Giacobbe: un nome, una lotta

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Michel I CORNEILLE, Giacobbe ed Esaù

Introduzione
In Abramo abbiamo contemplato Dio come Padre, in Isacco Dio come Genitore che svezza il proprio figlio, in Giacobbe Dio rivela in pienezza il suo essere Padre di una moltitudine che tuttavia davanti a lui esiste come un solo figlio, come quell’Unico Figlio che egli donò senza riserve affinché si compisse il sogno di Dio sull’umanità: essere uno nella comunione trinitaria. Egli è quel Figlio la cui venuta celebriamo nel Natale e che solo rivela a noi, compiutamente il volto del Padre.

Il nome di Giacobbe segno di una lotta
Quando Isacco aveva quarant’anni, cifra che nella concezione biblica rappresenta un tempio compiuto, una pienezza, Rebecca, rimasta per lungo tempo sterile gli partorì due figli. Il Signore benedisse Rebecca, sofferente per la gravidanza, con queste parole:
Due nazioni sono nel tuo seno
e due popoli dal tuo grembo si disperderanno
un popolo sarà più forte dell’altro
e il maggiore servirà il più piccolo
(Gn 25, 23).

Quando nacquero i due gemelli, il primo fu chiamato Esaù, perché aveva il corpo coperto di peluria rossiccia, il secondo Giacobbe perché venne alla luce con in mano il calcagno del fratello. Secondo l’etimologia popolare infatti Esaù deriva da se’ar che significa mantello di pelo, egli abiterà il paese di Se’ir e sarà chiamato anche Edom, nome la cui radice rimanda al colore rosso, ’admonì. Giacobbe invece qui, in questo brano della Genesi (cap. 25), lo si mette in relazione con ’aqeb, cioè il tallone, mentre più tardi (in Gn 27,36; e in Os 12,4) lo si ricondurrà al termine ’aqab, imbrogliare, perché egli, il minore, soppiantò il fratello. In realtà il nome significa probabilmente Jaacob-El cioè Dio protegga.
Giacobbe, uomo tranquillo che dimorava sotto le tende, era il prediletto della madre, mentre Esaù, uomo rude e abile nella caccia, era preferito dal padre Isacco. Un giorno Esaù, di ritorno dalla caccia stanco morto, venderà la primogenitura per un piatto di minestra rossa, cioè una minestra di lenticchie, cucinata da Giacobbe. A partire dal testo ebraico, in cui l’espressione di Esaù suona così: «Fammi ingoiare un po’ di questo rosso rosso» alcuni studiosi suppongono che Esaù pensasse, non a una vivanda comune, ma a una sorta di zuppa di sangue che sigillasse un rito di alleanza. Si spiegherebbe così il v. 36 del cap 27 della Genesi in cui Esaù, dopo essersi visto rubare la primogenitura, esclama:« Forse perché si chiama Giacobbe mi ha già soppiantato due volte?» Due volte perché Esaù fu tratto in inganno già qui nell’episodio della minestra di lenticchie. La trattativa circa la primogenitura tra due fratelli gemelli non può essere considerata frode, secondo il diritto del tempo infatti mercanteggiamenti simili erano leciti e previsti dalla legge. Il giudizio severo dell’agiografo cade su Esaù in quanto disprezzò la primogenitura (Gn 25,34) misconoscendo così il valore dell’alleanza di Dio con Abramo e Isacco. Questo fatto, come anche l’aver sposato donne Hittite, farà di Esaù l’emblema dell’uomo che si allontana dalla benevolenza di Dio e dal cammino dell’alleanza. Edom infatti sarà nei secoli successivi il nome simbolico dei nemici di Dio e del popolo Israele.