"La tregua" 2 - Primo Levi: la vita, il rientro dal lager e il mistero della fine

La sua testimonianza rimane grandissima e inalterata, per aver fatto conoscere realtà di cui nessuno aveva parlato prima di lui, per aver voluto raccontare la sua drammatica storia personale perché tutti sapessero, non dimenticassero, la rivivessero con lui.
Curatore:
Leonardi, Enrico
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Primo Levi. Il rientro. Le prime due Opere
Vediamo ora qualche notizia sulla vita di questo Autore e sulle sue opere più famose, tratta dall’Introduzione a La Tregua.
Sono nato a Torino, nel 1919, da una famiglia moderatamente agiata di ebrei piemontesi. Esistono molti modi diversi di essere ebrei: dalla piena osservanza delle regole religiose e delle tradizioni, fino alla indifferenza totale, ed alla accettazione del modo di pensare di vivere della maggioranza. Per me, essere ebreo significava qualcosa di vago, non propriamente un problema: significava una tranquilla consapevolezza della antichissima storia del mio popolo, una tendenza spiccata verso il mondo dei libri e delle discussioni astratte. Per tutto il resto, non mi sentivo diverso dai miei amici e condiscepoli cristiani, e mi sentivo a mio agio in loro compagnia.
Da ragazzo, avevo desiderato di seguire varie vie: dai 12 ai 14 anni, di diventare un linguista, dai 14 ai 17 di essere un astronomo. A 18 anni mi sono iscritto all'università, nel corso per la laurea in chimica. Non avrei certo pensato di diventare uno scrittore, se non vi fossi stato condotto da una lunga catena di avvenimenti...
Nel 1938 furono proclamate in Italia le leggi razziali. Non erano provvedimenti gravi come quelli che, in Germania, stavano avviluppando in una rete mortale la minoranza ebraica insieme con gli altri "nemici dello Stato": tuttavia separavano gli ebrei dal resto della popolazione, riaccendevano nelle nostre memorie i ricordi tristi dei ghetti, spariti solo novant'anni prima
. (Pagg.5,6 Ed. Einaudi)
Gli amici si fanno più rari e Primo, in quanto ebreo, non trova lavori se non saltuari pur essendosi laureato in chimica.
Quando il fascismo cade il 25 luglio 1943, sale in montagna e si aggrega ad una banda partigiana del movimento Giustizia e Libertà e poco dopo viene arrestato. Nel febbraio del 1944 i fascisti italiani lo consegnano ai nazisti, e viene deportato ad Auschwitz territorio polacco invaso dai Tedeschi.
Qui è iniziato per Levi il drammatico internamento nel campo di concentramento di Buna Monowitz di Auschwitz, durato un anno. Conduce la vita degli altri DANNATI come li definisce lo scrittore, lavora in una fabbrica di prodotti chimici, vede morire tre quarti dei suoi compagni, sempre sostituiti da nuovi prigionieri destinati a loro volta alla morte, si ammala di scarlattina, scampa fortunosamente alla marcia di evacuazione di Auschwitz poco prima della liberazione del campo da parte dell’Armata Rossa il 27 gennaio del 1945, ma il suo rimpatrio avverrà solo nell’ottobre successivo, dopo un itinerario, come vedremo, lunghissimo, imprevedibile e assurdo.
Al suo ritorno scrive:
Rientrato in Italia, dovetti affrettarmi a trovare un lavoro, per mantenere la mia famiglia: ma la non comune esperienza che mi era toccata in sorte, il mondo infernale di Auschwitz, la miracolosa salvazione, le parole dei volti dei compagni scomparsi sopravvissuti, la libertà ritrovata, l'estenuante straordinario viaggio di ritorno, tutto questo mi premeva dentro imperiosamente. Avevo bisogno di raccontare queste cose: mi sembrava importante che esse non rimanessero a giacere dentro di me, come un incubo, ma fossero conosciute, non solo dai miei amici ma da tutti, dal pubblico più vasto possibile. Appena potei incominciai a scrivere, con furia e insieme con metodo, quasi ossessionato dal timore che anche uno solo dei miei ricordi potesse andare dimenticato. Così è nato il mio primo libro, Se questo è un uomo, che descrive l'anno di prigionia ad Auschwitz. Questa esperienza nuova, così estranea al mondo del mio lavoro quotidiano, l'esperienza dello scrivere, del creare dal nulla, del cercare e trovare la parola giusta, del fabbricare un periodo equilibrato ed espressivo, era stata per me troppo intensa e felice perché non desiderassi ritentare la prova. Avevo ancora molte cose da narrare: non più cose tremende, fatali e necessarie, ma avventure allegre e tristi, paesi sterminati e strani, imprese furfantesche dei miei innumerevoli compagni di viaggio, il vortice multicolore affascinante dell'Europa del dopo guerra, ubriaca di libertà e insieme inquieta nel terrore di una nuova guerra. Sono questi gli argomenti di La Tregua, il libro del lungo viaggio di ritorno.(Pagg.9,10)
Fino al 1975 Levi continua a svolgere la professione di chimico presso la fabbrica di vernici Duco-Montecatini di Vigliana vicino a Torino ma non ha mai abbandonato la scrittura, seguendo di volta in volta l’ ispirazione del momento: le memorie legate al suo passato di prigioniero e reduce, l’interesse per il mondo scientifico, il mondo del lavoro, la cultura del suo tempo.
La fine
Come tutti sappiamo, l'11 aprile 1987 il corpo dello scrittore è stato trovato in fondo alla tromba delle scale della sua casa. Non si saprà mai che cosa sia successo: chi ha parlato di allucinazioni, chi di vertigini, chi addirittura di suicidio. La morte di Primo Levi rimane ad oggi un mistero.
La sua testimonianza rimane grandissima e inalterata, per aver fatto conoscere realtà di cui nessuno aveva parlato prima di lui, per aver voluto raccontare la sua drammatica storia personale perché tutti sapessero, non dimenticassero, la rivivessero con lui.
Per questo noi lo ricordiamo e abbiamo per lui un debito di riconoscenza incancellabile.