Terza tappa: la notte oscura della fede

...in cui brilla il volto di Dio
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Eugène Delacroix, Giacobbe lotta con l'angelo

Dopo varie vicissitudini Giacobbe riesce finalmente ad allontanarsi da Labano e si dirige verso la sua terra natale. lungo il cammino avviene un misterioso incontro con degli angeli:
Giacobbe si mise in cammino e gli angeli di Dio gli vennero incontro. Quando Giacobbe li vide disse: «Questo è l’accampamento di Dio» e chiamò quel luogo Mahanaim. (Gn 32,2-3)
Il passo è misterioso e attraversa la vita di Giacobbe come un lampo, in ebraico viene descritto con quattro parole. Il significato è da ricercarsi nel fatto che Giacobbe avvicinandosi alla terra promessa si avvicina anche al mondo divino (V. Rad) Come il giardino dell’Eden era custodito da serafini dalla spada fiammeggiante, così l’ingresso della terra promessa è custodita da messaggeri di Dio. Mahanaim significa accampamenti, qui, per così dire, si è accampato l’esercito del cielo per indicare a Giacobbe e, quindi, dell’intero popolo il cammino verso la vera patria.

Il viaggio prosegue, ma giunto nei pressi di Seir, patria di Esaù, e avvicinandosi il momento dell’incontro con il fratello, Giacobbe viene preso da paura:
Giacobbe si spaventò molto e si sentì angosciato; allora decise in due accampamenti la gente che era con lui, il gregge e gli armenti e i cammelli. Pensò infatti: «Se Esaù raggiunge un accampamento e lo batte, l’altro accampamento si salverà» (Gn 32, 8-9).
Inoltre procura di mandare davanti a se alcuni servi con capi di bestiame quale dono per Esaù, ma la sua angoscia non si attenua.
Durante quella notte egli si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici figli e passò il guado dello Jabbok. Li prese fece loro passare il torrente e fece passare anche tutti i suoi averi. Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. Quegli disse: «Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora» Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se no mi avrai benedetto!» Gli domandò: «Come ti chiami?» Rispose: «Giacobbe». Riprese: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!» Giacobbe allora gli chiese: «Dimmi il tuo nome» Gli rispose: «Perché mi chiedi il nome?» E qui lo benedisse. Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penu’el «Perché - disse - ho visto Dio faccia a faccia eppure la mia vita è rimasta salva» Spuntava il sole quando Giacobbe passò da Penuel e zoppicava all’anca (Gn 32, 23-33).
La scena è misteriosa, tra le più belle e dense del primo testamento. In essa si annodano vari fili, che vogliamo solo accennare: la giustificazione del nome di un santuario: Penuel; il fondamento di una regola alimentare, la proibizione di mangiare il nervo sciatico; la straordinaria grandezza di un patriarca capace di vincere la divinità ecc. Il racconto però conserva una sua struttura unitaria di alto valore teologico.

Siamo di notte, come avvenne di notte la visione della scala, qui però l’oscurità si carica della sofferenza del momento in cui Giacobbe si trova. Giacobbe ha alle spalle quattordici anni di servizio presso Labano, di litigi tra le sue mogli a causa della rivalità, di tensioni con Labano il quale non voleva permettergli di partire ed ora, giunto alla soglia della terra promessa si profila all’orizzonte la minaccia di Esaù.
Il fiume Iabbok scorre in una gola profonda, dunque il guado risulta faticoso e non privo di rischi. Giacobbe mette in salvo sull’altra riva la sua gente e i suoi averi e rimane solo. Tutti hanno attraversato il fiume, ma solo Giacobbe incontra l’uomo misterioso con il quale ingaggia una lotta che perdura fino all’alba.
In questa lotta come dice il profeta Osea: egli lottò con Dio, lottò con l’angelo e vinse“, eppure venne ferito, pianse e domandò grazia (Os 12, 4-5).
I padri della Chiesa (S. Girolamo, Origene) hanno visto in questo episodio l’immagine del combattimento spirituale, un’esperienza di preghiera profonda in cui si sperimenta la notte proprio perché ci si avvicina alla somma Luce.
Dapprima Giacobbe pensò di essere di fronte a un uomo, poi intuì il carattere soprannaturale del suo avversario e gli chiese la benedizione: «Non ti lascerò se non mi avrai benedetto». Qui si manifesta tutta l’audacia di Giacobbe di fronte a Dio. Assistiamo ad un passo ulteriore nel piano divino della salvezza: se Abramo si era distinto per la fede e Isacco per la docilità, Giacobbe si distingue per la sua audacia.
Invece della benedizione Giacobbe ricevette una domanda: «Come ti chiami?» Il nome lo sappiamo, non era qualcosa di accessorio alla persona, al contrario era la quintessenza della sua identità, chiedere il nome equivaleva obbligare l’altro a rivelarsi. Dio chiede a Giacobbe una consegna di sé totale senza riserve. «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele perché hai lottato con Dio e con gli uomini e hai vinto» La divinità dell’avversario si rivela pienamente in questa frase, che ha il potere di operare in una sola riga la completa rilettura dell’esperienza umana e spirituale di Giacobbe, conferendogli senso e prospettiva nuova. Il soppiantatore, colui che aveva carpito con l’inganno la benedizione, colui che fin dal grembo materno aveva trattenuto il fratello impugnandone il tallone, ora carpisce la benedizione a Dio stesso e lo trattiene impedendogli di allontanarsi. Non solo, si spinge più avanti chiedendo a sua volta il nome a Dio. L’angelo del Signore non rispose però lo benedisse.
Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuel che significa “Volto di Dio” riconoscendo d’aver visto Dio faccia a faccia e di essere rimasto in vita.
Non poteva vincere Giacobbe se il Signore non glielo avesse concesso, tuttavia l’audacia con cui egli lottò lo qualificò intercessore per il popolo presso Dio. Infatti, il luogo altamente simbolico: un guado, il perdurare della lotta fino all’alba, il ritrovarsi di Giacobbe solo tra la sua gente ormai al sicuro e il misterioso avversario, rendono questo passo l’emblema della preghiera d’intercessione, cioè della disponibilità di porsi al centro di una lotta facendosi carico delle sofferenze e delle attese altrui e disponendosi al rischio di perdere la vita.
Qui in certo qual modo Giacobbe morì e nacque Israele, il nuovo popolo, che può veramente dirsi popolo di Dio poiché porta nella sua carne il segno di questa appartenenza. Così infatti si conclude la pericope: « Spuntava il sole quando Giacobbe passò da Penuel e zoppicava all’anca»
É il sole di un nuovo giorno, di una nuova nascita; la trasformazione di Giacobbe in Israele è visibile anche dall’esterno, il suo cammino è segnato da un passo claudicante: Israele solo in Dio avrà la sua pienezza. «Ascoltate - dirà Isaia - casa di Giacobbe, voi che siete chiamati Israele […] e vi appoggiate sul Dio di Israele che si chiama Signore degli eserciti» (Is 48, 1.2).
La scala poggiava sulla terra e la sua sommità si perdeva nel cielo, Israele secondo la simbologia del Cantico dei Cantici è la sposa che sale dal deserto appoggiata al suo diletto (Ct 8,5)