“La scuola è laica... ma noi non siamo trasparenti!”

“Ma perché dare al sole, / perché reggere in vita / chi poi di quella consolar convenga? / Se la vita è sventura, / perché da noi si dura?”
(Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia)
Fonte:
CulturaCattolica.it
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Parto da qui, da Leopardi. Da una delle tante domande – la più drammatica, forse – del “suo” pastore errante. Errante come tanti giovani, ora: indignati, o sfiduciati, o disorientati.
Erranti, come il pastore che chiede risposte alla luna, a noi, senza sosta, gridano o sussurrano le loro domande più profonde e più vere.
Eppure di loro forse ci stiamo dimenticando, in questi giorni in cui i riflettori sono puntati sull’economia e sulla politica. Distratti dal portafoglio personale e collettivo e dagli interrogativi sui nuovi scenari politici, trascuriamo chi ha bisogno, ora più di sempre, di spiragli di speranza.
Che adulti vedono, i giovani, oggi? E ancora. Noi insegnanti cattolici cosa abbiamo da dire e da dare ai ragazzi, a scuola?
“La scuola è laica!”, mi ha subito interrotto ieri una collega con cui di questo stavo parlando all’uscita di Messa.
“Sì”, le ho risposto. “La scuola è laica, anzi laicista. Ma noi non siamo trasparenti!”
E allora ce lo siamo chieste, “chi” e “cosa” vedono i ragazzi, quando noi cattolici siamo in classe.
Il nulla vedono, spesso. Uomini e donne che hanno partecipato forse per routine alla funzione domenicale tra la colazione al bar e l’aperitivo con gli amici. Messa, canto finale, segno della croce, un caro saluto, Gesù, e ci vediamo alla prossima.
Questo vedono, e cioè un Cristo ininfluente, insignificante, che riceviamo un’oretta previo appuntamento solo di domenica, sempre non ci siano altre priorità, e che poi sparisce dalla nostra vita.
O magari vedono adulti che si sa che bazzicano in parrocchia, che insegnano catechismo, che accompagnano i ragazzi ai campi estivi, ma fuori dalla “riserva protetta”: i confini degli oratori, spaventati e con la velocità del camaleonte si fondono e si confondono nell’habitat del pensiero dominante, relativista e nichilista. Ammalati di un inspiegabile e inguaribile senso di inferiorità non prendono quasi mai la parola, i cattolici, e – se proprio devono – si conformano, perché sono democratici, mediatori per eccellenza, dialoganti e massimamente tolleranti. Fanno “sintesi”, i cattolici. E pazienza se la loro identità viene calpestata. In democrazia la maggioranza ha sempre ragione.
Spesso, a scuola, i cattolici si riconoscono da lontano perché sono i buonisti della situazione: quelli che quando c’è da votare alzano la mano per la promozione a prescindere, o, per “venire incontro ai ragazzi”, anziché svolgere come Dio comanda la loro ora di lezione (magari quella, preziosissima, di IRC), la regalano, vuota di sé e vuota di Cristo, per lo studio individuale, perché dopo c’è compito di matematica. Dono finto e subito dimenticato. Non lascia segno, non darà mai frutto. Sessanta minuti buttati.
“Non siamo trasparenti!”, ho detto ieri alla mia collega.
E allora, “chi” e “cosa” vedono i ragazzi quando siamo in classe?
Uomini e donne confusi, si trovano il più delle volte di fronte. Arenati come gli altri nel “dubito ergo sum”, sono incapaci di giudizio sulla realtà e sulla vita, o, alla rincorsa di programmi da completare, in-disponibili anche solo ad ascoltare e ad accogliere le domande di senso. E a lasciare che gli studenti, almeno, vivano intensamente, profondamente quelle. Senza accantonarle, senza rimandarle, senza censurarle; spalancando la ragione sulla realtà e ai suoi confini.
Orfani di padri e di maestri, è altro che cercano i ragazzi, quando guardano negli occhi noi che ci definiamo cattolici. Uomini e donne testimoni di un Incontro in grado, davvero, di far “nuove tutte le cose” e capaci di dare ragione della speranza che è in loro. Adulti che vivono con passione; che non si perdono d’animo, ma danno l’anima, nelle cose che fanno. Persone certe che la realtà, come la vita, è dono. E che in fondo basta questo per poterla definire “positiva”. Insegnanti che li aiutino a comprendere come si arriva ad occupare nella vita il posto più consono per sé, perché se loro l’hanno trovato, allora vuol dire che è possibile per tutti.
