Dante e il “Non nobis”

Fonte:
CulturaCattolica.it
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“Non a noi, Signore, non a noi, ma al Tuo nome dà gloria! Non nobis, Domine, sed nomini Tuo da gloriam!” L’antico motto dei Cavalieri templari, eco di Salmi biblici, diventato umile preghiera di ringraziamento, apre la recitazione teatrale della Divina Commedia dei ragazzi della Cooperativa Sociale L’Anaconda di Varese. La musica è del bel film di Kenneth Branagh, Henry V, coinvolgente e commovente come la recitazione dei ragazzi disabili dell’Anaconda. Il 30 settembre saranno al teatro Fraschini di Pavia. Da anni fanno teatro sotto la guida esperta della regista, Luisa Oneto. Hanno scoperto il teatro come un eccezionale strumento educativo. Si sono imparati i versi della Divina Commedia a memoria. Si sono immedesimati nel personaggio che è stato loro assegnato e si proposti di “strabiliare” il pubblico, come uno di loro dice nel video di presentazione dello spettacolo. Ci sono riusciti alla prima della loro “Divina Commedia – Per un attender certo della Gloria Futura” al teatro Carcano di Milano. Ci riprovano anche nella nostra città. Quello che per tanti ragazzi liceali risulta difficile e, se non capito, noioso, è messo in scena con sfavillante gioia e vitalità da persone segnate da un limite fisico, anche grave. Le sedie a rotelle si muovono sul palco del teatro trasportando attori in costumi bellissimi, pronti a presentare il personaggio dantesco che ormai, dopo tante prove, sentono amico. Il personaggio che mi si addice di più, commenta una ragazza, è Marco Lombardo. È inevitabile un sussulto. Cosa ha compreso quella giovane, che la maggior parte dei coetanei non sarebbe disposta neppure a prendere in considerazione, ripetendo i versi del Purgatorio in cui Dante, immaginando di incontrare Marco Lombardo, si serve di lui per parlare del libero arbitrio, della presenza del male, della corruzione del mondo per affermare che questo è responsabilità dell’uomo? Evidentemente qualcosa è accaduto. L’umanità dell’attrice, e di chi l’ha seguita nell’imparare la parte, si è lasciata interrogare, sul proprio male, sulla propria responsabilità. A questo serve la letteratura. A farci ritrovare più uomini, più consapevoli del nostro bisogno e del nostro desiderio. “L’umanissimo viaggio di Dante è stato messo in scena con cura (della persona)”, si legge sulla copertina del DVD. Sì, questo è il segreto. La cura della persona. Guardare questi “ragazzi speciali”, come dice la regista, sfata tanti luoghi comuni. La loro persona, misteriosamente ferita dall’handicap, mostra una gioia che interroga chi li osserva. Dobbiamo ammetterlo: ogni persona fa esperienza del proprio limite, la vita stessa è segnata da un limite che ci portiamo dentro. Ciascuno, almeno in un particolare, desidererebbe essere diverso da come è. Se non accettiamo la nostra condizione di imperfezione e incompiutezza, segno dell’aspirazione all’infinito che ci definisce, ci nascondiamo, mentiamo a noi stessi e agli altri. Fingiamo di bastare a noi stessi, ma non è così. Invece, il limite è strada per una novità, per l’abbraccio cui siamo destinati. Non è fine a se stesso. È un segnale che non ci bastiamo. Abbiamo bisogno di un Altro che ci completi e curi la ferita che portiamo dentro proprio per poterLo riconoscere. L’amore che riceviamo permette di cantare, con gratitudine, “Non nobis, Domine”, ma al Tuo nome dà gloria! E la Gloria di Dio è l’uomo vivente, l’uomo che riconosce l’amore del Padre. In teatro come nella vita di tutti i giorni.