Baudelaire

Il Per-Corso e i percorsi.

Schede di revisione di letteratura italiana ed europea
Autore:
Filippetti, Roberto
Fonte:
www.itacalibri.it
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Attrazione e rifiuto

«Diviso fra il desiderio di elevarsi fino alla contemplazione dei "Troni e delle Dominazioni" e il bisogno di assaporare i forti liquori del peccato; attratto a volta a volta (e talora al tempo stesso) e respinto dagli estremi l'amore che invoca l'odio e se ne nutre egli era in preda ad una crudele ambivalenza affettiva»: questo, nell'acuta sintesi di M. Raymond, il travaglio di Charles Baudelaire, il padre della lirica europea contemporanea.
Nato nel 1821, ebbe una educazione cattolica, ma presto si allontanò dalla fede.
Dopo un viaggio in Oriente, passò quasi tutta la vita nel «vasto deserto umano» di Parigi. Mentre il suo spirito, colmo di spleen, si protendeva verso l'idéal e anelava «verso una bellezza superiore» attinta per via estetica (fu esperto di pittura, fine critico musicale, ottimo traduttore e divulgatore dei racconti di Edgar Allan Poe; fu soprattutto geniale poeta), la sua carne si lasciava andare a eccessi e sregolatezze.
In prosa scrisse 1 paradisi artificiali: l'alcool, l'oppio, il sesso nel suoi aspetti perversi e degradanti, e tutto ciò che può provocare sensazioni forti e inebrianti appare come un surrogato (ma quanto deludente!) a chi si sente «esiliato» dal Paradiso e dispera di trovare la via per farvi ritorno.
Il 1857, anno in cui pubblicò I fiori del male, è universalmente reputato l'inizio del '900 letterario. E' questo un testo che, come Baudelaire scrive nell'Epigrafe per un libro condannato (e davvero l'autore fu portato in tribunale), non sopporta un «lettore quieto e bucolico, sobrio / uomo ingenuo e dabbene», il lettore borghese che vuole dalla poesia essere blandito e «di-vertito». I fiori del male sono fatti per l'«anima curiosa» il cui occhio «sa scrutare negli abissi», per una «lettura "fraterna", nata sulla scienza dolorosa del peccato, sulla nostalgia di un Eden perduto, sulla malinconia, sulla disperante ossessione di una bellezza irraggiungibile, sulla vertigine del sogno, del buio» (L. De Nardis).


Lo «Spleen»

Nel cuore del libro ben quattro liriche s'intitolano Spleen.
Ripercorriamo l'ultima: una poesia che in stile «sublime, fosco» dà voce, come scrive Eric Auerbach, alla più profonda disperazione.
Il testo consiste di un unico movimento: cinque subordinate temporali, tutte aperte dall'incalzare del «quando», sfociano infine nella principale. Si tratta di un climax (struttura a gradini) che si potrebbe visualizzare in un pattern: cinque cerchi concentrici comprimono in una morsa sempre più soffocante l'«io», il quale infine esplode in una blasfema preghiera, che si scaglia verso l'alto e subito precipita, vinta.


  • La realtà che ci circonda è come un'immensa pentola (in francese il couvercle è proprio quello della marmitta, o della bara): in un giorno di pioggia il cielo pesa, con le sue nuvole plumbee e opprimenti;

  • l'abbraccio dell'orizzonte ci acceca facendo piovere su noi la sua «luce nera» (potente ossimoro!);

  • la terra è un umido carcere che chiude tra mura ammuffite la Speranza, cieco, ammaccato topo svolazzante;

  • dal cielo scendono a conficcarsi nella terra «sbarre» di pioggia che ci imprigionano;

  • infine, il quinto e ultimo cerchio: i nostri «cervelli» (cerveaux è termine medico, tanto tecnicamente preciso quanto potentemente simbolico) sono irretiti in una vischiosa ragnatela di cupa disperazione.



