"La tregua" 7 - 8 maggio 1945: la guerra è finita!

La notizia esplode come un uragano, l’atmosfera si fa torrida in poche ore.
La vittoria e la pace sono festeggiate con bottiglie di vodka e sbornie generali.
In un clima di entusiasmo delirante si organizza una rappresentazione teatrale con palcoscenico, attori, cori, danze e piroette, costumi circassi, imitazioni di Charlie Chaplin.
Curatore:
Leonardi, Enrico
Fonte:
CulturaCattolica.it
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8 maggio 1945: la guerra finisce
La notizia esplode come un uragano, l’atmosfera si fa torrida in poche ore.
La vittoria e la pace sono festeggiate con bottiglie di vodka e sbornie generali.
In un clima di entusiasmo delirante si organizza una rappresentazione teatrale con palcoscenico, attori, cori, danze e piroette, costumi circassi, imitazioni di Charlie Chaplin.
Maria, l’infermiera, si prepara alla serata bevendo come una voragine e ballando come una baccante.
L'intera Kommandantur russa partecipa e gli italiani, ospiti d'onore, si divertono, grati per quella esplosione di gioia e di amicizia.
Alla rappresentazione segue una partita di calcio richiesta a gran voce, fra italiani e polacchi, protrattasi fino a notte fonda sotto un temporale furibondo. Primo sconta la serata. Rimane a letto per giorni e giorni per una pleurite secca e viene curato da Leonardo, il grande amico medico che procura le medicine con contrabbando e furti.

Il rimpatrio
La notizia del rimpatrio via Odessa raggiunge Primo convalescente.
Saluti d’addio concitati e alcol a fiumi per il commiato.
Un attestato viene consegnato a Primo per la sua opera abile e solerte.
A metà giugno del 1945 parte quel treno carico di speranza che però di nuovo si sposterà verso Nord e non verso Est. Arrivano a Leopoli, città scheletro, sconvolta dai bombardamenti e qui il treno improvvisamente si ferma. Ridotti alla mendicità a fine giugno si riparte sempre verso Nord. Non esistono altri mezzi di trasporto. Nessuno sa dove si è diretti.
Scenari maestosi e minacciosi li circondano: steppe deserte, foreste intricate e cupe, villaggi sperduti, semideserti, larghe fiumane.

Sluzk
Il viaggio si interrompe superata la Beresina, in piena notte. Arrivano al nuovo campo di raccolta, a Sluzk vicino a Minsk nella Russia Bianca, sempre più a Nord.
10.000 persone lo popolano di tutte le età, paesi, lingue, religioni.
Siamo nel luglio del 1945.
Nel nuovo giorno illuminato dal sole, agli occhi di Primo appaiono caserme saccheggiate, edifici devastati, ringhiere, tubature, impianti di illuminazione scardinati, invasori di un tempo ora inginocchiati a terra per invocare un pezzo di pane.
Dalle pareti era stato estratto fino all'ultimo chiodo. Da un raccordo ferroviario adiacente erano stati divelti i binari delle traversine: con una macchina apposita, CD6 russi. Più di un saccheggio, insomma: il genio della distruzione, della contro creazione, qui come ad Auschwitz: la mistica del vuoto, aldilà di ogni esigenza di guerra o impeto di preda. (Pag. 159)
Qui si fermano per una breve sosta.
Paludi e villaggi inospitali li aspettano.
Con i fedeli Leonardo, Cesare pochi altri, Primo si incammina verso il nuovo campo indicato per coprire 70 chilometri verso Nord .

La gallina
Intrapreso il cammino verso Staryje Doroghi, Cesare improvvisamente sbotta: "Io stasera voglio fare festa e mi voglio fare una gallinella arrostita”.
Si avvicinano ad un villaggio circondato dal bosco.
Aho! A russacchiotti! Siamo amici, Italianski. Ce l'avreste una gallinella da vendere?
Una schioppettata dal buio è la risposta. Escono da una capanna una trentina di persone e un vecchio armato di fucile.
Cesare continua a gesticolare e a gridare ma nessuno si muove. Decide allora di esibirsi in una memorabile imitazione.
Possibile che fosse tanto difficile capire cosa è una gallina, e che volevamo barattarla contro sei piatti? Una gallina, di quelle che vanno in giro beccando, razzolando e facendo coccodè: e senza molta fiducia, torvo e ingrugnato, si esibì in una pessima imitazione delle abitudini dei polli, accovacciandosi per terra, raspando con un piede poi con l'altro, beccando qua e là con una mano a cuneo. Tra una imprecazione e l'altra, faceva anche coccodè. Cesare si sforzò perfino di fare l'uovo, e intanto li insultava in modi fantasiosi, rendendo così anche più oscuro il senso della sua rappresentazione. Allo spettacolo improprio, il chiacchiericcio delle comari salì di un'ottava, e si trasformò in un brusio di vespaio disturbato. Segui una breve consultazione; poi scaturita al capannello una vecchia dagli occhi scintillanti di gioie di arguzia: fece due passi avanti, con voce squillante pronunzio: "Kuritsa, Kuritsa!". Era molto fiera e contenta di essere stata lei a risolvere l'enigma. Da tutte le parti esplosero risate e applausi, e voci "Kuritsa, Kuritsa!": e anche noi battemmo le mani, presi dal gioco e dall'entusiasmo generale. La vecchina si inchinò, come un'attrice al termine della sua parte; sparire ricomparve dopo pochi minuti con una gallina in mano già spennata. La fece dondolare burlescamente sotto il naso di Cesare, come controprova. E come vide che questi reagiva positivamente, allentò la presa, raccolse i piatti e se li portó via. (Pag. 172,173)
Fu un vero banchetto.
Passata la notte, bevuta l’acqua fresca di un pozzo, stesisi al sole per scaldarsi, si rimettono in marcia e raggiungono il campo loro indicato, della Casa rossa vicino a Staryje Doroghi. Qui si trovano riuniti 1400 italiani da rimpatriare.
E’ un campo circondato da un bosco dove crescono piante di mirtilli altissime e funghi enormi e grigiastri.
E’ il regno della follia organizzata: alcuni si sono costruiti capanne e vivono vestiti da selvaggi, un ex prigioniero cattura i cavalli abbandonati dai tedeschi e ne vende le carni in cambio di tabacco, domina per tutti il baratto con le contadine del posto,
Nulla si sa del ritorno. Nessuno chiede. Qualcosa succederà.