Quarta tappa: Israele nuovo nome, segno del nuovo popolo

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Michelangelo, Cappella Sistina, Giacobbe - Giuseppe

L’esperienza di Giacobbe si allarga e divine esperienza di tutto il clan familiare allorché il Signore, dopo l’avvenuta rappacificazione con Esaù gli ingiunge di abitare a Betel:
«Alzati e va’ a Betel e abita là; costruisci in quel luogo un altare al Dio che ti è apparso quando fuggivi Esaù, tuo fratello» Allora Giacobbe disse alla sua famiglia e a quanti erano con lui: «Eliminate gli dei stranieri che avete con voi, purificatevi e cambiate gli abiti. Poi alziamoci e andiamo a Betel, dove io costruirò un altare al Dio che mi ha esaudito al tempo della mia angoscia e che è stato con me nel cammino che ho percorso» (Gn 35, 1-3)
Il comando di Dio al singolare «Alzati!» diventa sulle labbra di Giacobbe «alziamoci!». La scelta di appoggiarsi al Signore che è stato con lui lungo tutto il cammino si trasforma per gli altri nella scelta esclusiva di Dio: «eliminate gli dei stranieri che avete con voi», cioè: mettetevi nella condizione di fare esperienza dell’amore e della presenza di Dio nella vostra vita, appoggiandovi a lui solo e non agli idoli. Dio infatti è colui che esaudisce nel tempo dell’angoscia.

A Betel il Signore lo benedisse di nuovo e gli disse:
Il tuo nome è Giacobbe. Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele sarà il tuo nome. […] Io sono Dio onnipotente. Sii fecondo e diventa numeroso, popolo e assemblea di popoli verranno da te, re usciranno dai tuoi fianchi. Il paese che ho concesso ad Abramo e a Isacco darò a te e alla tua stirpe dopo di te darò il paese. […] Allora Giacobbe eresse […] una stele di pietra e su di essa fece una libazione e versò olio. Giacobbe chiamò Betel il luogo dove Dio gli aveva parlato. Poi levarono l’accampamento da Betel
(Gn 35, 10-16).
La stele che aveva eretto solitario all’inizio del suo viaggio, viene eretta ora davanti a tutto il clan e riceve la sua più piena autenticazione mediante la parola di Dio. Una parola che mentre ratifica e amplia l’alleanza stipulata con Abramo proclama in modo ufficiale il cambiamento del nome e quindi d’identità, proclama la nascita di un nuovo popolo. Il Deus absconditus, che agisce nel segreto delle coscienze nell’esperienze umane più intime diviene il Deus revelatus, un Dio solare, chiaramente percepibile nella storia.

L’ultimo atto della costituzione del nuovo popolo avviene con la nascita di Beniamino. Levato l’accampamento da Betel, giunti nei pressi di Éfrata, Rachele partorì un figlio maschio ed ebbe un parto difficile: Mentre esalava l’ultimo respiro, perché stava morendo, essa lo chiamò Ben-Oni, ma suo padre lo chiamò Beniamino. Così Rachele morì e fu sepolta lungo la strada verso Éfrata, cioè Betlemme. Giacobbe eresse sulla sua tomba una stele. Questa stele della tomba di Rachele esiste fino ad oggi. Poi Israele levò l’accampamento e piantò la tenda al di là di Migdal-Eder. (Gn 35, 18-21)

Gli studiosi discutono se la Éfrata di cui qui si parla coincide con la località nei pressi Betlemme, molte infatti sono le indicazioni che fanno supporre il contrario. I testi successivi che menzionano il sepolcro di Rachele (1Sam 10,2 e Ger 31,15), localizzano la tomba nella regione beniaminita, a nord di Gerusalemme, a noi comunque interessa l’interpretazione che la tradizione successiva darà all’avvenimento collegando appunto la località che vide la morte di Rachele e la nascita di Beniamino con la Betlemme patria del Messia atteso. La tomba di Rachele di fatto esiste ancora oggi e, posta sulla strada che da Gerusalemme porta a Betlemme, testimonia silenziosa un amore che ha sfidato le avversità e il dolore. Nonostante la maggior parte dei figli di Giacobbe, nacquero da Lia (6 su 12) soltanto Rachele sarà ricordata come “Madre del popolo di Israele”. Al nome Éfrata si attribuirà il senso etimologico di feconda come è documentato dal profeta Michea in quell’oracolo che rappresenta una delle pietre miliari della venuta del Messia:
«E tu Betlemme di Éfrata così piccola tra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele, le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti» (Mic 5,1).
I tempi remoti alludono alle promesse di Dio ai patriarchi e in particolare a quella proclamata a Giacobbe/ Israele in Betel, prima della morte di Rachele. I re che usciranno dai tuoi fianchi (Gn 35 11) - promessi a Israele - trovano la loro massima espressione in questo dominatore che sarà il Re per eccellenza. Di lui sarà detto: «Io lo vedo, ma non ora, lo contemplo, ma non da vicino:
Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele»
(Nm 24, 17).
Un re futuro quindi, che però già si preannuncia nella nascita di questo ultimo figlio, l’unico nato dopo il cambiamento del nome di Giacobbe in Israele. Figlio del dolore, come proclama la madre dandogli il nome di Ben-Oni, ma anche Figlio della destra, cioè della fortuna, come vorrà il padre chiamandolo Beniamino. Il destino del Messia si tesserà nella trama della storia con questi due fili, il dolore e il successo: «Ecco il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato… Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire… Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce … il giusto mio servo giustificherà molti egli si addosserà le loro iniquità. Perciò io gli darò in premio le moltitudini» (Is. 52,13; 53,3.11-12). Questo benché egli non sorgerà dalla tribù di Beniamino, bensì da quella di Giuda, come profetò Giacobbe morente, nella benedizione al suo quartogenito: «Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli» (Gn 49,10).

Dopo la morte di Rachele si leva l’accampamento, inizia un nuovo viaggio, non più il viaggio di Giacobbe, ma quello ormai di Israele, di un popolo che nella sua debolezza nasconderà la potenza di Dio stesso. Se il nome Israele infatti, fu spiegato dall’angelo Dio come è stato forte con Dio, il suo significato originale è Dio si mostri forte. E non è un caso che la prima sosta del nuovo popolo sia a Migdal-Eder, il suo nome infatti indica la Torre delle Pecore, il luogo cioè da cui il Pastore custodiva e vegliava il suo gregge. In abito da pastore la tradizione ebraica veste anche l’uomo che combatté con Giacobbe nella notte del guado e madre di Israele è Rachele il cui nome significa pecora: il Signore è il Pastore del suo gregge, un pastore che spesso nasconde il suo volto nella notte del dolore, ma che non che non si addormenta né prende sonno (cfr. Sal 23,1; 121,4).