Al culmine del climax, in cui tutto è opprimente silenzio, esplode - e siamo alla proposizione principale - l'urlo surreale e improvviso di campane che lanciano verso il cielo orribili lamenti e piagnucolano ostinatamente come anime in pena. Tentativo frustrato di ascensione e subito rovinosa caduta.
Se in generale «il parallelo Leopardi-Baudelaire è cosa ormai scontata» (De Nardis), in particolare Spleen appare omologa ad A Silvia. Certo, forte è lo iato che separa i due testi: al "sublime in alto" del Recanatese fa riscontro il "sublime in basso" (Auerbach) del Nostro. Ma identica nelle due poesie è la dinamica strutturale

  • ascesa-precipizio («se ne va su pei muri la Speranza» - «vinta, la Speranza / piange»; «Silvia... salivi» - «misera cadesti»);

  • e, dal punto di vista tematico, «Silvia» - nome che anagrammato dà proprio «salivi» - è la «forma» della Speranza;

  • infine entrambi i testi si chiudono sull'incombere di una morte senza speranza («lunghi funerali» qui, «tomba ignuda» là): dunque di un'«atroce Angoscia» che pianta - unica vincitrice - «il suo vessillo nero» su un raccapricciante «cráne incliné».



Una disperazione senza via d'uscita

Di qui il tedio, l'ennui, lo spleen, das graue Elend (in tedesco: la grigia miseria), l'Angoscia, la Noia, la Nausea: questa proteiforme compagna di strada (da Alfieri a Foscolo e Leopardi; da Baudelaire agli Scapigliati; da Carducci a Pascoli; da Svevo e Pirandello, su su passando per Montale, Moravia, Sartre, Pavese, fino al giorni nostri); questo pungolo assiduo dell'uomo, che per un verso è stato tradito dalla modernità razionalista e naturalista, e per altro verso non sa tornare al cristianesimo. Ciò che resta è una disperazione senza via d'uscita, una paura che paralizza ogni impeto costruttivo.
Baudelaire, decisamente antilluminista, ha la struttura interiore di un mistico (egli annota: «fin dall'infanzia tendenza al misticismo e mie conversazioni con Dio»): è sempre sull'orlo di quell'umiliazione esaltante che lo spalancherebbe alla Salvezza, se solo accettasse di essere compiuto da Altro da sé, di fare spazio alla Grazia; ma di fatto resta sempre ancorato all'autoesaltazione superba, luciferina. «L'autogodimento della propria superbia di artista» - scrive Auerbach - «l'apoteosi del poeta, il quale si eleva sulla spregevole stirpe degli uomini».
Jean Royère la chiama «una teologia che pone l'uomo al livello di Dio»: ma non è questo il satanico movente del peccato originale?
«Teologia del diavolo»: così fin dalla lirica Al lettore, che apre il libro:
«Regge il Diavolo
i fili che ci muovono!
Un fascino troviamo in ogni cosa
ripugnante; ogni giorno senza orrore,
tra il puzzo delle tenebre, di un passo
verso l'inferno discendiamo.
…Nei cervelli
ci gozzoviglia un popolo di Dèmoni».


Ed è un tema che torna spesso. Nella sezione Rivolta, penultima del canzoniere baudelairiano, la lirica Abele e Caino così si chiude:
«O razza
di Caino, su, arrampicato al cielo
e rovescia Dio, giù, sopra la terra!».
Seguono Le Litanie di Satana, vero inno al «Principe dell'esilio», di cui s'invoca la pietà, a cui si rivolgono lodi, fino alla conclusiva invocazione:
«Fa' che l'anima
possa a te accanto riposarsi sotto
l'Albero della scienza».
Altre volte si accampa invece sulla pagina tutta la precarietà del proprio slancio titanico verso il cielo. In I lamenti di un Icaro, questi confessa che, pur essendo spezzato dalla fatica, ha «abbracciato solo nuvole» e non gli restano altro che barbagli nella memoria:
«Invano il centro
volli trovare dello spazio e il limite:
ché sotto non so quale occhio di fuoco
sento che l'ala mi si spezza».
Precipiterà in mare, cosicché lui, «arso dall'amore del bello», non avrà neppure - foscolianamente - l'onore di un nome che distingua la sua tomba dalle altre.
Ancor più eloquente è Castigo dell'orgoglio: quel «dottore» - quasi Icaro della Teologia - «sale troppo in alto». L'amor sui usque ad contemptum Dei l'induce a concepire Gesù come realtà manipolabile, che l'umana scienza può elevare o abbassare a proprio piacimento. Ma ciò fa sì che subito la luce di quell'intelligenza s'ottenebri: castigo dell'«orgoglio satanico» è la demenza, il caos, un imbestiamento che rende simili ad animali randagi.


