Domani, a scuola, parlerò di Gheddafi

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Mi chiederanno, domani, i ragazzi, cosa ne penso dell’uccisione di Gheddafi. Ne sono certa. So che non riuscirò neanche a varcare la soglia della classe e la domanda, la prima domanda sarà questa.
Accade, da che insegno, ogni volta che in Italia o nel mondo o nella nostra piccola comunità succede qualcosa che li colpisce, che li interroga, che li turba.
Ne parlano tra loro, forse ne hanno parlato a casa (…forse…) ma, sempre, sanno che a scuola, nelle mie ore, la priorità è quella: guardare “dentro” le cose che avvengono, leggerle, interpretarle, cercare di “com-prenderle”. E pazienza se la lezione prevista viene rimandata alla volta successiva. Pazienza. Perché è uno sguardo positivo sulla realtà ciò che stiamo imparando insieme, ed è di sguardi che parlerò, domani, ai “miei” ragazzi.
Lo sguardo rapace e cinico di scatti rubati che, alla velocità della luce, stanno facendo il giro del mondo (…e come non pensare a Saddam, a Ceausescu, a Mussolini…). Impietosi primi piani utili, solo, a svilire l’uomo. A raccontare e a potenziare odio.
Lo sguardo di chi inneggia alla vittoria e di chi ha perso il suo leader.
Lo sguardo degli storici, dei politici, dei commentatori, dei presentatori, degli analisti, della gente di strada. Di chi si lancia nella fantapolitica e si proietta ad ipotizzare nuovi assetti o equilibri possibili (…quante chiacchiere, i primi giorni, e quanti fiumi di inchiostro, sulla “primavera araba”…).
Sguardi, tutti, che nascono da reazioni emotive e lì sono destinati a ritornare. Pagine e pagine sui giornali, ognuno a dire la sua, poi più niente. Silenzio.
Non mi lascerò imbrigliare dalla caciara dei commenti. Non ripercorrerò la storia della Libia o di questa guerra. Non dirò chi ha ragione e chi ha torto; dove sono i buoni e dove i cattivi. Non mi lancerò in analisi e in previsioni future.
Entrerò in classe, domani, in compagnia di Ungaretti. Mi siederò e leggerò una poesia. Questa.
E’ l’unico sguardo che, rispetto ciò che oggi è accaduto, sento che mi corrisponde davvero, perché ricorda il valore incommensurabile della vita e dà dignità all’uomo. A tutti gli uomini. A quelli che stanno dalla parte “giusta” e a quelli che stanno dalla parte “sbagliata”. A quelli morti ammazzati e a chi, vivo, di quelle morti è chiamato a rendere conto.

Veglia
Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d'amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita
Cima Quattro il 23 dicembre 1915