Gli “affamati” e gli “assetati” citati ieri [Solennità di Cristo Re] nel Vangelo sono innanzitutto i nostri ragazzi, ho detto alla mia collega, uscite di Messa. Affamati ed assetati di verità, di giustizia, di bellezza. Di un volto (il nostro) che racconti la letizia contagiosa che dona il Volto di Colui che ci ama come siamo. Ragazzi assetati di qualcuno che sia finalmente testimone gioioso che la vita vale la pena. Anche ora che “c’è crisi” e che tutti vedono nero, e un tunnel che pare senza fine.
E invece, chissà perché, sembra che “affamati” ed “assetati” siano sempre e solo gli extracomunitari a cui allungare qualche spicciolo per tacitare la coscienza. Per la buona azione quotidiana.
L’emergenza è qui, ora. Nel luogo in cui siamo. Negli sguardi spaesati che incrociamo la mattina. Nei nostri giovani “pastori erranti” che, senza sosta, continuano a domandarci “Ma perché dare al sole, / perché reggere in vita / chi poi di quella consolar convenga? / Se la vita è sventura, / perché da noi si dura?”. Con questa domanda, urlata o silenziosa, oggi come ieri ci implorano di tendere loro la mano, di aiutarli a vivere con pienezza il presente e di lanciarli, con speranza, nel futuro.
Sappiamo ascoltarli? Abbiamo qualcosa da dire e da dare?
Papa Benedetto, all’incontro nel palazzo presidenziale di Cotonou, nel Benin, ieri ha ricordato che “parlare della speranza significa parlare del futuro, e dunque di Dio!”. “Il futuro si radica nel passato e nel presente”, ha aggiunto. “Il passato noi lo conosciamo bene, addolorati per i suoi fallimenti e lieti per le sue realizzazioni positive. Il presente lo viviamo come possiamo. Al meglio, spero, e con l’aiuto di Dio! E’ su questo terreno composto da molteplici elementi contraddittori e complementari che si tratta di costruire.”
E’ stato chiarissimo come sempre, il Papa, ieri. E non parlava solo al Benin. Parlava al mondo intero. Senza facili illusioni, senza raccontare storielle ci ha rammentato che il nostro compito, dove il Signore ci ha posto, è collaborare, fiduciosi, all’opera di costruzione. “La Chiesa non offre alcuna soluzione tecnica e non impone alcuna soluzione politica”, ha precisato. “Essa ripete: non abbiate paura! L’umanità non è sola davanti alle sfide del mondo. Dio è presente. E’ questo un messaggio di speranza, una speranza generatrice di energia, che stimola l’intelligenza e conferisce alla volontà tutto il suo dinamismo. Un Arcivescovo di Toulouse, il Cardinale Saliège, diceva: ‘Sperare non è abbandonare; è raddoppiare l’attività.’ (…) Siate, anche voi, seminatori di speranza!”
Ed ha chiarito, come a fornirci strumenti invincibili, di cosa si costituisce la speranza. “Secondo le Sacre Scritture, tre simboli descrivono la speranza per il cristiano: l’elmo, perché protegge dallo scoraggiamento (cfr 1 Ts 5,8), l’ancora sicura e salda che fissa in Dio (cfr Eb 6,19) e la lampada che permette di attendere l’aurora di un nuovo giorno (cfr Lc 12,35-36). Avere paura, dubitare e temere, porsi nel presente senza Dio, o non avere nulla da attendere, sono atteggiamenti estranei alla fede cristiana (cfr S. Giovanni Crisostomo, Omelia XIV sull’Epistola ai Romani, 6: PG 45, 941c).”
Questo ha detto. Questo ha ricordato anche a noi, qui. Con queste parole ci ha richiamati. Questo ci ha affidato come impegno quotidiano.
Anche nella scuola (più laicista che laica) in cui lavoriamo, nelle classi entriamo con un volto, un incontro, una tradizione, una storia; con la certezza che la vita ha un senso e che c’è un compito per
ognuno. Nessun dirigente, nessun decreto, nessun regolamento scolastico potrà renderci trasparenti, oppure obbligarci ad indossare la maschera del conformismo. Solo la nostra accidia. E allora niente scuse. C’è bisogno di cattolici fieri di essere cattolici. C’è bisogno di seminatori di speranza.