Una sincera mendicanza del vero

C'è, in questo dotto teologo, la tragica parabola dell'intellettuale dell'800, di Baudelaire stesso.
Questi però, a differenza di tanti ideologi del suo tempo, ha disseminato tra I fiori del male
momenti di sincera mendicanza del Vero. L'Orologio, emblema della vanitas «Mormora tremilaseicento volte ad ogni ora / Ricordati! ... Remember! Souviens-toi, prodigo! Esto memor!».
Memoria del limite e attesa dell'Illimite:
«Sullo sfondo, a volte
d'un banale teatro ho visto un essere
che non era che luce, e oro, e velo,
schiacciar l'enorme Satana; il mio cuore,
che l'estasi mai visita, è un teatro
ove si aspetta sempre, sempre invano,
l'Essere chiaro che di velo ha le ali» (L'Irreparabile).


Attesa che di lì a poco diviene preghiera A una Madonna a cui il poeta, coi suoi versi, vuole innalzare un altare e tutto rivestirlo di «Desiderio» e di «Rispetto».
«Sotto i tuoi piedi metterò il Serpente
che mi morde le viscere, affinché,
Regina vittoriosa e in redenzioni
feconda, tu calpesti e tu schernisca
codesto mostro».


Il peccato gli è sempre dolorosamente davanti: «Ah, Signore, concedimi la forza e il coraggio / di contemplare il mio cuore e il mio corpo senza disgusto» (Un viaggio a Citera); «saprò un giorno / far sì che lo spettacolo vivente / di mia triste miseria sia il lavoro / delle mie mani e m'innamori gli occhi?» (Il cattivo frate).
I ciechi sono l'emblema perfetto dell'umana natura carica di desiderio santo: sete di Cielo (e si noti, al v. 7 «cielo» con la minuscola e all'ultimo verso «cielo» con la maiuscola: spia grafica del passaggio dal segno naturale che rimanda oltre, al luogo del bramato Significato ultimo. Lo stesso farà Pascoli nel X agosto):
Anima mia contemplali: davvero
sono orribili! Simili ai fantocci,
vagamente ridicoli, tremendi,
strani come i sonnambuli; essi aguzzano
non si sa dove i globi tenebrosi.
Quegli occhi, da cui è fuggita via
la divina scintilla, verso il cielo
rimangono levati come se
guardassero lontano; pensierosi
mai li si vede volgere al selciato
la testa appesantita. Così il buio
infinito traversano, fratello
dell'eterno silenzio. E mentre ridi
canti e urli all'intorno, innamorata
fino all'atrocità di godimenti,
o città, così anch'io vo trascinando
me stesso! Ma di lor più inebetito,
dico: che cosa cercano mai tutti
questi poveri ciechi là nel Cielo?


Al vertice di tutto: la creazione artistica

Sempre nel 1857, in un saggio su Edgar Allan Poe, Baudelaire scriveva: «E' questo mirabile e immortale istinto del Bello che ci fa considerare la terra e i suoi spettacoli come una visione, come una corrispondenza del cielo. La sete insaziabile di tutto ciò che è al di là e che rivela la vita, è la prova più evidente della nostra immortalità. E' nel contempo con la poesia e attraverso la poesia, con e attraverso la musica che l'anima intravede gli splendori posti al di là della tomba».
Il brano (chiave di lettura della lirica Corrispondenze) è eloquente per due motivi.
In primo luogo bene documenta il carattere esigenziale della vita: l'umana esigenza della bellezza implica l'esistenza di una Bellezza ultima che sta al di là delle modalità sperimentabili; lo spettacolo naturale è segno, analogia e prova che l'anima è destinata allo splendore dell'immortalità.
In secondo luogo il brano attesta come Baudelaire, almeno nel 1857, creda che sia l'arte - poesia o musica - la finestra che fa intravedere questo splendore. Egli, riconosciuta la «sete insaziabile», si accontenta di misurarla e calibrarla col sentimento, senza un impegno personale e libero: la ricerca del senso della vita, l'urgenza, l'esigenza di un significato ultimo diventa uno spettacolo di bellezza, assume una forma estetica piena di compiacimento per il riverbero emotivo che l'interrogativo suscita.
Alla domanda di totalità, costitutiva della nostra ragione, tutti, in maniera cosciente o inconscia, rispondiamo affermando un quid ultimo per il quale vale la pena vivere (scrivere): Baudelaire non si piega al mistero di Dio, ma tutto piega «al culto geloso ed esclusivo di ciò che egli veramente ama e persegue con tutte le sue forze: la creazione assoluta del poeta, l'arte assoluta, se stesso come colui che crea artisticamente». Così scrive Auerbach, che poi conclude: «Terribili sono le Fleurs du Mal, che hanno per motivo principale l'orrido e la più amara disperazione ed i vani e assurdi tentativi di stordirsi e di evadere», non ultima «quell'idolatria per l'arte, che già da lungo tempo ci tiene in suo potere».


