"La tregua" 3 - Lo stupore per l'imprevedibilità del ritorno a casa

Possiamo definirlo un “diario di viaggio” scritto in un momento di sospensione del destino, di tregua, come dice il titolo, fra l'inferno dell'internamento e l’arrivo a casa
Curatore:
Leonardi, Enrico
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La tregua
Nel 1957, dopo il suo rientro a Torino, aveva preso il via un nuovo testo,
La tregua, pubblicato nel 1963, e premiato al Campiello per il voto della giuria popolare, e da alcuni critici considerato il suo miglior testo.
Possiamo definirlo un “diario di viaggio” scritto in un momento di sospensione del destino, di tregua, come dice il titolo, fra l'inferno dell'internamento e l’arrivo a casa. Nasce dalla stessa esperienza di Se questo è un uomo di cui è la continuazione, ma, come Levi stesso ha dichiarato, ha un andamento diverso, picaresco. Non è cancellato il passato, ma il racconto si apre ora, inaspettatamente, all'osservazione di particolari curiosi, alle descrizioni spesso venate di umorismo, di fatti e personaggi, alla gratitudine per i tanti compagni di viaggio che gli hanno insegnato a resistere giorno per giorno, a trovare sempre nuovi espedienti per sopravvivere. Prevale in esso la meraviglia, lo stupore per l’IMPREVEDIBILITA’ di ciò che accade e il gusto dell’inesauribile avventura che coinvolge la collettività nel comune viaggio verso il ritorno a casa, il ritorno alla vita.
Ma vedremo alla fine che non è solo l’imprevisto come sorpresa che attraversa il testo.

Film
Ricordiamo che dal racconto il regista Francesco Rosi ha tratto un film molto bello, con Turturro, Ghini, Dionisi, Bisio, Celio, Indovina e altri noti attori, recentemente riproposto dalla televisione.

Il racconto - la poesia
Una breve poesia introduce il testo, diviso in capitoletti.
Questa la poesia:
"Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
tornare; mangiare; raccontare.
Finché suonava breve sommesso
Il comando dell’alba;
«Wstawac»;
E si spezzava in petto il cuore.
Ora abbiamo ritrovato la casa,
il nostro ventre è sazio.
Abbiamo finito di raccontare.
È tempo. Presto udremo ancora
Il comando straniero:
«Wstawac»"

(11 gennaio 1946)
Fra il passato e il presente, dominato da ricordi feroci il primo e dal ripresentarsi degli incubi il secondo, si collocano i mesi di “tregua”, narrati nel testo.
Questo l’inizio del racconto:
La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, con i mitragliatori abbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, perché la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa. Così per noi anche l'ora della libertà suonò grave e chiusa, ci riempì gli animi, ad un tempo, di gioia e di un doloroso senso di pudore, per cui avremmo voluto lavare le nostre coscienze e le nostre memorie della bruttura che vi giaceva: e di pena, perché sentivamo che questo non poteva avvenire, che nulla mai più sarebbe potuto avvenire di così buono e puro da cancellare il nostro passato, e che i segni dell'offesa sarebbero rimasti in noi per sempre e nei ricordi di chi vi ha assistito e nei luoghi ove avvenne, e nei racconti che ne avremmo fatti. (Pagg.14,15)
Come possiamo notare, Levi sempre accompagna il racconto oggettivo, i fatti, con il commento, la riflessione critica su ciò di cui parla.
Nelle prime pagine, l’arrivo della pattuglia dei russi (27 gennaio 1945) non provoca particolari reazioni: siamo ancora sul fondo come Levi definiva l'inferno del Lager.
Pure qualche bagliore di luce sembra ora attraversare le pagine del testo.