Padre della verità e della libertà

Fonte:
CulturaCattolica.it
Vai a "Sacra Scrittura: studi"
Rembrandt, La Sposa ebrea

Il capitolo 26 è l’unico che ci riporta parole di Dio rivolte direttamente ad Isacco. Si apre col tema della carestia che, come già avvenne per Abramo, spinge Isacco ad abbandonare il luogo dove abitava [cioè nei pressi del pozzo di Lacai Roi che significa Pozzo del vivente che mi vede; il luogo in cui Agar, scacciata da Sara, fu benedetta da Dio e invitata a tornare presso Abramo (Gn 16, 5-13)]. Inizia qui un itinerario che farà di Isacco uno scavatore di pozzi. La tradizione biblica successiva non menzionerà alcun pozzo di Isacco. Si farà invece memoria del pozzo di Giacobbe nel Vangelo di Giovanni, che, per contro, non viene ricordato dalla Genesi (Gv 4,5-6).
Il tema della ricerca dell’acqua, del pozzo come luogo in cui si incontra la propria sposa e con essa l’amore assoluto e fedele, è nella letteratura patriarcale simbolo della ricerca spirituale dell’uomo e dell’incontro di Dio con il suo popolo.
Abramo aveva scavato pozzi ma essi furono coperti dai Filistei (la menzione dei filistei è un anacronismo, essi infatti immigrarono in Palestina solo verso il 1200 AC. L’agiografo si rivolge a lettori che sapevano Gerar abitata dai filistei. Nel senso del racconto il filisteo è il nemico di Israele, quindi in certo qual modo nemico di Dio. I filistei che riempiono i pozzi scavati dai patriarchi designano tutti quegli ostacoli che l’uomo incontra nella sua ricerca di Dio e nel conseguimento perfetto della sua volontà).
Isacco - come dice la Genesi - tornò a scavare i pozzi d’acqua […] e li chiamò come li aveva chiamati suo padre. Ma i pastori di Gerar litigarono con i pastori di Isacco, dicendo:« l’acqua è nostra!» (Gn 26, 18.20).
Ripristinare i pozzi del padre, chiamarli con gli stessi nomi significa per Isacco compiere le opere del padre. La ricerca dell’acqua è la ricerca della verità, quella verità di cui l’uomo ha sete e che è Dio stesso. I nomi dati ai pozzi testimoniano quanto sia faticoso questo cammino, ma come non sia privo di gratificazioni. Ad esempio i primi due pozzi Eseq e Sitna significano rispettivamente lite e ostilità. Se anche la storia è condotta da Dio non percorre una via facile. I contrasti e le ostilità spesso sembrano vanificare l’opera di Dio e costringono l’uomo entro situazioni disperate, senza apparente via d’uscita. Ma ecco che improvvisamente il terzo pozzo scavato da Isacco è chiamato Rehobot che significa ampiezza. La scoperta di quest’acqua ebbe una portata tale che Isacco pronunciò una benedizione in uso ancora oggi presso le popolazioni arabe: Ora il Signore ci ha dato uno spazio libero! (Gn 26,22) É strano come Isacco di fronte alla fortunata realizzazione di un pozzo, realtà che perfora la terra, esploda in una benedizione che suggerisce l’idea di un orizzonte infinito. Gli arabi incontrandosi si benedicono l’un l’altro dicendo: Marhban Bika: ”Allah ti renda spazioso!” cioè dilati i tuoi beni e i tuoi orizzonti di vita.
Questa benedizione la si ritrova soprattutto nel libro dei salmi, in quel libro cioè che più fedelmente ci trasmette il linguaggio e le aspirazioni dei cercatori di Dio (Sal 4,2; 31,9; 66,12; Gn 9,27). Il salmo 4 ad esempio al v. 1 si recita: Quando ti invoco rispondimi, Dio mia giustizia, dalle angosce mi hai liberato.
In una lingua priva di concetti astratti il vocabolo, angoscia è reso in ebraico con un termine che suggerisce l’idea di una imboscata, di una strettoia in cui l’orante si trova bloccato e senza via d’uscita, ma ecco che l’invocazione a Dio, come Giusto cioè come Perfetto nell’amore, apre uno spazio libero inatteso.
Trovare Dio e la sua verità non è soltanto dissetare il cuore e la mente, ma è anche vedersi aprire innanzi nuove prospettive di vita.
É questo il senso profondo nascosto nell’incontro di Gesù con la samaritana presso il pozzo di Giacobbe, e che trova qui le sue radici. L’acqua viva che Gesù promette è l’acqua dello Spirito che sgorgherà viva dal suo seno nel cuore dei credenti scaturendo come sorgente dalla strettoia della croce (Gv 4, 13-14;7,37-38).
Dietro l’esperienza di Isacco quasi in filigrana si scorge il volto dell’Unigenito figlio di Dio che avendo accolto l’ignominia della croce ha aperto per tutti l’orizzonte infinito della vita eterna.

Lo spazio libero scoperto a Rehobot apre ad Isacco la strada fino a Bersabea luogo dove risuona per Isacco la voce di Dio, seconda e ultima benedizione divina presente nella sua vita (La prima- dal contenuto analogo con in aggiunta l’ingiunzione a non scendere in Egitto- fu all’inizio della carestia Gn 26, 2-5): Di là [da Rehobot] andò a Bersabea. E in quella notte gli apparve il Signore e disse: Io sono il Dio di Abramo, tuo padre non temere perché io sono con te. Ti benedirò e moltiplicherò la tua discendenza per amore di Abramo mio servo.” Allora egli costruì in quel luogo un altare e invocò il nome del Signore; lì piantò una tenda. E i servi di Isacco scavarono un pozzo (Gn 26, 23-25). É questo l’ultimo pozzo scavato da Isacco, pozzo che sigilla la fine di un itinerario spirituale che vede dissolversi anche i nemici. Infatti, proprio nel giorno in cui aveva stipulato un patto di pace con il capo dei Filistei arrivarono i servi di Isacco a dirgli: Abbiamo trovato l’acqua. Allora egli lo chiamò Sibea: per questo la città si chiama Bersabea fino ad oggi (Gn 26, 32-33).
Sibea viene spiegato come giuramento o abbondanza. Il rimando alla storia e alla vicenda spirituale di Abramo è costante. Bersabea è il luogo in cui Abramo soggiornò, qui il Signore appare a Isacco riconfermando l’alleanza per amore di Abramo. Isacco dunque passa nella storia come testimone silenzioso dell’alleanza del padre, testimone dell’amore fedele di Dio che entrato nelle pieghe della storia umana la fa maturare fino alla sua pienezza.