La scuola una sfida al tuo io

I ragazzi che ogni giorno si incontrano a scuola hanno una domanda totale: chi sono io? Perché vale la pena vivere, venire a scuola? Che senso ha quel desiderio di amore, di amicizia, di essere stimato che provo?
Chi hanno bisogno di incontrare? Uomini, uomini veri, che si coinvolgono con la loro umanità coi giovani che incontrano e vivono il loro insegnamento nell’orizzonte dell’ avvenimento cristiano a cui la loro vita appartiene, cioè nell’orizzonte della testimonianza. Solo così l’educatore collabora a generare degli esseri umani sempre più coscienti della grandezza della loro umanità, solo così passa il messaggio essenziale per il ragazzo: “Tu vali tantissimo!” . Il nostro compito non può essere fare meglio degli altri quello che fanno tutti. Educare è sempre un gesto rivoluzionario.
Ecco la testimonianza di una mia studentessa diciassettenne. (Franco Bruschi)
Autore:
Bruschi, Franco
Fonte:
CulturaCattolica.it
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“Sono una comune ragazza di 17 anni, vado a scuola, esco con gli amici, frequento l’oratorio e cerco di vivere al meglio la mia vita, riempiendola di sogni e ambizioni.
Ma cosa vuol dire vivere la propria vita? Io la vedo come una sfida, come una lotta continua per la sopravvivenza in un mondo corrotto, schiavo delle mode e del bisogno di distinguersi, a volta in maniera ridicola. Il mondo di oggi assomiglia a un’opera teatrale: la gente recita, finge di essere qualcos’altro solo per essere riconosciuta. Non si preoccupa di abbattere “il muro” delle divisioni e degli steccati di ogni tipo: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori per sempre.
La vita è una sfida dalla quale non ti puoi tirare indietro, è un vortice di emozioni che non ti lascia più. Per questo vale la pena ambire a qualcosa di più grande piuttosto che uscire con gli amici il sabato sera o entrare nel giro giusto.
Bisognerebbe guardarsi più nel profondo e domandarsi se si è soddisfatti di quello che si ha o se si desidera di più. Molto spesso ci si accontenta ed è terribilmente sbagliato, dato che accontentarsi vuol dire rinunciare a nuove esperienze, nuove persone, nuovi sentimenti. Accontentarsi vuol dire in qualche modo rinunciare a vivere fino in fondo.
Io uno sguardo alla mia interiorità l’ho dato, ho letto tra le righe dei miei pensieri. Uno sguardo particolare l’ho rivolto al mio futuro di persona, sperando che sia degno di questo nome; un futuro che devo crearmi e per cui voglio lottare, mettermi in gioco con le mie migliori qualità.
Un modo, un mezzo per farlo è la scuola. Quello che mi chiedo è: sarà capace una istituzione pubblica di darmi il sostegno e la preparazione necessaria per affrontare, almeno in parte, quello a cui andrò incontro?
Ho sempre avuto una gran voglia di apprendere, applicarmi e migliorare. Questa passione mi è stata tolta dai miei stessi professori che in passato non hanno saputo credere in me. Non potevano mentirmi, glielo leggevo negli occhi e se non ci credevano loro in me perché avrei dovuto crederci io?
Sono riusciti a spegnere i miei desideri, i miei sogni e mi hanno fatto sentire inutile. Hanno saputo creare il deserto dentro di me: la bocciatura e la tristezza dipinta negli occhi di mia madre sono stati il segno evidente di un fallimento inevitabile.
Per un periodo mi sono “inabissata” nella più totale solitudine, forse perché ne avevo bisogno, forse perché ero semplicemente imbarazzata e delusa di me stessa.
Fatto sta che la vita va avanti e non vi è il tempo di fermarsi a piangere. Decido di cambiare scuola, cambio persone, cambio ambiente, cambio anch’io.
Questo cambiamento ha rappresentato un nuovo inizio. Nel testo dell’articolo del professor Lodoli col dialogo con la sua alunna mi ha colpito in modo particolare una frase: “Grazie ai grandi si cercava di essere meno piccoli”. Queste parole sottolineano come sia importante avere dei punti di riferimento per crescere e migliorare. Non si tratta solo dei genitori, dei famigliari e degli amici, anche i professori rientrano nella categoria dei “grandi”. Allora a quest’ultimi chiedo di sfidarmi: “Sfidatemi come mi sfida tutti i giorni la vita, sfidatemi a mettere alla prova, a verificare le mie qualità, le mie abilità, segnatevele sul registro, come segnate i voti. Aiutatemi a non illudermi, a non vivere solo di sogni campati in aria, ma nello stesso tempo cercate di insegnarmi a fare dei miei sogni dei progetti reali, realizzabili. Insegnatemi a ragionare affinché non prenda le mie idee dal pensiero dominante, dalla massa, dal “pensiero non pensato”. Dimostratemi che vale la pena venire a scuola per un anno ad ascoltarvi” (Gloria).