Giacobbe - Conclusione

Fonte:
CulturaCattolica.it
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Harmenszoon van R. Rembrandt, Giacobbe benedice i figli di Giuseppe

Raccogliamo i fili di questa lunga eppure ancora tanto insufficiente indagine dentro la tortuosa storia di Giacobbe, tenendo presente due aspetti: il primo nasce dalla domanda fondamentale che guida le nostre meditazioni: quale volto di Dio emerge dall’esperienza di Giacobbe? Il secondo è come questa storia ci prepara a scoprire il senso profondo del rivelarsi di Dio nell’incarnazione di Gesù, figlio di Dio e figlio dell’uomo?

Il Dio nascosto
La storia di Giacobbe è una storia di intrighi, la sua figura non sempre emerge limpida come quella di Abramo. Il volto di Dio che scorgiamo da questo racconto è quello di un Dio che viene nell’umanità peccatrice. Un Dio Nascosto nella fragilità della natura umana, nelle sue contraddizioni, ma che dall’interno la fa lievitare verso la purezza e la verità, sia pure a prezzo di sofferenze. I patriarchi non furono santi perfetti, ma si santificarono per la fede che in essi, nella loro umanità Dio potesse agire e fare grandi cose.
É questo anche il volto vero del Natale, nella fragilità di un Bimbo, la cui genealogia non nasconde storie di miserie e di peccato, si nasconde la salvezza: Gesù cioè Dio salva.
É lo stesso volto nascosto nell’Eucaristia, presenza di Gesù per antonomasia, Natale quotidiano, presenza della Trinità intera. La tradizione cristiana legge la vicenda dell’inganno con cui Giacobbe carpì la benedizione della primogenitura alla luce del mistero Eucaristico. “Non i sensi, ma la fede” cantò san Tommaso. I sensi di Isacco furono tratti in inganno: nel gusto non percepì la differenza tra la selvaggina e un capretto del gregge; nel tatto e nell’olfatto non riconobbe il figlio minore, ma l’ udito no, l’udito non fu ingannato poiché disse: «La voce è la voce di Giacobbe, male braccia sono le braccia di Esaù» L’orecchio è l’organo della fede. Anche nell’Eucaristia, anche nel Natale i sensi vedono e toccano un pane, o un Bimbo, ma la fede riconosce il Figlio di Dio Benedetto. Anche infine le trame della storia si manifestano come “braccia di Esaù”, braccia avvezze alla guerra, alla caccia, ma la voce che guida la storia è “voce di Giacobbe” cioè del perdurare e del compiersi della promessa. É significativo che nel Nuovo Testamento il Padre si manifesti come voce, una voce che proclama: «Questi è il figlio mio prediletto. Ascoltatelo!» Shemà Israel!
Egli è colui che ha fatto dei due un popolo solo, egli ha unito nella pace Giacobbe ed Esaù. E come la pace tra i due fratelli e la loro unione fu prefigurata dal matrimonio di Giacobbe con Lia, destinata al maggiore, così Cristo unirà i due popoli con l’amore. Egli è lo sposo che rende la sua sposa la chiesa, una e santa.

Il Dio Pastore
In Isacco era iniziato lo svezzamento del figlio, Dio in lui aveva rivelato il suo volto di genitore, qui il Padre si fa custode del suo popolo. E come un pastore conosce ogni pecora, ma guida l’intero gregge, così Dio ha voluto insegnare a Giacobbe come la sua vita non potesse viverla per se stesso, ma per l’intera famiglia umana. Il cammino di Giacobbe è un cammino di espropriazione: tutto ciò che lo riguarda non è per sé, ma per il popolo. L’unità di tutti i popoli nel suo nome è un dono che contempla nella scala misteriosa sognata a Betel, una scala che si oppone alla presunzione della torre di Babele. Eppure questa unità va cercata, va sofferta e maturata dentro tutta la propria esistenza. Ogni dono di Dio implica una responsabilità per l’uomo.
Contemplata aliis tradere scrisse San Tommaso: partecipare agli altri ciò che si è contemplato, dunque posso donare solo nella misura in cui ho contemplato anche per un solo attimo la verità. Eppure alla contemplazione si arriva attraverso un lungo cammino spirituale mediante il quale Dio forgia e modifica l’anima secondo il suo progetto. Gli angeli della scala di Giacobbe, prima salivano e poi scendevano. Giacobbe stesso contemplò la “porta del Cielo”, la Casa di Dio” in Betel, pur tuttavia lavorò 14 anni per avere Rachele, dono di amore e di contemplazione perfetta.
Questa spoliazione conosce sentieri tortuosi, lotte interiori, come la vita familiare di Giacobbe fu segnata dalla rivalità tra Lia e Rachele e approdò alla notte oscura della lotta con Dio, ma il senso vero di questo itinerario resta il nome nuovo. La vera identità che solo il Pastore conosce, una identità che mentre rivela noi a noi stessi, ci restituisce a un progetto originario che ci supera e che è progetto d’amore per l’intero popolo di Dio.
Il Natale celebra l’incarnazione del Verbo, Dio si fa carne nell’uomo Gesù di Nazareth, è la storia di un individuo preciso collocato in un tempo e in uno spazio della storia. Eppure questo Bimbo, questo Uomo è solo il capo, come dirà Paolo, il capo di un corpo che è la Chiesa le cui membra si estendono fino ai confini della terra e abbracciano un infinità di secoli. Questo insegna a noi, come insegnò a Giacobbe, che “nessuno di noi vive per se stesso”, ma tutti viviamo per Lui, per Cristo, cioè per la totalità della rivelazione del Padre sull’umanità.
Egli è la pietra d’angolo, come la stele di Betel, che è primizia e nel contempo pegno sicuro di quel tempio che Dio edificherà nell’umanità.
Egli esprime in pienezza il volto di quel Pastore che conosce le sue pecore e del quale le pecore ascoltano la voce perché in quella voce esse si riconoscono e, sebbene avvolte nella notte, esse vedono e rispondono, camminano e trovano la via della verità che conduce alla vita.