Dalla vita non si può disertare

Fonte:
CulturaCattolica.it
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E’ una vera e propria battaglia quella a cui siamo chiamati noi adulti, noi cattolici. Una battaglia educativa e culturale, o culturale ed educativa, che tanto è lo stesso. Due sono i fronti, ugualmente insidiosi. Non so dire, infatti, cosa mi inquieta di più, quando in classe apro le finestre per far entrare l’attualità, cioè la vita, ed assisto alle reazioni degli studenti. Cercherò di spiegarmi.
Quando accade un fatto di cronaca (gli indignados a Roma, episodi di “nera”, i sommovimenti in Africa, la crisi in Italia e in Europa, il “suicidio assistito” di Magri…), chiedo ai ragazzi cosa sanno, chiedo loro un “giudizio”.
Scena uno. Pongo la domanda ed è tutto un ingestibile, frenetico alzare la mano perché ciascuno deve dire “la sua”. Quando, dopo il brainstorming, c’è da tirare le somme, da riflettere insieme per trovare risposte ragionevoli alle sollecitazioni che sono emerse, il più delle volte ci si incaglia. Docet la mentalità dominante e allora, in fondo, “tutti hanno ragione”, perché ogni opinione è lecita, perché bisogna essere tolleranti, perché il “vero” e il “falso” non esistono, il “giusto “ e l’“ingiusto” dipendono dalle circostanze, il “buono” avrà ben avuto le sue ragioni se è diventato “cattivo”, il “bello” e il “brutto”… de gustibus
Scena due. In una classe di ventisei persone, ricostruito il viaggio in Svizzera di Lucio Magri e le modalità scelte per togliersi la vita, solo sei persone avevano qualcosa da dire. Sei su ventisei. Gli altri zitti. Nessuna idea. Neanche “opinioni” improvvisate lì per lì.
Ho iniziato, allora, a porre delle domande più esplicite: ho chiesto ad esempio se qualcuno di loro ritenesse che, pur non in grado di darci la vita, in fondo abbiamo il potere di togliercela; se possiamo dunque ritenerci “padroni” della nostra esistenza, una volta ricevuta in dono. Hanno alzato la mano in tre, segno eloquente ma silenzioso che la pensavano proprio così, ma non hanno voluto o saputo argomentare.
Ho chiesto se qualcuno, magari, ancora non si fosse mai posto la domanda (anche se, francamente, a 17 anni mi pareva impossibile) o non avesse ancora maturato una risposta… Niente. Silenzio. Sguardo basso, o spaesato, o assente. Il nulla.
Forse sono stata crudele: ho lasciato che si facesse spazio, quel silenzio. Era denso, fastidioso. Pareva una cappa. Anche per me, che pure lo sentivo necessario.
Ho fatto passare dei minuti, poi li ho guardati ad uno ad uno tutti e ventisei e ho detto una cosa che spesso ripeto: non è possibile fuggire dalle domande sulla vita e sulla morte. So che lo sanno, perché spesso le intravedo nei loro compiti; perché è in questa fase dell’adolescenza che si avvertono con più urgenza. Quando irrompono, sconquassano.
E poi, forse, questo “spiazzamento”, questo silenzio in-sopportabile non è nemmeno del tutto imputabile a loro, perché è vero: a scuola, generalmente, ti insegnano che “questi” sono minuti persi. Contano i programmi, le verifiche, i voti. Generalmente funziona così.
E invece no. Prima di cambiare discorso, li ho avvisati che avrei lasciato loro del tempo e che però ne avremmo riparlato, perché, anche se nei programmi ministeriali non sono indicate, sono questioni in-eludibili. Gli autori che tratteremo in letteratura, i fatti di cronaca, la loro vita ci costringeranno ancora e ancora e ancora a tornare su “quelle” domande.
Ognuno ha i suoi tempi e io non ho fretta. Ma non si fugge. La realtà va guardata negli occhi e a ciò che si vede bisogna imparare a dare un nome. Solo così si cresce davvero. Solo vissuta così la scuola ha un senso. Checché ne pensino e dicano i programmi ministeriali, il dipartimento di Lettere, i presidi, i colleghi.
Non so, dunque, cosa mi inquieta di più, quando in classe apro le finestre per far entrare l’attualità, cioè la vita, ed assisto alle reazioni degli studenti. Se la confusione, il caos delle classi in cui ognuno dice “la sua” e, spesso sbandierando le teorie studiate in Filosofia o nelle Scienze Umane, siccome nell’epoca in cui viviamo ci dicono che tutto è relativo, la realtà spesso viene sepolta, o mistificata, proprio da quelle teorie che tutto giustificano. O se mi inquieta di più il silenzio atarassico di chi non ha nulla da dire perché il mondo è già brutto abbastanza e allora chi se ne frega degli altri: che sfascino Roma, che si iniettino una dose letale perché sono depressi, che l’Europa vada a fondo senza valori (ideali, prima ancora che economici!), che in Egitto scendano in piazza a migliaia, che a causa di un posto macchina un anziano faccia retromarcia con il Suv per investire un altro anziano… ciascuno, di sé, della sua vita, di quella degli altri faccia quel che vuole. Caschi il mondo, io mi sposto. E comunque don’t disturb me, please.
E’ inutile che lo nasconda: ad inquietarmi - e tanto - sono entrambe le situazioni descritte, perché, quando accadono, di fronte a me non vedo esseri umani pensanti, ma giovani senza volto: manichini, burattini, marionette vuote di idee, di ragione e di cuore. Inermi. Facili prede della mano del potere che le tiene ferme e innocue quando serve e le muove a suo piacimento quando e come vuole.
Inquieta nel primo e nel secondo caso, però non mollo. Continuerò comunque a spalancare le finestre delle mie classi perché entri l’attualità, cioè la vita. Continuerò a porre domande e a chiedere, ai ragazzi, un “giudizio”, perché la ragione va educata ed esercitata ogni giorno, un po’ al giorno, altrimenti si rattrappisce. E allora saranno (sono?) altri a importi cosa e come devi pensare. O a dirti che siccome tutto è uguale a tutto non vale nemmeno la pena fare la fatica di avere delle idee proprie sulla vita, sulle cose, sul mondo…
E’ una battaglia educativa e culturale, quella a cui siamo chiamati noi adulti, noi cattolici. Una battaglia contro il relativismo, da una parte, e contro il nichilismo, dall’altra. E’ una battaglia in cui è urgente rafforzare la prima linea. Chi per comodo o per inettitudine sceglie le retrovie o chi diserta, lascia il posto che gli è stato assegnato e non c’è alibi che tenga. Il vuoto – è una legge fisica – viene riempito da altro o da altri, perché del vuoto si approfitta.
Nel vuoto, da sempre, si insedia, e gongola, il Nemico.