Una visione «gnostico-manichea»

E', questa che prevale nei Fiori del male, una posizione gnostico-manichea.
Come già in tanto Romanticismo europeo (e in Leopardi) gli elementi costitutivi di questa rediviva gnosi sono:
il disprezzo per la materia e per il mondo, che appare come «fango», «esilio», «prigione», in cui un demiurgico «Iddio-tiranno» (Il Rinnegamento di San Pietro) ha «gettato» l'uomo per ridere di lui, come già «rideva al suon dei chiodi che i carnefici / conficcavan nelle carni vive di Gesù»;
il «dualismo» bene-male (lo «scapigliato» Arrigo Boito, che assieme a Emilio Praga portò in Italia il verbo baudelairiano, nella lirica che s'intitola proprio Dualismo ne ripropone molti ingredienti. La realtà - serpente che si morde la coda - presenta la fusione degli opposti: «luce - ombre», «angelica farfalla - verme immondo», «caduto cherubo - demone che sale», «bestemmia - preghiera»; l'uomo è stato creato da un «buio iddio» che «ci scagliò sull'umida / gleba che c'incatena, / poi dal suo ciel guatandoci / rise alla pazza scena / e un dì a distrar la noia / della sua lunga gioia / ci schiaccerà col piè»);
un nichilismo angosciante e disperato;
l'orgogliosa convinzione che la conoscenza è data a pochi eletti attraverso una illuminazione (poetica) che li rende diversi e superiori al volgo;
l'idea di storia non come progresso, ma anzi come continuo degrado.


Domande, umili e profonde


Baudelaire muore nel 1867, dieci anni dopo l'uscita del suo capolavoro.
Le domande, ora umili e profonde, si fanno sempre più pressanti. Leggiamo nei Diari intimi: «Quasi tutta la nostra vita è spesa in curiosità sciocche. In cambio ci son cose che dovrebbero eccitare al più alto grado la curiosità degli uomini e che, a giudicare dal corso ordinario della loro vita, non gliene ispirano alcuna. Dove sono i nostri amici morti? Perché siamo qui? Veniamo da qualche parte? Che cos'è la libertà? Può accordarsi la libertà con la legge provvidenziale?»; e ancora: «Nulla esiste senza scopo: dunque questa esistenza ha uno scopo. Quale scopo? Lo ignoro. Dunque non l'ho stabilito io. Ma qualcuno più sapiente di me. Bisogna dunque pregare questo qualcuno d'illuminarci. E' il partito più saggio»; «La vera civiltà non è nel gas o nel vapore, ma nel lavoro d'ogni giorno per diminuire le conseguenze del peccato originale».
E ancora, nel 1866: «Avendo immaginato di sopprimere il peccato, i liberi pensatori hanno creduto ingegnoso sopprimere il giudice e abolire il castigo, e proprio questo chiamano progresso. Per loro, combattere l'ignoranza è ridurre Dio».
Baudelaire invece tornava ad aprirsi alla fede dell'infanzia, grazie anche all'amicizia di un cattolico energico come Louis Veuillot: sul letto di morte il poeta maledetto, che dieci anni prima aveva invocato Satana, chiese i Sacramenti.