo una settimana.
Da una semplice busta chiusa con punti metallici alla lotta partigiana: un “salto non da poco” pensava fra sé e sé l’Autore del libro, mentre tornava a casa. Come gli era stato detto: ”Il nostro inconscio tiene sempre i conti”.
Nei giorni successivi altri ricordi legati al periodo dell'infanzia ritornavano, anche se ancora incompleti, disordinati e, con un po’ di ansia mista a desiderio, era atteso il momento del secondo incontro con chi l'avrebbe ascoltato e aiutato a decifrare ricordi, paure, impressioni, immagini.
Ripercorrere il passato, rivedere i fatti, e sentirsi aiutati da un’altra persona in questo lavoro di scavo lo incoraggiavano ad andare avanti, a far luce sulle vicende che avevano coinvolto lui e la sua famiglia e che per tanto tempo aveva voluto rimuovere.
Dopo i primi colloqui aveva capito quanto complesso fosse l'intrecciarsi dei fili nella matassa dei suoi vissuti personali e sapeva che lo aspettava una serie di incontri difficili da affrontare.
Cominciavo a vedere e a comprendere, leggiamo, che c'era un velo che separava ciò che vedevo a livello cosciente da ciò che si agitava nascostamente dentro di me… Sentivo che dentro di me si intrecciavano emozioni che parevano contrastanti e che in realtà non lo erano… Avevo la netta sensazione di ricevere un arricchimento da ciò che stava emergendo.(pag.39)