Umiltà e verità in Davide

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Michelangelo, Davide e Golia, Cappella Sistina

Davide fu amato da Dio perché umile di cuore. L‘umiltà di Davide infatti, non risiede tanto nelle origini, anche i suoi fratelli erano Betlemmiti e figli di Jesse. Non risiede neppure nel suo aspetto fisico, questo semmai diviene segno e trasparenza di uno stato interiore: Davide è una persona autentica, radicata nella verità di ciò che egli è e di ciò che gli altri sono, senza desideri di supremazia o di falsa sottomissione. Questa è l‘umiltà di Davide, una caratteristica che, insieme alla nobiltà del suo animo, emergerà subito al suo apparire nella storia della salvezza.

Il rigetto di Saul da parte del Signore, ha coinciso con l‘insorgere in lui di una strana malattia: il sovrano era vittima di crisi nervose che il suono melodioso dell‘arpa di Davide riusciva misteriosamente a calmare. Davide viene perciò invitato segretamente a corte a prestare questo servizio.
Nel frattempo la guerra contro i Filistei giunge a un punto determinante: i nemici hanno tra le loro fila un guerriero senza precedenti: il gigante Golia. Forti di questo vantaggio l‘esercito filisteo propone una sfida, che determinerà l‘esito stesso della guerra: si faccia avanti il più prode tra gli Israeliti a combattere contro Golia; colui che vincerà decreterà la vittoria dell‘intero popolo di appartenenza. (cfr. 1Sam 17, 8-11) Mentre tutti in Israele sono colti da paura, Davide dapprima timidamente, poi con grande audacia si propone come candidato al duello.
Eliab, fratello maggiore di Davide, interviene beffandosi di lui e ricordandogli il suo passato di pastore: «Ma perché sei venuto giù e hai lasciato quelle poche pecore nel deserto? Io conosco la tua boria e la malizia del tuo cuore: tu sei venuto per vedere la battaglia» (1Sam 17, 28). Davide in realtà frequentava regolarmente la corte di Saul ed evidentemente nessuno, neppure i suoi fratelli, erano al corrente delle crisi di follia del re. Il giudizio di Eliab è perciò avventato. É tuttavia interessante notare come, mentre Eliab pretende di scorgere “la malizia” nel cuore di Davide, in realtà metta in luce la malizia del suo cuore. Per questi cattivi e segreti pensieri egli non poteva essere il prescelto del Signore. Davide invece affronta la questione con grande naturalezza e semplicità: Davide disse a Saul: «Nessuno si perda d‘animo a causa di costui. Il tuo servo andrà a combattere con questo Filisteo». Saul rispose a Davide: «Tu non puoi andare contro questo Filisteo a batterti con lui: tu sei un ragazzo e costui è un uomo d‘armi fin dalla sua giovinezza» (1Sam 17, 32-33). In Saul parla il buon senso, ma: Davide disse a Saul: «Il tuo servo custodiva il gregge di suo padre e veniva talvolta un leone o un orso a portar via una pecora dal gregge. Allora lo inseguivo lo abbattevo[…] e lo uccidevo. Codesto Filisteo non circonciso farà la fine di quelli perché ha insultato le schiere del Dio vivente. Davide aggiunse: Il Signore che mi ha liberato dalle unghie del leone e […] dell‘orso, mi libererà anche dalle mani di questo Filisteo» (1Sam 17, 34-37). In Davide parlano piuttosto la fede e l‘abbandono in Dio. Il contrasto tra la visione umana della realtà di Saul e del suo seguito e la visione di fede e fiducia di Davide si accentua ancor di più allorché Saul, volle preparare Davide alla battaglia rivestendolo della sua stessa armatura: elmo, corazza, spada. Quando però Davide così agghindato, cercò di muoversi, non riuscì neppure a camminare e dunque se ne liberò: Poi prese in mano il suo bastone, si scelse cinque ciottoli lisci dal torrente e li pose nel suo sacco da pastore che gli serviva da bisaccia; prese ancora in mano la fionda e mosse verso il Filisteo. […] Il Filisteo scrutava Davide e quando lo vide bene, ne ebbe disprezzo, perché era un ragazzo, fulvo di capelli e di bell‘aspetto. Il Filisteo gridò verso Davide: «Sono forse io un cane perché tu venga a me con un bastone?» […] Davide rispose al Filisteo: «Tu vieni a me con la spada, la lancia e con l‘asta. Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d‘Israele, che tu hai insultato» (1Sam 17, 40. 42-43. 45)
Davide resta fedele a se stesso, rimane nella verità: coerente con la sua storia e le sue origini, egli affronta gli ostacoli della vita non confidando negli strumenti umani - simboleggiati da spade e corazze- ma fidandosi del Signore.
Un altro episodio che ci aiuta a capire perché il cuore di Davide sia amato da Dio è quello che si svolge, alla presenza di Gionata, figlio di Saul, durante e dopo la vittoria contro Golia.
Saul mentre guardava Davide uscire incontro al Filisteo, aveva chiesto ad Abner capo delle milizie: «Abner di chi è figlio questo giovane?» Rispose Abner: «Per la tua vita, o re, non lo so».[…] Quando Davide tornò dall‘uccisione del Filisteo[…] Saul gli chiese: «Di chi sei figlio, giovane?» Rispose Davide: «Di Jesse, il Betlemmita, tuo servo» Quando Davide ebbe finito di parlare con Saul, l‘anima di Gionata s‘era già talmente legata all‘anima di Davide, che Gionata lo amò come se stesso. Saul in quel giorno lo prese con sé e non lo lasciò tornare a casa di suo padre. (1Sam 17, 55. 58- 18,2)
Saul e Abner obbedendo a una sorta di dovere di stato fingono di ignorare l‘identità di quel giovane coraggioso, ma nel momento in cui lo interrogano di fronte a tutti, offrono al figlio di Jesse una preziosa opportunità. Davide infatti potrebbe vantarsi per i suoi servizi con parole simili a queste: «Mi chiedete chi sono? Certo, sono il figlio di Jesse, di Betlemme, ma sono anche quel suonatore di cetra che ben conoscete, poiché viene a placare con le sue melodie le tue crisi di follia, o re» Molti studiosi vedono nell‘ “ignoranza” di Saul e Abner il segno di una tradizione diversa e indipendente da quella che narra i servizi di Davide alla corte di Saul in 1Sam 16. L‘opinione qui suggerita è espressa molto acutamente da Andrè Neher nello studio teologico: L‘Esilio della Parola.
La titubanza di Davide circa la risposta da dare al re sembrerebbe resa dall‘ebraico con l‘espressione ke kallotô le dabber vale a dire “esaurire le proprie parole”. L‘espressione viene tradotta dalla CEI nel suo senso più ovvio e cioè: “quando ebbe finito di parlare” ma nell‘ebraico si conserva una sfumatura che può indurre a pensare non solo che Davide ebbe detto tutto ciò che voleva dire, ma anche che Davide non disse tutto ciò avrebbe voluto dire, troncando così il discorso e tacendo. Questo giustificherebbe l‘improvviso e spontaneo amore di Gionata per il giovane eroe. Anche Gionata spiava ogni parola di Davide. Una parola in più e il re, suo padre, sarebbe stato gettato in pasto al popolo (A. Neher). Il silenzio di Davide tutelò la dignità di Saul e in questo rispetto per la dignità del proprio padre, Gionata riconosce con stupore il gesto di un fratello, e d‘ora in poi l‘amore fraterno legherà Gionata e Davide fino alla morte (A. Neher).