"Il Gattopardo" 1 - La vita di G. Tomasi di Lampedusa

Lettura e commento de Il Gattopardo, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, a cura di Donata Conci, realizzati per l’Associazione Culturale La Crocetta presso la Biblioteca Vigentina, Corso di Porta Vigentina 15, Milano, 23/5/2011
Fonte:
CulturaCattolica.it
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All’uomo assai più indispensabile della propria felicità, è sapere e ad ogni momento credere che c’è in un certo luogo una felicità perfetta e calma per tutti e per tutto. Tutta la legge dell’esistenza umana consiste in ciò: che l’uomo possa sempre inchinarsi dinanzi all’infinitamente grande. Se gli uomini venissero privati dell’infinitamente grande essi non potrebbero più vivere e morirebbero in preda alla disperazione” (F. Dostoevskij, I Demoni Monologo finale di Stepan Trofimovic).

LA VITA DELL’AUTORE
Giuseppe Tomasi Principe di Lampedusa nasce a Palermo nel 1896 e appartiene ad una nobile famiglia siciliana discendente da quei Lampedusa di cui egli parla nel romanzo.
Fin da bambino, a Palermo e nella grande biblioteca di Santa Margherita, dedicava ore e giorni al piacere della lettura, l’amore totalizzante della sua vita.
Non prosegue gli studi a causa della prima guerra mondiale, è fatto prigioniero e al rientro a Palermo alterna i numerosi viaggi all’estero agli studi letterari, ai quali si dedica con passione.
Si sposa nel ’32 con una psicanalista lettone e dopo la seconda guerra conosce momenti di notevole ristrettezza economica e si assoggetta ad abbandonare la casa paterna irrimediabilmente colpita e devastata dai bombardamenti.
A Palermo scrive qualche articolo, diventa esperto di letteratura inglese, francese, russa e tedesca, tiene cenacoli letterari con un numero ristretto di studenti.
Incoraggiato dai discepoli e dagli amici che conoscono e apprezzano la sua finezza e passione letteraria, fra il ’55 e il ’56 scrive il suo unico romanzo intitolato Il Gattopardo.

Ad esso affiderà la ricchezza di ciò che tanta assiduità di lettura gli aveva regalato: una capacità straordinaria di guardare e di descrivere la realtà, la vita, e la storia della sua amata Sicilia, cogliendone l’incanto e le contraddizioni. Come testimoniano le numerose lettere indirizzate alla moglie Licy, al figlio adottivo Gioacchino Lanza Tomasi e ad altri amici, si dedica con passione e frenesia alla sua opera e una volta finita, ne cerca la pubblicazione.
Lo scrittore muore nel 1957, senza aver trovato una casa editrice disposta a pubblicare il romanzo e nelle lettere di testamento affida al Lanza Tomasi l’impegno a pubblicarlo.