Il brivido dell’ibrido: ”Little Worker” di Paul Di Filippo

Nell’antologia specializzata ”L’uomo duplicato” c’è un racconto sull’ibridazione. E’ stato scritto negli USA nel 1989, e si intitola ”Little worker” (si potrebbe tradurre con ”Schiavetta”).
Il registro è grottesco: gli ibridi (qui chiamati ”cultivar” o ”var”, ossia ””Cultivated variety”, termine finora riservato alle piante) sono praticamente degli schiavi su misura, schiavi sessuali (si chiamano allora Toro, Stallone, Lirica o Falena) o guardie del corpo.
Fonte:
CulturaCattolica.it
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In un’intervista al ”Corriere della sera” del 9 maggio 2006, un personaggio non sospetto di simpatie ”pro-life”, il dott. Umberto Veronesi, avanzava qualche perplessità sulle nuove possibilità di trasferire i geni da specie a specie, il trasferimento genico per creare esseri transgenici.
”Il rischio di creare nuovi esseri… I problemi che Michel Houellebecq magistralmente racconta nel suo romanzo, poi film ”Particelle elementari”: un genetista che crea un nuovo uomo non aggressivo…Ma poteva anche creare un uomo senza paura, con risvolti diversi. Nella realtà, una volta è stato creato un mega topo, un topo che invece di pesare 30 grammi arrivò a 2 chili. Nel suo Dna era stato inserito il gene dell’ormone della crescita di una specie più grande e il gene funzionava. Teoricamente, ed ecco perché possono nascere dilemmi etici, lo stesso si può fare potenzialmente anche nell’uomo: per esempio inserendo nel suo codice il gene dell’ormone della crescita di un elefante. Un paradosso, nessuno farebbe sciocchezza del genere. Ma non scommetterei lo stesso per il gene p66 che regola la lunghezza della vita: se lo si toglie da un uovo fecondato, la persona poi vivrebbe 120 anni. Un genetista spregiudicato potrebbe farlo. Prima o dopo qualche pazzo c’è…”
A quanto pare il gene della pazzia sta dilagando in quella che ormai si può definire l’”isola degli orrori”, cioè la Gran Bretagna, dove la creazione di ibridi uomo-animale è stata permessa per legge.
Nell’antologia specializzata ”L’uomo duplicato” c’è un racconto sull’ibridazione. E’ stato scritto negli USA nel 1989, e si intitola ”Little worker” (si potrebbe tradurre con ”Schiavetta”).
Il registro è grottesco: gli ibridi (qui chiamati ”cultivar” o ”var”, ossia ””Cultivated variety”, termine finora riservato alle piante) sono praticamente degli schiavi su misura, schiavi sessuali (si chiamano allora Toro, Stallone, Lirica o Falena) o guardie del corpo.
Ecco un dialogo tra la ginomorfa Lirica e Little Worker:
”Vuoi conoscere il mio pedigree?”
”No”
”Te lo enuncerò ugualmente: sono composta di quattro specie, e il tre per cento è umano. La struttura scheletrica è avicola, per conferirmi un aspetto fragile e snello: peso solo quaranta chili. La muscolatura è felina, la pelle un derivato del camoscio. Il cervello si basa su quello dei mustelidi…”
”Io sono composta di dodici specie, con un intero dieci per cento di umano” ribattè Little Worker.”
Ma chi è Little Worker? E’ un lupo da guardia femmina con quel tocco umano che non guasta… non ha moralità, anche se ha seguito una Scuola di addestramento, è fedelissima al padrone ma molto gelosa della padrona… alla fine riesce a mettere in atto il suo piano: eliminare i ginomorfi e gli andromorfi di casa, far uccidere la padrona e restare sola col padrone.
Ecco come vengono descritti i resti dei cultivar sessuali eliminati: ”in meno di un minuto i due morfi si erano trasformati in un’unica pozza di materia viscida…” Davvero l’uomo è destinato a ridursi a questo? O peggio: non è già questo lo sguardo sull’uomo che tanta pseudoscienza sta diffondendo?