Mosè legislatore: il monte Sinai

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Pieter de Grebber, Mosè fa scaturire l'acqua dalla roccia

Questo popolo sollevato da Dio come su ali di aquila (Es 19,4 e ||) e portato al di là del mare, cioè al di là della malvagità e della sofferenza, non è un popolo. É un insieme di individui che dopo lunga schiavitù assaporano i primi passi nella libertà, ma si ritrovano incapaci di vivere in essa. Non fu sufficiente trarre il popolo dall’Egitto, fu necessario anche trarre l’Egitto dal cuore del popolo.
Leggiamo nel libro del profeta Osea: Quando Israele era giovinetto io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio. Ad Éfraim insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare.
Il libro della sapienza mette in relazione i flagelli inflitti agli egiziani con i prodigi che sostennero il popolo lungo il suo peregrinare verso il Sinai (cfr. Sap. cap. 17-19). Dio educò il suo popolo a divenire tale a non essere più, come dice un midrash, servi del faraone, ma servi del Signore. Diventare padroni di se stessi e quindi uomini liberi, significa per Israele riconoscersi servi del Signore.
Ecco allora che attraverso la sete, la fame, la paura, la nostalgia essi imparano ad abbandonarsi alle cure di Dio alla sua provvidenza, ad essere responsabili del mondo in cui vivono e del tempo di cui dispongono come talenti di Dio da trafficare per dargli rendergli lode e gloria nei secoli.
Attraverso il dono della manna essi imparano a non lavorare in giorno di Sabato e a non accumulare oltre il necessario. Col dono delle quaglie venute dal cielo e con l’acqua scaturita dalla roccia essi sperimentano la provvidenza di Dio. Nella guerra contro Amalek dove Mosè in preghiera aiutato da Aronne e Cur ottiene la vittoria del popolo, essi comprendono che non nei carri né nei cavalli, ma nel nome del Signore va riposta la propria fiducia.
Anche Mosè passo passo col popolo viene plasmato dal Signore. Egli diviene sempre più l’uomo di Dio. Il Signore incide nel suo cuore la legge divina perché la trasmetta ai suoi fratelli. Svolgendo questa funzione egli però rischierà di soccombere, prostrato dalla fatica, ma il Signore, attraverso Jetro suo suocero, gli suggerirà di condividere con gli anziani del popolo la responsabilità. Gli disse Jetro: «Tu sta’ davanti a Dio in nome del popolo e presenta le questioni a Dio. A loro spiegherai i decreti e le leggi; indicherai loro la via per la quale devono camminare e le opere che devono compiere. Invece sceglierai tra tutto il popolo uomini integri che temono Dio […] e li costituirai capi di migliaia, di cinquantine e di decine. Essi dovranno giudicare il popolo in ogni circostanza; quando vi sarà qualche questione importante la sottoporranno a te» (Es 19, 19-22). Nascono così i giudici che guideranno il popolo fino alla nascita della monarchia e lo aiuteranno ad applicare nel quotidiano la legge del Signore, la torah.
Tutto perciò nella vita di Mosè è in funzione del popolo, il quale diviene sempre più protagonista della sua storia d’amore con Dio. A differenza dei patriarchi, ad esempio, il testo sacro non si sofferma sull’esperienza matrimoniale di Mosè, anzi lascia trapelare l’idea che egli rinunciò a una storia d’amore personale in funzione della vera storia d’amore: quella di Dio con il suo popolo. Jetro si presenta a Mosè presso il monte di Dio con la moglie Zipporah e i due figli. Dal nome del secondo figlio, emblematico quanto il primo: Eliezer che significa: Il Dio di mio padre mi è venuto in aiuto e mi ha liberato dalla spada del faraone, capiamo che questo figlio è nato dopo (o durante) gli eventi della liberazione dall’Egitto, ma che comunque Mosè si vide costretto, a causa della sua missione presso il popolo a rimandare la moglie alla casa paterna (Es 18, 1- 12).